Ci voleva un cantautore ottantaquatrenne, di quelli della vecchia guardia, uno che ha fatto la storia della canzone italiana per pubblicare un album insolito, originale e fuori moda. O meglio si tratta di un doppio album perciò avete due possibilità.
Se siete inguaribili romantici, sognatori o nostalgici partite prima dal secondo disco “I Ricordi” con i suoi grandi successi riarrangiati e suonati da musicisti di spessore come Danilo Rea, Rita Marcotulli, Alfredo Golino e Ares Tavolazzi. Inoltre sono presenti anche gli ottimi archi della “Roma Jazz String Orchestra” sotto la direzione di Marcello Sirignano.
Non è poco, poiché non si tratta della solita “greatest hits” di turno. I grandi classici vengono riletti con grande gusto, eleganza e senza mai comprimere il canto. Peraltro la voce di Paoli, così pulita e senza virtuosismi, risulta sempre molto personale e riconoscibilissima tra mille. Anche lo stile di scrittura è in netta controtendenza con i giovani cantanti attuali dotati sicuramente di grandi estensioni, grande grinta ma francamente spesso epigoni di questa o quella star di turno.
Non c’è niente da fare, ma quando si parla di canzoni ben fatte non si esce dal triangolo equilatero di testo, musica ed interpretazione. E queste qui sono fatte col compasso. La dimostrazione risiede nel fatto che canzoni di molti decenni fa come Sassi, Che cosa c’è, Sapore di sale risultino ancora affascinanti e intramontabili sebbene cucite in un vestito musicale diverso dalle versioni originali. Insomma stiamo parlando di veri e propri classici rivisitati con molto gusto.
A questo punto mi si potrebbe obiettare l’affermazione iniziale riguardo l’originalità di questa produzione. Allora mi difenderei proponendo l’ascolto del primo disco intitolato curiosamente “Canzoni interrotte” nel quale si nota la scelta anticonvenzionale di un cantautore che, tutto sommato, non avrebbe più niente da dimostrare artisticamente parlando. Infatti il disco è costituito da quattro grandi “suite” intitolate programmaticamente come le stagioni (in ordine Estate – Inverno – Primavera – Autunno) nelle quali le canzoni fanno praticamente da intermezzo ad estesi momenti strumentali.

Avviene dunque una “rivoluzione copernicana” nella forma. Le canzoni sono “interrotte” proprio perché non possiedono la canonica forma di introduzione-strofa-inciso-ripresa. Si tratta di bozzetti in forma di appunti senza particolare sviluppo, quasi buttati là, ma legati spesso da un unico tema narrativo. Per questo motivo sembrano attingere esteticamente al lied romantico tedesco del XIX secolo o, se vogliamo, alla tradizione dei concept album ormai passati di moda. Ed è qui che ci trovo l’originalità.
Negli anni della musica liquida, dell’ascolto veloce e radiofonico della musica in formato mp3 finalmente un album da ascoltare di seguito senza interruzioni, proprio come si ascoltava un disco in vinile con attenzione e ci si alzava dal divano solo per cambiarne il lato.
In un’intervista Paoli dichiara che queste canzoni interrotte sono tali perché l’essenzialità è diventata ormai la sua forma preferita; il che si traduce nello sforzo (o naturalezza) di dire una cosa con tre parole invece che con cinquanta. Un pensiero, questo, molto dirompente nella sua apparente semplicità e forse si intuisce la scelta di servirsi di musicisti jazz che notoriamente sono i più versatili per un’operazione “anarchica” come questa.

Ma andiamo nel dettaglio, per intenderci meglio. Il primo movimento Estate è il più lungo (13 minuti) e ha come tema principale l’amore, non quello sdolcinato od oleografico, ma piuttosto una riflessione di una persona che l’ha vissuto e lo riguarda ora alla luce della maturità.
Testi snelli e semplici, ma che puntano dritto al concetto senza tanti fronzoli. Ed è questa la forza di questi versi perché come insegna Orazio quando si vogliono scrivere testi con le migliori intenzioni spesso sulla pagina “parturient montes, nascetur ridiculus mus.” Prendiamo “Non dire che mi ami” nella quale la negazione della dichiarazione al contrario afferma, come a dire che il vero amore è inafferrabile e “invisibile agli occhi”. Concetto analogo ne “Il mio amore sbagliato” nel quale il rapporto sentimentale non viene cantato come la mera assonanza di un’anima gemella, ma si alimenta delle contraddizioni, dalle diversità.
Il secondo movimento Inverno presenta decisamente il tempo come leit motiv. I ricordi, le illusioni e disillusioni, le immagini passate in “Quando avevo vent’anni”, il sarcasmo esistenziale in “Ho incontrato la tristezza” seguito da una lungo assolo di pianoforte che potrebbe incorniciare una scena malinconica di un film della Nouvelle Vague. La suite si chiude con la disincantata “Voglio morir malato” che, a dispetto dell’argomento, viene volutamente confezionata su una musica scanzonata e allegra. Nessuno vuole parlare di morte oggigiorno in un mondo virtuale e olografico, ma Paoli intelligentemente la dissacra parlandone in modo ironico,affermando che il brutto non è morire in sé, ma farlo senza veramente aver vissuto.

Il terzo movimento Primavera è caratterizzato dal tema dell’amicizia, la morte (ancora!), le persone. Ma non solo, in fondo. Come in “Noi del mare” dove la vita viene paragonata al mare con le sue onde buone e anomale. Certo, analogia poetica non nuova, ma sfido gli ascoltatori a trovare un concetto così profondo condensato in un paio di minuti di canzone. E poi c’è “Amico mio” introdotto da uno scarno e diafano accompagnamento di piano che ti sembra di galleggiare nel cielo di una stanza. Quattro note insomma, ma azzeccatissime e un vortice di malinconia e meraviglia ti si piantano nello stomaco. “La mia donna è la mia libertà” viene sorretta da un efficace tema orchestrale di sapore quasi operistico che si prolunga senza soluzione di continuità in “Eravamo due cani in chiesa” dedicata al compianto Don Gallo.
La suite Autunno chiude il disco e sembra condensarne il testamento dell’artista-uomo, uno che fondamentalmente ha provato a vivere la vita che gli somiglia. Significativamente il disco si chiude con la struggente “Quando me ne andrò” in una perla di disincantata poesia :“Quando me ne andrò, dai il mio nome a un gatto e accarezzalo sempre con le tue mani pigre.”
Che dire, il disco è servito. La registrazione è di ottimo livello e Danilo Rea è magistrale nel punteggiare con fraseggi brillanti e malinconici queste canzoni interrotte. Un’impressione che ho avuto è che l’arrangiamento orchestrale forse poteva essere scritto in modo tale da essere sfruttato maggiormente. Avrei preferito magari una scrittura più elaborata, meno omoritmica e più ispirata al sinfonismo di tradizione che ai cliché, ma in fondo si tratta di dettagli.
Lorenzo Sorbo
