Parlando degli Slint e di Spiderland si era scritto “Tra i solchi e tra le tracce, una menzione speciale va a “Washer” che, con i suoi cambi di registro fatti di riempimenti e di svuotamenti e con la sua asfittica risoluzione delle tensioni, assurge al rango di una delle più belle ballads di sempre”.
Ebbene, nel 1992, i Red House Painters di Mark Kozelek e Gorden Mack danno alle stampe il loro primo disco eponimo, contenente lunghe composizioni scritte due e tre anni prima; tra esse i dieci minuti di “Medicine Bottle” che, con l’abbrivio di quattro colpi di bacchette, con il suo incedere lento, la sua voce cadenzata ai limiti del cantilenante, i suoi singulti ritmici – come salti di rivoli d’acqua – toglie il fiato e il sonno, affiancando “Washer” nell’olimpo della musica.

In vero, tutto il disco assurge a pietra d’angolo della musica non solo del decennio a cui appartiene ma dell’intero scenario musicale, tracimando l’etichetta riduttiva di slo-core/sadcore, per definire un proprio genere, unico.
Apre il disco la fotografia di “24“, tra malinconia e dolcezza, in cui la voce (ancora giovane) di Kozelek, colora scenari da sbiadita polaroid.
Il brano omonimo, dall’incedere marziale di una marcetta è canto da supplica religiosa.
A chiudere il disco l’invocazione sentita di “Michael“, canto d’amore all’amicizia e a un amico scomparso.
Unica eccezione ai registri malinconici del tutto è il folk-rock di “Lord Kill The Pain” che, per alcuni muniti, porta l’ascoltatore su toni più “chiari” toni.