Un paio di settimane fa è uscito “Rubberband”, l’album “perduto” di Miles Davis rimasto dormiente per più di trent’anni nel cassetto e ora resuscitato grazie ai produttori Randy Hall, Zane Giles, Vince Wilburn Jr. e con la partecipazione delle vocalist Lalah Hathaway e Ledisi.
Album “perduto” per modo di dire. La storia è questa. Le prime registrazioni del disco risalgono al 1985 ai tempi in cui Miles stava lavorando a “Tutu”, l’album prodotto in collaborazione con Marcus Miller. “Rubberband” fu accantonato per far spazio a “Tutu”, un disco in cui si contaminano le sonorità elettroniche tipiche di quegli anni e quindi si potrebbe azzardare che “Rubberband” sia una specie di “spin-off.”

Naturalmente si tratta di un’operazione chirurgica del materiale sopravvissuto, nel senso che i produttori lo hanno molto elaborato partendo dalle tracce originali ma utilizzando sonorità contemporanee e quindi, dal punto di vista filologico, il disco potrebbe anche non essere totalmente gradito alle orecchie dei puristi più intransigenti. Infatti qualcuno ha pure gridato alla “solita operazione commerciale”, ma tant’è. Effettivamente ci troviamo davanti ad un’operazione non nuova, nel solco della tradizione dei dischi postumi riesumati grazie a sapienti arrangiatori e alle nuove tecnologie digitali.
Analogamente lo abbiamo visto con i Beatles, Prince, Jeff Buckley e compagnia cantante. Personalmente non storco il naso di fronte a tali operazioni quando son fatte con criterio, anzi vorrei ascoltare molti album postumi di grandi artisti che spesso non vengono pubblicati per interessi degli eredi, delle case discografiche o altro. In questo caso abbiamo le testimonianze dirette dei produttori secondo i quali Miles Davis aveva dato delle indicazioni circa la direzione musicale del progetto, a tal proposito vi rimando al link sottostante con una breve videointervista ai produttori. Tirando le somme, dunque, possiamo affermare che siamo di fronte a un Miles Davis “autentico” ?
Personalmente risponderei con un “sì e no”. In alcune tracce si ritrovano gli elementi classici del suo stile, in altri francamente sembra un’altra cosa. Ma andiamo con ordine.
L’album si apre con la trascinante “Rubberband of life” costruita su un imponente beat hip-hop e una sequenza di accordi al piano elettrico. Le inserzioni di Davis punteggiano il groove dialogando con i vocalizzi della cantante Ledisi. Non può non tornare alla mente la parentela stilistica con l’album “Doo-bop” del 1992, in particolare con la traccia “The Doo-bop song”.
La seconda traccia “This is it” ci riporta invece ad un sound più anni ’80 grazie alle sequenze di batteria elettronica e i synth più tipici di “Tutu”. Dopo aver ascoltato le prime due tracce uno tira un sospiro di sollievo ed effettivamente riscopre due chicche di Davis. Ma le cose cambiano con le tracce seguenti.

Ascoltando “Paradise” viene il dubbio se per caso hai premuto per sbaglio un tasto e hai cambiato playlist. Infatti si tratta di un pezzo pop latineggiante con tanto di chitarra e ritmo da spiaggia. Sembra di sentire una cosa a metà tra Santana e un reggaeton da lido balneare. Nonostante i fraseggi di Davis, i vocalizzi, i soli di flauto e chitarra francamente viene da pensare che questo brano sia stato buttato lì giusto per vendere un singolo accattivante.
Per non parlare della traccia che segue “So emotional”, un andante R&B buono per un lento delle medie dove gli interventi di Davis sono piazzati giusto qua e là per coprire qualche buco.
Per fortuna che dopo viene “Give it up” dove ritroviamo davvero la cifra stilistica di Davis su una base funky di alto livello che rimanda a “You’re under arrest” del 1985.
Le tracce successive “Maze” e “Carnival time” comunque ci riportano ancora nel solco degli 80, ma almeno torniamo nel mondo vorticoso di ritmi sbilenchi e potenti shot di brass.
La traccia che segue “I love what we make together” con Randy Hall alle voci francamente è un altro brano confezionato per fare un po’ di cassa e sinceramente risulta fuori posto.
Fortunatamente le orecchie si riconciliano con “See I see”, un intrigante andante blues – funk e soprattutto con “Echoes in Time / The Wrinkle” quasi una suite che si viluppa su un vorticoso beat funky.
L’album si chiude con la traccia “Rubberband” e di nuovo torniamo alle atmosfere di “Tutu” e “You’re under arrest” con le drum machine e i bassi synth che piacerebbero tanto al compianto Prince.
Che dire, avrebbe apprezzato il disco il nostro Miles? La risposta, ovviamente, non è possibile darla, ma possiamo fare qualche ipotesi. Sappiamo che Davis era un onnivoro musicale, sempre attento ai nuovi linguaggi e gli ultimi suoi album mostrano chiaramente il suo interesse verso i linguaggi musicali che di lì a poco sarebbero esplosi. Probabilmente Davis oggi avrebbe seguito persino la trap e forse ci avrebbe anche giocato. Pertanto “Rubberband” è sicuramente un’operazione lodevole, tolti quei pochi brani che ho citato sopra che non c’entrano quasi niente con lo spirito del disco.
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