Lunge Lizard 3 – Rhodes Vs Rhodes

Guido Scognamiglio

 

La canadese Applied Acoustics aggiorna Lounge Lizard alla versione 3, il già famoso simulatore di piani elettrici basato sul potente motore di sintesi a modelli fisici derivato da Tassman. Rispetto alle versioni precedenti, questa volta troviamo notevoli miglioramenti e nuove funzionalità, fra cui un completo multieffetti incorporato, un’interfaccia grafica completamente ridisegnata e un suono tutto nuovo. Ma quanto può essere fedele una simulazione o una libreria campionata? Come suona un vero piano elettrico? Questa è l’occasione giusta per mettere a paragone il vero con il falso e le molteplici possibilità che ci offre il mondo delle simulazioni digitali.   Signori, vi presento Mr. Rhodes

Per capire meglio cos’è il piano Rhodes  (Fig.1) è bene conoscere un minimo della sua affascinante storia. Tutto cominciò allo scoppiare della seconda guerra mondiale, quando un insegnante di musica americano, Harold Rhodes, fu chiamato a prestare servizio nel corpo dell’aeronautica militare statunitense, e fu affidato all’ospedale militare. Durante quel periodo, Rhodes pensò che un buon modo per risollevare il morale dei militari degenti fosse quello di intrattenerli con la musica, ma nel migliore dei modi: insegnando loro a suonare. Fu così che escogitò un metodo per portare uno strumento musicale davanti ai lettini dell’infermeria. Il primo prototipo rudimentale della sua invenzione fu costruito con dei pezzi di lamiere ricavati da un bomber B-17 precipitato nei pressi della sua caserma. La cosa ebbe per lui un enorme successo, tanto da fargli meritare delle onorificenze ufficiali nell’arma. Dopo la guerra, decise di intraprendere la strada della fabbricazione degli strumenti musicali aprendo una piccola fabbrica nella quale nacque il primo strumento commercializzato sotto il marchio Rhodes e presentato al NAMM Show del 1946: il Pre-Piano, un piccolo pianoforte portatile amplificato. L’anno dopo ne costruì una versione a 73 tasti senza preamplificatore che tanto scalpore fece nel settore dell’industria musicale da richiamare l’attenzione di un altro grande mecenate dell’industria musicale dell’epoca, Leo Fender.

Di lì a poco cominciò la produzione degli oramai famosissimi piani elettrici marcati “Fender Rhodes”. Il primo prodotto fu il Piano Bass, il famoso basso a tastiera usato da Ray Manzarek dei Doors. Nel 1970 esce il primo vero piano Rhodes, il Mark I, presentato sul mercato in quattro versioni: stage seventythree, stage eightyeight, suitcase seventythree e suitcase eightyeight. La differenza fra i modelli stage  e i suitcase sta nel fatto che i primi hanno i piedi di acciaio e sono richiudibili in un valigione portatile da “appena” 65 chilogrammi, mentre i secondi sono montati su una cassa stereo amplificata con un effetto tremolo incorporato, per il generoso peso di circa 120 chili. Il successo che riscuote il Rhodes fra i musicisti dell’epoca è notevole, tanto che un 45 giri inciso da Herbie Hancock ne fa da dimostrazione pubblicitaria. Da quel momento il suono dell’invenzione di Harold Rhodes fa il giro del mondo, essendo usato praticamente in quasi tutti i generi musicali esistenti, dal pop al jazz, dal rock al funky. Negli anni a seguire, la Rhodes si stacca dal marchio Fender per essere poi acquisita da una potente casa discografica dell’epoca, la CBS. Nel 1979 esce il modello Mark II, prima con poche modifiche strutturali se non prettamente estetiche (il coperchio dalla forma arrotondata viene sostituito con uno più robusto in grado di mantenere altri strumenti su di esso, come i pesanti sintetizzatori analogici dell’epoca), poi seguono modifiche tecniche con l’intento di migliorarne suono e suonabilità, fra cui i tasti completamente in plastica. Nel 1984 esce il Mark V, interamente riprogettato e con un design tutto nuovo e in linea con lo stile degli anni ’80. La storia finisce nel 1987, quando la Rhodes viene venduta alla giapponese Roland e, a causa della sempre maggiore diffusione dei sintetizzatori elettronici, più leggeri e pratici da trasportare, nessuno più era interessato ad acquistare un pesantissimo pianoforte elettromeccanico, e Roland non ne era certamente interessata alla produzione. Il piano Rhodes non fu l’unico piano elettromeccanico in circolazione negli anni ‘70. A dire il vero, il primo vero pianoforte elettromeccanico portatile fu il Wurlitzer (Fig.2), il quale fu reso famoso dal grande Ray Charles nel 1959 con la registrazione del brano “What’d I say”, e successivamente da gruppi come i Supertramp e i Queen. Il funzionamento del Wurlitzer era molto simile a quello del Rhodes, sebbene radicalmente diverso sotto gli aspetti fondamentali, ma il concetto derivava dall’idea di Harold Rhodes di usare dei “diapason asimmetrici” al posto delle corde, amplificati da dei pickup magnetici simili a quelli delle chitarre elettriche. Un altro celebre pianoforte elettrico fu prodotto dalla Yamaha all’inizio degli anni ’80, il CP70 (Fig.3), un vero e proprio pianoforte con vere corde, amplificato da dei pickup piezoelettrici sparsi lungo la cassa armonica. A dargli quel suono caratteristico era il fatto che c’era una sola corda per le note basse, e due per le alte, a differenza dei pianoforti classici che ne hanno rispettivamente due e tre. Per trasportarlo era sufficiente svitare le maniglie laterali per ritrovarsi con due valigioni del peso di circa 50 Kg ciascuno. Qualche anno dopo nacque la versione a 88 tasti, il CP80.

Come funziona il piano Rhodes:

Il piano Rhodes è uno strumento tecnicamente molto elementare (Fig.4 ), molto robusto, pensato per essere trasportato e per durare negli anni, facile da capire e da riparare. Il segreto del suo suono risiede in due elementi fondamentali: la particolare struttura dei diapason cosiddetti “asimmetrici”, e l’offset dei pickup (Fig.5). Un diapason è una struttura metallica che emette una nota quando è messo in vibrazione da una forza esterna, proprio come il classico diapason a 440Hz usato per accordare gli strumenti acustici. La sua forma a forchetta fa sì che le vibrazioni si propaghino da una forca all’altra in modo uniforme mantenendo stabile l’intonazione. Harold Rhodes ebbe l’idea di creare dei diapason con due forche di massa diversa, infatti quelle di un piano Rhodes sono formate da una parte più larga, anche detta “tone bar”, e una più stretta detta “tine”. Quando viene premuto un tasto, grazie all’effetto leva (ricordate Archimede?), viene messo in movimento un martelletto il quale viene letteralmente lanciato contro la parte più stretta del diapason (la tine) che, a sua volta, trasmette la vibrazione alla parte più larga (la tone bar) vibrando entrambe ad una frequenza prefissata e regolabile tramite una piccola spirale metallica avvolta quasi alla punta della tine. Contemporaneamente, un laccetto di nylon agganciato alla parte posteriore del martelletto tira giù una sordina di feltro affinché il diapason possa vibrare liberamente, sospeso fra due molle adagiate a degli spessori di gomma in neoprene. Il pickup, posto davanti alla tine in vibrazione, ne preleva il suono esattamente come in una chitarra elettrica, cioè trasformando in un segnale elettrico la variazione subìta nel suo campo magnetico. Quando il tasto viene rilasciato, il martelletto torna giù e la sordina torna su fermando la tine in vibrazione. Il particolare posizionamento verticale del pickup rispetto alla tine (offset) consente di ottenere un numero maggiore o minore di armonici rispetto alla fondamentale, da cui deriva il caratteristico suono del Rhodes: un po’ metallico, tanto corposo e carezzevole, a metà strada fra una chitarra jazz e un vibrafono.

La sintesi a modelli fisici: Ciò che è stato appena spiegato mi ricorda un po’ quel vecchio videogame, “The Incredible Machine” dove la reazione, secondo le leggi della fisica, di ogni singolo elemento influenzava quello successivo, oppure quelle diavolerie legate alla forza di gravità che si vedono nei cartoni di Tom & Jerry (Jerry che spinge la scopa che cade sul bicchiere che rovescia l’acqua su un cucchiaio che lascia cadere la pallina che spezza la corda che fa cadere l’incudine in testa al povero Tom!), ma in realtà tutti quei movimenti hanno luogo in meno di una frazione di secondo, centinaia di volte, migliaia di volte durante un’esecuzione seduti al piano. Ma è possibile ricreare tutto questo nel mondo “virtuale”? Fra i tanti tipi di sintesi che conosciamo, ce n’è uno in particolare che nasce con l’intento di simulare artificialmente il comportamento di elementi fisici esistenti in natura in grado di generare dei suoni o rumori quando sollecitati da una forza meccanica (Fig.6). Da qui il nome “modelli fisici”.

Data la complessità della cosa, la sintesi a modelli fisici esiste solo nel campo del suono digitale ed è formata dai “modelli”, cioè parti di un programma che servono a simulare un singolo comportamento di un elemento fisico. Per esempio, se volessimo simulare il suono dato dallo schiocco delle dita, dovremmo avere un modello che simula le caratteristiche della pelle (ruvidità, consistenza, attrito, ecc.), uno che simula le risonanze che vengono a formarsi nella cassa armonica formata dal palmo della mano chiusa, uno che simula la forza con cui un dito si spinge contro l’altro, eccetera. Collegando tutti i modelli secondo uno schema logico che rispecchia la situazione reale, potremmo ottenere il risultato aspettato. Uno dei modelli più comunemente usato per simulare il comportamento di oggetti in vibrazione è basato sull’effetto delay  ed è denominato “guida d’onde” (o “waveguide”), con diverse varianti e derivanti. Se si inietta un brevissimo impulso in un effetto delay con un tempo di ritardo molto breve, nell’ordine di pochi millisecondi, ed un feedback piuttosto elevato, è possibile udire una nota musicale. Più stretto è il tempo di delay, più alta è l’intonazione della nota. Altre tecniche molto usate per simulare fenomeni fisici o per modellare il suono sono i waveshapers e la convoluzione di impulsi, entrambe possibili solo in ambienti DSP. Grazie alla sintesi a modelli fisici è stato possibile imitare, fino ad oggi, suoni di strumenti a percussione, a fiato, a corde percosse e pizzicate, e suoni di strumenti ad arco, con più o meno successo a seconda dei casi, sebbene alcuni modelli siano difficili se non impossibili da ricreare digitalmente, o quanto meno necessiterebbero di potenze di calcolo elevatissime. Per esempio, ancora non si è riusciti a riprodurre con pieno successo il suono di un piatto, di un rullante o del pianoforte a coda in quanto troppo complessi. Tuttavia, ad oggi esistono tecniche in grado di snellire al minimo lo sforzo di un microprocessore per riprodurre strumenti come… il piano Rhodes! Il Lounge Lizard della Applied Acoustics ne è un palese esempio. Lounge Lizard 3: Ora che sappiamo bene come funziona un piano Rhodes e che cos’è la sintesi a modelli fisici, possiamo conoscere e capire meglio il Lounge Lizard della Applied Acoustics (il nome è un modo di dire inglese che, tradotto in italiano, significa “cascamorto”, il tipo che rimorchia le belle ragazze al bar). Iniziamo col dire che questo plug-in è compatibile sia con sistemi Mac che Windows, e che è il frutto di una lunga ricerca di due ex studenti dell’IRCAM di Parigi, Philippe Dérogis e Marc-Pierre Verge, i quali durante gli ultimi quattro anni hanno letteralmente smontato pezzo per pezzo un piano Rhodes per studiarne il funzionamento ed il comportamento di ogni singolo componente al fine di ricreare una delle simulazioni più riuscite oggi disponibili sul mercato del software musicale. Lounge Lizard, essendo completamente sintetizzato, non fa uso alcuno di campioni, occupa pochissimo spazio sull’hard disk, si installa molto rapidamente e consente un’enorme flessibilità, consentendoci di regolare a nostro piacimento il suono che desideriamo ottenere, oppure di creare suoni completamente diversi da un piano elettrico. L’uso della CPU non è molto elevato ma è consigliabile comunque avere un processore abbastanza veloce se si preferisce usare una polifonia alta oppure se si usano altri plug-in nella stessa song. L’interfaccia è divisa in due pannelli principali (Fig.7), ogni pannello è diviso in diverse sezioni. Nel pannello A troviamo gran parte delle novità introdotte dalla versione 3, fra cui in alto spicca la nuova sezione multieffetti, con tre processori separati ed indipendenti, collegabili tra loro secondo due diversi algoritmi: effetto A + effetto B in parallelo oppure A + B in serie, col reverbero sempre in coda. Gli effetti A e B comprendono: Chorus (mono o stereo), Flanger (mono o stereo), Vibrato, Ping-pong delay, Digital delay, Tape delay, Phaser, Auto wah, Wah wah, Notch filter e Distorsione. In base all’effetto selezionato, cambiano le etichette dei tre potenziometri per i relativi parametri. Fra i reverberi abbiamo Club, Drum studio, diversi tipi di Hall e Room. In basso a sinistra c’è la sezione dedicata al tuning dello strumento, con trasposizione  e fine tuning, e una sezione micro-tuning.

Attraverso quest’ultima, è possibile intonare lo strumento con sé stesso, cioè decidere che tipo di accordatura vogliamo attribuire alla sua tastiera (meglio definita come “temperamento”). Di default viene usato il temperamento equale, ma è possibile caricare files con altri tipi di temperamento oppure applicare lo stretch tuning, molto usato negli anni ’70 sul piano Rhodes, che distacca leggermente l’intonazione delle note verso il basso e verso l’alto, dando un maggiore senso di ricchezza agli accordi e agli unisoni. Continuando verso la destra dell’interfaccia troviamo altre due sezioni nuove: Clock e Recorder. La prima serve a generare un clock interno quando viene usato LL3 in modalità stand-alone, utile per sincronizzare gli effetti al tempo della musica. La sezione Recorder è un semplice registratore su file wave. Infine, troviamo il grosso pomello del volume generale e i due vu-meter left e right in stile Boombox primi anni ’80. Ora passiamo al pannello B (Fig.8). Qui troviamo maggior parte dei controlli già presenti nelle versioni precedenti di Lounge Lizard, e ogni sezione, come già visto in figura 5, è relativa ad una parte meccanica del piano Rhodes. Le tre sezioni in alto, in particolare, sono i veri e propri modelli fisici: MALLET (i martelletti), FORK (i diapason) e PICKUP. Ma scopriamole una alla volta. La sezione MALLET ci consente di modellare i martelletti del nostro piano elettrico; i tre controlli della sottosezione Stiffness  consentono di regolare la rigidità dei martelletti, che in un Rhodes sono più morbidi sulla zona grave fino a diventare nettamente più rigidi verso le note acute. Con i comandi Noise possiamo inserire una sorta di rumore legnoso nell’attacco delle note, mentre i comandi Force  agiscono sulla forza con cui un martelletto colpisce il relativo diapason, agendo quindi sulla dinamica. La sezione FORK permette di modellare i nostri diapason, e qui troviamo la sottosezione Tine  con i controlli relativi alla parte metallica del suono, e la sezione Tone(bar) che controlla il corpo del suono. In particolare, il pomello tine color consente di aggiustare la timbrica del suono metallico che si sente nella fase di attacco di ogni nota. Infine troviamo la sezione PICKUP, con i controlli per regolarne la geometria, ossia la posizione verticale e orizzontale rispetto ai diapason (come spiegato nel secondo paragrafo di questo articolo), e un selettore che consente di scegliere fra due tipi di pickup, uno modellato per un piano Rhodes, l’altro per il Wurlitzer. In basso a sinistra troviamo la sezione DAMPER, in realtà ancora un ulteriore modello, che genera il suono emesso quando si rilascia una nota, causato dalla sordina che torna a frenare il diapason in vibrazione. Questo è un elemento molto importante del suono di un Rhodes, sebbene in Lounge Lizard non sia il massimo del realismo.

Le ultime due sezioni del pannello B sono relative all’effetto tremolo e all’equalizzazione. Il primo può essere impostato in mono e stereo con due tipi di forma d’onda, triangolare e quadra. In un Rhodes vero, l’effetto tremolo era basato su un circuito molto semplice, formato da una lampada e un fotoresistore; un generatore di impulsi a bassa frequenza faceva accendere la lampada ad intervalli regolari, la cui luce eccitava il fotoresistore il quale, a sua volta, controllava il volume di uscita di uno speaker rispetto all’altro, generando così il passaggio del suono dal canale detro al sinistro e viceversa, in un modo molto dolce e musicale, pertanto la forma d’onda non è proprio una quadra, ma una quadra filtrata da un LPF, con i transienti molto arrotondati. In Lounge Lizard 3 l’effetto tremolo può essere sincronizzato al clock interno oppure al clock dell’host che esegue il plug-in. Le altre simulazioni: Per chi non può permettersi l’acquisto di un piano Rhodes vero (valutato intorno ai 2000 euro) oppure semplicemente non vuole portarsi sul palco uno strumento da 65 Kg, esistono numerose alternative, alcune di esse anche molto valide. Fra gli hardware sono degni di nota il Nord Electro 2 della olandese Clavia, lo Yamaha Motif, il Gem Promega 3, il Kurzweil KME e tanti altri. In campo software la scelta è ancora più ampia (Fig.9 ).

Per questo test ho scelto di mettere a paragone Lounge Lizard 3 contro l’EVP88 di Emagic (disponibile solo su piattaforma Mac e compatibile solo con Logic), il Native Instruments Elektrik Piano, la libreria Scarbee R.S.P. ’73 per Gigastudio e HALion, il freeware MrRay73  (scaricabile gratuitamente dal sito www.soundfonts.it ) e, ovviamente, il mio vero Rhodes Stage SeventyThree del 1977. Per farci un’idea di quale potrebbe essere il nostro suono ideale, ho preparato una serie di esempi audio presenti nel CD allegato alla rivista, nella sezione DEMO MP3 -> Lounge Lizard 3. Conoscete il grande pianista Eumir Deodato? Questo mese ho scelto un suo brano denominato “Superstrut” per la prova del mix. I primi sei files presenti nella cartella sono la stessa parte della song suonata rispettivamente dal Rhodes vero, dal Lounge Lizard 3, da EVP88, dall’Elektrik Piano, dall’R.S.P. ’73 e dal MrRay73. Tutti e sei i suoni sono stati registrati “flat” ed effettati leggermente con un pizzico di reverbero ed un immancabile tremolo stereo per renderli più gradevoli all’interno del mix. Il Rhodes vero è preamplificato da un vecchio processore analogico per chitarra elettrica, il Roland GP-8, con tutti gli effetti spenti tranne il compressore che aumenta leggermente il gain di ingresso. Il file numero 7 è una piccola progressione di accordi suonata dai sei strumenti nello stesso ordine, e il file numero 8 dimostra le note dal primo all’ultimo DO di una tastiera a 61 tasti suonate singolarmente in progressione. Uno contro tutti: Certo, possedendo un Rhodes autentico diventa un po’ difficile rinunciare al suo suono in favore di una simulazione, anche se trattasi di un’ottima simulazione. Diciamo che per determinate applicazioni forse l’uno vale l’altro, ma quando si parla di mettere le mani sulla tastiera e suonare per davvero, oppure di fare degli assoli o di voler suonare “in stile Rhodes”, nulla può sostituire l’originale. Fra quelli che abbiamo ascoltato, il Lounge Lizard forse non è quello che si avvicina maggiormente al suono vero, ma senz’ombra di dubbio è quello che offre più flessibilità in fatto di personalizzazione del suono, è particolarmente indicato per sezioni di accompagnamento, sicuramente ha un suono che buca il mix. Fra gli altri, il freeware MrRay73 si avvicina molto alla libreria Scarbee, col vantaggio di non occupare 1,5 Gb di spazio sull’hard disk in quanto basato anch’esso sulla sintesi a modelli fisici, ma con lo svantaggio di suonare un po’ sintetico in determinate situazioni. Elektrik Piano, invece, suona abbastanza bene ma occupa circa 2 Gb di spazio e ha pochi livelli di dinamica, il ché lo rende piuttosto monotono dopo un po’ che lo si suona. EVP88 è un buon prodotto, è stato il primo simulatore di piano elettrico a modelli fisici ed è molto simile al Lounge Lizard ma non lo reputo allo stesso livello. Volete sapere chi vince? Questa non è una sfida, è musica, e quando si parla di musica l’unico vero arbitro non può che essere il proprio orecchio.

 

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