GForce: Veri e propri falsi d’autore

Guido Scognamiglio


L’americana M-Audio è da poco diventata distributrice ufficiale dei prodotti GForce in versione “Helen St. John”, ovvero dei già famosi sintetizzatori virtuali prodotti dalla GMedia Music che, grazie al distributore italiano SoundWave, abbiamo avuto la possibilità di testare. M-Tron, impOSCar, Minimonsta e Oddity, questi i nomi dei quattro synth che hanno fatto vibrare i nostri speakers durante i test. E vi giuro che di vibrazioni ne abbiamo sentite anche troppe!

M-Tron

Il primo plug-in che ho voluto provare si chiama M-Tron, una simulazione del famoso Mellotron. (Fig.1) Il concetto del suo funzionamento fu inventato inizialmente nel 1946 dallo statunitense Harry Chamberlin e si trattava, in effetti, di una specie di organetto, dalla sembianza piuttosto buffa, che al suo interno aveva una serie di nastri e testine magnetiche, una per tasto, e un preamplificatore finale, ovviamente, valvolare. Quando si premeva un tasto partiva il playback del rispettivo nastro finché non finiva la registrazione, di solito di una durata di circa 7 secondi, e al rilascio del tasto un meccanismo a molla riavvolgeva velocemente il nastro. I suoni più famosi registrati sui nastri del Mellotron erano un flauto, un coro di voci umane e un ensemble d’archi, ma in realtà, durante gli anni a venire, sono state prodotte decine di set di nastri allo scopo di poter riprodurre i suoni più disparati, dalle orchestre sinfoniche agli effetti sonori, dalle voci umane a veri e propri arrangiamenti bandistici, dal pianoforte a coda all’organo Hammond. Molti artisti hanno reso questo strumento famoso fra cui citerei i Genesis, i Pink Floyd, i Tangerine Dream, ma chi per la prima volta lo usò in una registrazione commerciale furono proprio i Beatles che nel 1967 pubblicarono Strawberry Fields Forever, destando una forte curiosità fra i musicisti dell’epoca nel voler scoprire quale strumento fosse in grado di riprodurre quello strano suono di flauto… polifonico! All’epoca il Mellotron era divenuto di produzione britannica, dato che il suo progetto, negli anni, passò per le mani di diversi ingegneri e astuti venditori, interessati chi a migliorarne il funzionamento, chi a trarre profitto da quella promettente novità. E’ rimasto in produzione fino all’inizio degli anni ’80, quando oramai i campionatori digitali cominciavano a diffondersi a larga scala. A tutt’oggi, sono pochissimi i modelli funzionanti ancora in circolazione, ed è raro trovarne uno in vendita, e sicuramente è ancor più raro trovare i set di nastri. Ma evidentemente i ragazzi della GMedia non hanno avuto difficoltà a reperire il loro Mellotron da studiare a fondo ed imitare in ambiente informatico, e sicuramente sono stati molto fortunati a trovare quasi tutti i set di nastri in circolazione! Infatti, quello che mi ha colpito maggiormente di M-Tron è stata la grande varietà di suoni inclusi nel plug-in, 103 per la precisione, per un totale di circa due gigabyte di campioni! Ogni nastro è stato campionato singolarmente dall’inizio alla fine, fedelmente. E quando dico “fedelmente” intendo che in ogni campionamento c’è veramente tutto, fin’anche il fruscìo, le distorsioni, i drop-outs e gli sbalzi di intonazione. Del resto, sarei rimasto piuttosto deluso se, al contrario, avessi trovato dei suoni perfetti e puliti: sarebbe stata sicuramente un’imitazione infedele! Beh, a dire il vero, di infedele nel plug-in qualcosa c’è, e si tratta dell’interfaccia grafica. Secondo me lascia un po’ a desiderare, e i controlli non corrispondono del tutto a quelli dello strumento originale (Fig. 2), soprattutto il selettore a tre posizioni ABC che nello strumento originale serviva a selezionare una delle tre tracce presenti su ogni nastro, consentendo al musicista di cambiare il suono come se si trattasse di un vero preset. Invece su M-Tron questo selettore viene usato per aprire il pannello di controllo ed effettuare diverse operazioni: su A il pannello è chiuso, su B si accede a due slider orizzontali per la regolazione di Attack e Release (controlli ovviamente non presenti sullo strumento originale) e su C si accede al menu per il caricamento del sample-set. Tuttavia, le bruciature di sigaretta e le macchie da tazza di caffè hanno il loro fascino! Oltre questa piccola, oserei dire “licenza poetica” riguardante il selettore ABC, la GMedia non s’è presa altre libertà, pertanto  non troveremo filtri né effetti né null’altro che esuli dal semplice concetto del vero Mellotron. Il suono è stupefacente, ovviamente monoaurale, l’estensione e la polifonia sono complete (35 note), l’impatto sulla CPU del computer è pressoché impercettibile. Un vero spasso quando si tratta di voler riprodurre col proprio computer le sonorità degli anni ’60 e ’70, ma nulla toglie che questo plug-in possa tornare utile in generi musicali più recenti come ambient, nu-metal, lo-fi, gothic, new age ecc. soprattutto se abbinato a qualche buon processore d’effetti.

impOSCar

Cosa c’è ad Oxford in Inghilterra? Una delle università più famose del mondo, direste voi. Giusto, ma almeno fino a qualche anno fa c’era anche la Oxford Synthesizer Company, per gli amici “OSC”, un’industria musicale dalla vita breve ma che dal 1982 ha lasciato una pietra miliare nella storia dei sintetizzatori moderni: OSCar. (Fig. 3) Mah, forse sarà stato un omaggio ad Oscar Wilde che circa un secolo prima aveva frequentato l’università proprio da quelle parti? Intanto alla GMedia ci hanno pensato loro a fare un grosso omaggio alla OSC con questo strabiliante plug-in ribattezzato “impOSCar”.

Qui con la grafica ci hanno lavorato parecchio, e pure troppo bene direi. L’interfaccia grafica è essenzialmente la stessa dello strumento vero, stessi colori, stesso posizionamento dei controlli, e anche quelle odiose protuberanze alternate fra una sezione e l’altra. (Fig. 4) L’OSCar era un synth monofonico, basato su due DCO (Digitally Controlled Oscillator) in grado di fornire un dente di sega, una forma d’onda triangolare e una quadra fissa o ad ampiezza variabile, a seguire due filtri analogici a 12 dB su ottava, di tipo passa-basso, passa-alto o passa-banda e la possibilità di accoppiarli per ottenere un solo potente filtro a 24 dB su ottava, con i controlli di cut-off e resonance e un ADSR ad esso dedicato. Ma la grossa novità di questo synth che lo distingueva dai suoi simili e rivali MiniMoog e ARP Odyssey, era la possibilità di creare delle forme d’onda completamente nuove in base ad una sintesi additiva che consentiva di addizionare fino a 24 armonici usando i tasti della tastiera. Inoltre, siccome siamo già in era digitale, l’OSCar permetteva di memorizzare i preset, aveva un piccolo sequencer incorporato e, nella seconda revisione del 1984, aveva anche il MIDI. Tutto questo è stato perfettamente replicato in impOSCar, con in più la possibilità della polifonia, un processore d’effetti incorporato che offre un bel delay e un inutile chorus, la risposta alla dinamica della tastiera e tutti i vantaggi dei sintetizzatori software come la piena implementazione MIDI, il controllo remoto tramite i Control Change assegnabili, il supporto dell’automazione del sotware host e qualche centinaio di presets. Io non ho mai avuto l’occasione di provare personalmente l’OSCar originale, ma con questa simulazione software devo ammettere che mi sono divertito non poco, le possibilità di creare ottimi suoni analogici sono pressocché infinite, e anche se all’inizio mi giravano un po’ gli occhi a causa dell’enorme confusione che c’è nella disposizione dei controlli, dopo un po’ ho ci preso confidenza e ho cominciato a fare la mia prova del nove: trovare l’esatto suono che ho in mente. In questo caso, trattandosi dell’emulazione di un mono-synth, ho voluto mettere un po’ da parte tutte le nuove possibilità offerte dall’ambiente virtuale e usarlo come se avessi sotto mano il vero OSCar, e ho cercato di fare… avete presente la colonna sonora di Flashdance, il pezzo intitolato “Love Theme from Flashdance” della bellissima Helen St. John? Ebbene, il basso che si sente all’inizio del brano. Sono anni che sèguito ad ascoltare quel disco di tanto in tanto, e ogni volta che lo faccio mi accorgo che in ogni brano ci sono dei suoni anni ’80 favolosi. Risultato? Con impOSCar ho trovato subito il suono giusto! Sicuramente quello che ha fatto la differenza è stato il filtro, che si è rivelato molto dolce anche alzando un po’ la risonanza, dando al suono la giusta presenza e quella grossa profondità nella fascia delle frequenze basse. Non ho seguitato a programmare altri suoni perché m’ero talmente lasciato appassionare da quel basso che ho continuato a suonare con la sinistra l’impOSCar e con la destra il piano sul mio Motif ad un volume tale che mi sono fermato solo quando, girandomi verso le casse, mi sono accorto che i coni delle mie Tannoy stavano quasi per prendere il volo!

Minimonsta

E’ lui, il piccolo GRANDE mostro! Prima ho detto che uno dei rivali dell’OSCar era il MiniMoog, chi non sa di cosa parlo alzi la mano e… faccia un’ora di penitenza! Chiunque sia un appassionato di sintetizzatori non può non conoscere il MiniMoog (Fig. 5), forse l’opera più famosa del “padre dei sintetizzatori” Bob Moog, entrato in commercio nel 1970 e ancor’oggi molto usato e, soprattutto, valutato a peso d’oro sul mercato dell’usato. Restato in produzione fino al 1982, ne sono stati venduti circa tredicimila esemplari in tutto il mondo, ma è come se non fossero bastati, tanto che la Moog Music di recente ha pensato di produrre una riedizione ibrida digitale-analogica.

Ok, perdonando quei pochi penitenti che non sanno ancora di che pasta è fatto un MiniMoog, dico brevemente che trattasi di un sintetizzatore monofonico da tre ottave e mezza, costruito in un piccolo elegante involucro di legno con il pannello dei comandi sollevabile, basato su tre oscillatori a forma d’onda selezionabile ed intonabili separatamente, e sull’inimitabile filtro Moog passa-basso quattro poli a 24 dB su ottava. Inoltre, uno dei tre oscillatori può essere usato come sorgente per un LFO, c’è un generatore di rumore rosa o bianco, e il filtro ha la possibilità di andare in feedback. In più a tutto questo, il minimonsta della GMedia aggiunge un LFO e un XADSR entrambi modulabili esternamente e in grado di controllare qualsiasi parametro del synth; inoltre abbiamo la possibilità di suonare in polifonia, un effetto delay, la risposta alla dinamica, la piena implementazione MIDI e l’esclusivo sistema di controllo Melohman della Ohm Force che permette delle variazioni timbriche effettuando il morphing in tempo reale fra dodici suoni diversi. Infatti, nell’interfaccia di minimosta, a parte la bellezza dei singolari pomelli neri metallizzati tipici deigli strumenti Moog, spicca quell’ottava con i colori bianco e nero invertiti e con dei leds sui tasti. (Fig. 6) L’interfaccia grafica è piuttosto fedele al layout dello strumento originale, i comandi sono disposti secondo un ordine logico e molto intuitivo pertanto è facilissimo creare il proprio suono; al centro c’è un display che mostra l’elenco dei preset e i tasti per memorizzare nuovi preset e caricare quelli già forniti in dotazione, che ne sono diverse dozzine, fra cui un’esclusiva collezione creata in collaborazione con Rick Wakeman, il legendario tastierista degli Yes.

Diciamo che questo plug-in funziona su due livelli: uno riguarda il tradizionale funzionamento del MiniMoog, e il secondo riguarda l’implementazione delle nuove caratteristiche introdotte dalla GMedia e da Ohm Force. Infatti, quando qualcuno dei controlli dello strumento è modulato dall’LFO o dall’XADSR addizionale, questo diventa illuminato di blu. Per effettuare quest’assegnazione, basta cliccare sul controllo desiderato e poi assegnare la quantità di LFO o di XADSR (“AMP”) e successivamente regolarne i relativi parametri. Ebbene, tutto questo apre un mondo completamente nuovo di possibilità timbriche godendo dello spettacolare suono del MiniMoog e del suo ottimo filtro passa-basso. Il sistema Melohman, come dicevo prima, consente di passare da una sonorità all’altra usando i tasti della tastiera, proprio come in un organo Hammond, dove la prima ottava ha i colori invertiti e serve a cambiare i suoni al volo (ecco da dove hanno preso l’idea quelli della Ohm Force!). Infatti, alla destra del display dei presets, ci sono dodici tastini bianchi e neri che servono a memorizzare delle “snapshots”, ovvero delle istantanee dei settaggi attuali, e assegnarle a ciascuno dei corrispondenti tasti sulla tastiera Melohman, cosicché passando per esempio dall’istantanea memorizzata sul  DO a quella memorizzata sul MI, si vedono i controlli muoversi da soli da una posizione all’altra, e il suono effettua la trasformazione in modo fluido e trasparente. E tutte le dodici istantanee vengono memorizzate all’interno dello stesso preset. Ciò rende il minimonsta uno strumento spassosissimo da usare non solo in studio ma anche dal vivo! Ma il suono? Non molto tempo fa ho avuto l’occasione (o forse dovrei dire “la fortuna”?) di poter suonare ed ascoltare attentamente un vero Moog Modular, quel bestione di sintetizzatore che Keith Emerson usava appoggiare sul suo organo Hammond durante i concerti. Devo dire che sono rimasto impressionato, mai sentita tanta potenza e ricchezza armonica uscire da un “elettrofono”. Il MiniMoog ha essenzialmente gli stessi oscillatori e lo stesso filtro di un Modular. Quando ho suonato minimonsta avevo in mente ancora il suono del Moog Modular e cercavo la stessa timbrica ma… qualcosa non andava. Eh sì, in effetti dimenticavo che stavo avendo a che fare con un software, ed in quanto tale, il suono è condizionato anche da tutta la tecnologia di contorno, e cioè la scheda audio, i cavi, e l’impianto di monitoraggio. A questo punto mi sono concentrato non tanto sul suo carattere “solistico” ma sulla sua capacità di farsi notare all’interno di un mix completo. Ho, quindi, caricato le tracce di una song su cui stavo lavorando in questi giorni, ho messo in mute la traccia di basso attualmente suonata dal freeware giapponese Synth1, e l’ho copiata su una traccia vuota a cui ho assegnato il minimonsta. Dopo meno di cinque minuti avevo trovato un suono di basso synth molto più ricco e presente di quello che ottenevo prima con Synth1, e senza nemmeno dover agire poi tanto sui controlli: semplicemente una sovrapposizione di dente di sega, quadra e triangolare, risonanza e cutoff a ore 9. Magia! La differenza che ho notato è che il basso di Synth1 spariva nel mix quando scendeva sotto i 90-100 Hz e usciva fin troppo quando si aggirava intorno ai 110 Hz (il LA della seconda ottava), mentre quello di minimonsta restava omogeneo e presente per tutte le note usate. Insomma, se un plug-in è soddisfacente all’interno di un mix vuol dire che è davvero uno strumento riustico, no? Poi mi sono voluto togliere un altro sfizio: avete presente “Chameleon”, il famoso brano di Herbie Hancock? In quel brano c’è un assolo suonato proprio con il MiniMoog, e anche il basso che si sente all’inizio dovrebbe essere del MiniMoog. Con un po’ di smanettamenti vari sui potenziometri sono riuscito a riottenere quel suono e suonare l’assolo insieme al grande Herbie… ma in quanto all’esecuzione ha vinto lui!

Oddity

In inglese significa “stranezza”, e in effetti non siamo poi tanto lontani dalla sensazione che ho provato io quando ho suonato questo plugin. Oddity vuol’essere la simulazione dell’ARP Odyssey (Fig. 7), synth famosissimo che ricordo di aver provato forse 12 o 13 anni fa in un negozio. Introdotto nel 1972 dalla American Recording & Performance Co. voleva essere la risposta al MiniMoog tanto da copiare anche il progetto del “Moog Ladder Filter”, procurandosi anche una querela legale da parte della Moog. La simulazione che propone la GMedia è piuttosto fedele, a partire dall’interfaccia (Fig. 8) con gli stessi colori della versione “black face” e la stessa disposizione dei controlli. In questo caso le aggiunte software sono state pochissime, infatti Oddity risponde alla dinamica e supporta controlli MIDI e automazione, ma non è polifonico e non ci sono effetti aggiuntivi né altri tipi di controlli al di fuori di quelli standard. La struttura dello strumento è piuttosto semplice, basata due oscillatori sincronizzabili e in grado di funzionare anche in modalità dual, il filtro passa-basso simile al Minimoog, un filtro passa-alto in cascata, un LFO, generatore di rumore bianco o rosa, portamento e ADSR globale. Molto semplice come struttura ma in grado di generare dei simpaticissimi suoni lead, laser, sweeps e quant’altro abbia un carattere anni ’70. Una buona simulazione, a mio avviso, ma non eccitante quanto impOSCar o minimonsta.

Conclusioni

I plug-in della GMedia sono tutti nei formati VST, RTAS o AU per Mac o Win, si installano senza problemi e hanno tutti un impatto leggerissimo sulla CPU. La passione che hanno messo gli sviluppatori nell’imitare gli strumenti originali è senz’ombra di dubbio equiparabile solo al successo ottenuto dall’ottima riuscita dei loro prodotti. M-Tron è un vero gioiello, un prezioso database digitale delle mitiche sonorità del Mellotron, impOSCar rappresenta indubbiamente uno dei synth VA più riusciti, minimonsta è un ottimo compromesso per chi vorrebbe un MiniMoog a portata di mano ma non può permettersene uno vero, e Oddity è sicuramente l’ideale per i più fantasiosi.

L’americana M-Audio è da poco diventata distributrice ufficiale dei prodotti GForce in versione “Helen St. John”, ovvero dei già famosi sintetizzatori virtuali prodotti dalla GMedia Music che, grazie al distributore italiano SoundWave, abbiamo avuto la possibilità di testare per i lettori di CM2. M-Tron, impOSCar, Minimonsta e Oddity, questi i nomi dei quattro synth che hanno fatto vibrare i nostri speakers durante i test. E vi giuro che di vibrazioni ne abbiamo sentite anche troppe!

M-Tron:

Il primo plug-in che ho voluto provare si chiama M-Tron, una simulazione del famoso Mellotron. (Fig.1) Il concetto del suo funzionamento fu inventato inizialmente nel 1946 dallo statunitense Harry Chamberlin e si trattava, in effetti, di una specie di organetto, dalla sembianza piuttosto buffa, che al suo interno aveva una serie di nastri e testine magnetiche, una per tasto, e un preamplificatore finale, ovviamente, valvolare. Quando si premeva un tasto partiva il playback del rispettivo nastro finché non finiva la registrazione, di solito di una durata di circa 7 secondi, e al rilascio del tasto un meccanismo a molla riavvolgeva velocemente il nastro. I suoni più famosi registrati sui nastri del Mellotron erano un flauto, un coro di voci umane e un ensemble d’archi, ma in realtà, durante gli anni a venire, sono state prodotte decine di set di nastri allo scopo di poter riprodurre i suoni più disparati, dalle orchestre sinfoniche agli effetti sonori, dalle voci umane a veri e propri arrangiamenti bandistici, dal pianoforte a coda all’organo Hammond. Molti artisti hanno reso questo strumento famoso fra cui citerei i Genesis, i Pink Floyd, i Tangerine Dream, ma chi per la prima volta lo usò in una registrazione commerciale furono proprio i Beatles che nel 1967 pubblicarono Strawberry Fields Forever, destando una forte curiosità fra i musicisti dell’epoca nel voler scoprire quale strumento fosse in grado di riprodurre quello strano suono di flauto… polifonico! All’epoca il Mellotron era divenuto di produzione britannica, dato che il suo progetto, negli anni, passò per le mani di diversi ingegneri e astuti venditori, interessati chi a migliorarne il funzionamento, chi a trarre profitto da quella promettente novità. E’ rimasto in produzione fino all’inizio degli anni ’80, quando oramai i campionatori digitali cominciavano a diffondersi a larga scala. A tutt’oggi, sono pochissimi i modelli funzionanti ancora in circolazione, ed è raro trovarne uno in vendita, e sicuramente è ancor più raro trovare i set di nastri. Ma evidentemente i ragazzi della GMedia non hanno avuto difficoltà a reperire il loro Mellotron da studiare a fondo ed imitare in ambiente informatico, e sicuramente sono stati molto fortunati a trovare quasi tutti i set di nastri in circolazione! Infatti, quello che mi ha colpito maggiormente di M-Tron è stata la grande varietà di suoni inclusi nel plug-in, 103 per la precisione, per un totale di circa due gigabyte di campioni! Ogni nastro è stato campionato singolarmente dall’inizio alla fine, fedelmente. E quando dico “fedelmente” intendo che in ogni campionamento c’è veramente tutto, fin’anche il fruscìo, le distorsioni, i drop-outs e gli sbalzi di intonazione. Del resto, sarei rimasto piuttosto deluso se, al contrario, avessi trovato dei suoni perfetti e puliti: sarebbe stata sicuramente un’imitazione infedele! Beh, a dire il vero, di infedele nel plug-in qualcosa c’è, e si tratta dell’interfaccia grafica. Secondo me lascia un po’ a desiderare, e i controlli non corrispondono del tutto a quelli dello strumento originale (Fig. 2), soprattutto il selettore a tre posizioni ABC che nello strumento originale serviva a selezionare una delle tre tracce presenti su ogni nastro, consentendo al musicista di cambiare il suono come se si trattasse di un vero preset. Invece su M-Tron questo selettore viene usato per aprire il pannello di controllo ed effettuare diverse operazioni: su A il pannello è chiuso, su B si accede a due slider orizzontali per la regolazione di Attack e Release (controlli ovviamente non presenti sullo strumento originale) e su C si accede al menu per il caricamento del sample-set. Tuttavia, le bruciature di sigaretta e le macchie da tazza di caffè hanno il loro fascino! Oltre questa piccola, oserei dire “licenza poetica” riguardante il selettore ABC, la GMedia non s’è presa altre libertà, pertanto  non troveremo filtri né effetti né null’altro che esuli dal semplice concetto del vero Mellotron. Il suono è stupefacente, ovviamente monoaurale, l’estensione e la polifonia sono complete (35 note), l’impatto sulla CPU del computer è pressoché impercettibile. Un vero spasso quando si tratta di voler riprodurre col proprio computer le sonorità degli anni ’60 e ’70, ma nulla toglie che questo plug-in possa tornare utile in generi musicali più recenti come ambient, nu-metal, lo-fi, gothic, new age ecc. soprattutto se abbinato a qualche buon processore d’effetti.

impOSCar:

Cosa c’è ad Oxford in Inghilterra? Una delle università più famose del mondo, direste voi. Giusto, ma almeno fino a qualche anno fa c’era anche la Oxford Synthesizer Company, per gli amici “OSC”, un’industria musicale dalla vita breve ma che dal 1982 ha lasciato una pietra miliare nella storia dei sintetizzatori moderni: OSCar. (Fig. 3) Mah, forse sarà stato un omaggio ad Oscar Wilde che circa un secolo prima aveva frequentato l’università proprio da quelle parti? Intanto alla GMedia ci hanno pensato loro a fare un grosso omaggio alla OSC con questo strabiliante plug-in ribattezzato “impOSCar”.

Qui con la grafica ci hanno lavorato parecchio, e pure troppo bene direi. L’interfaccia grafica è essenzialmente la stessa dello strumento vero, stessi colori, stesso posizionamento dei controlli, e anche quelle odiose protuberanze alternate fra una sezione e l’altra. (Fig. 4) L’OSCar era un synth monofonico, basato su due DCO (Digitally Controlled Oscillator) in grado di fornire un dente di sega, una forma d’onda triangolare e una quadra fissa o ad ampiezza variabile, a seguire due filtri analogici a 12 dB su ottava, di tipo passa-basso, passa-alto o passa-banda e la possibilità di accoppiarli per ottenere un solo potente filtro a 24 dB su ottava, con i controlli di cut-off e resonance e un ADSR ad esso dedicato. Ma la grossa novità di questo synth che lo distingueva dai suoi simili e rivali MiniMoog e ARP Odyssey, era la possibilità di creare delle forme d’onda completamente nuove in base ad una sintesi additiva che consentiva di addizionare fino a 24 armonici usando i tasti della tastiera. Inoltre, siccome siamo già in era digitale, l’OSCar permetteva di memorizzare i preset, aveva un piccolo sequencer incorporato e, nella seconda revisione del 1984, aveva anche il MIDI. Tutto questo è stato perfettamente replicato in impOSCar, con in più la possibilità della polifonia, un processore d’effetti incorporato che offre un bel delay e un inutile chorus, la risposta alla dinamica della tastiera e tutti i vantaggi dei sintetizzatori software come la piena implementazione MIDI, il controllo remoto tramite i Control Change assegnabili, il supporto dell’automazione del sotware host e qualche centinaio di presets. Io non ho mai avuto l’occasione di provare personalmente l’OSCar originale, ma con questa simulazione software devo ammettere che mi sono divertito non poco, le possibilità di creare ottimi suoni analogici sono pressocché infinite, e anche se all’inizio mi giravano un po’ gli occhi a causa dell’enorme confusione che c’è nella disposizione dei controlli, dopo un po’ ho ci preso confidenza e ho cominciato a fare la mia prova del nove: trovare l’esatto suono che ho in mente. In questo caso, trattandosi dell’emulazione di un mono-synth, ho voluto mettere un po’ da parte tutte le nuove possibilità offerte dall’ambiente virtuale e usarlo come se avessi sotto mano il vero OSCar, e ho cercato di fare… avete presente la colonna sonora di Flashdance, il pezzo intitolato “Love Theme from Flashdance” della bellissima Helen St. John? Ebbene, il basso che si sente all’inizio del brano. Sono anni che sèguito ad ascoltare quel disco di tanto in tanto, e ogni volta che lo faccio mi accorgo che in ogni brano ci sono dei suoni anni ’80 favolosi. Risultato? Con impOSCar ho trovato subito il suono giusto! Sicuramente quello che ha fatto la differenza è stato il filtro, che si è rivelato molto dolce anche alzando un po’ la risonanza, dando al suono la giusta presenza e quella grossa profondità nella fascia delle frequenze basse. Non ho seguitato a programmare altri suoni perché m’ero talmente lasciato appassionare da quel basso che ho continuato a suonare con la sinistra l’impOSCar e con la destra il piano sul mio Motif ad un volume tale che mi sono fermato solo quando, girandomi verso le casse, mi sono accorto che i coni delle mie Tannoy stavano quasi per prendere il volo!

Minimonsta:

E’ lui, il piccolo GRANDE mostro! Prima ho detto che uno dei rivali dell’OSCar era il MiniMoog, chi non sa di cosa parlo alzi la mano e… faccia un’ora di penitenza! Chiunque sia un appassionato di sintetizzatori non può non conoscere il MiniMoog (Fig. 5), forse l’opera più famosa del “padre dei sintetizzatori” Bob Moog, entrato in commercio nel 1970 e ancor’oggi molto usato e, soprattutto, valutato a peso d’oro sul mercato dell’usato. Restato in produzione fino al 1982, ne sono stati venduti circa tredicimila esemplari in tutto il mondo, ma è come se non fossero bastati, tanto che la Moog Music di recente ha pensato di produrre una riedizione ibrida digitale-analogica.

Ok, perdonando quei pochi penitenti che non sanno ancora di che pasta è fatto un MiniMoog, dico brevemente che trattasi di un sintetizzatore monofonico da tre ottave e mezza, costruito in un piccolo elegante involucro di legno con il pannello dei comandi sollevabile, basato su tre oscillatori a forma d’onda selezionabile ed intonabili separatamente, e sull’inimitabile filtro Moog passa-basso quattro poli a 24 dB su ottava. Inoltre, uno dei tre oscillatori può essere usato come sorgente per un LFO, c’è un generatore di rumore rosa o bianco, e il filtro ha la possibilità di andare in feedback. In più a tutto questo, il minimonsta della GMedia aggiunge un LFO e un XADSR entrambi modulabili esternamente e in grado di controllare qualsiasi parametro del synth; inoltre abbiamo la possibilità di suonare in polifonia, un effetto delay, la risposta alla dinamica, la piena implementazione MIDI e l’esclusivo sistema di controllo Melohman della Ohm Force che permette delle variazioni timbriche effettuando il morphing in tempo reale fra dodici suoni diversi. Infatti, nell’interfaccia di minimosta, a parte la bellezza dei singolari pomelli neri metallizzati tipici deigli strumenti Moog, spicca quell’ottava con i colori bianco e nero invertiti e con dei leds sui tasti. (Fig. 6) L’interfaccia grafica è piuttosto fedele al layout dello strumento originale, i comandi sono disposti secondo un ordine logico e molto intuitivo pertanto è facilissimo creare il proprio suono; al centro c’è un display che mostra l’elenco dei preset e i tasti per memorizzare nuovi preset e caricare quelli già forniti in dotazione, che ne sono diverse dozzine, fra cui un’esclusiva collezione creata in collaborazione con Rick Wakeman, il legendario tastierista degli Yes.

Diciamo che questo plug-in funziona su due livelli: uno riguarda il tradizionale funzionamento del MiniMoog, e il secondo riguarda l’implementazione delle nuove caratteristiche introdotte dalla GMedia e da Ohm Force. Infatti, quando qualcuno dei controlli dello strumento è modulato dall’LFO o dall’XADSR addizionale, questo diventa illuminato di blu. Per effettuare quest’assegnazione, basta cliccare sul controllo desiderato e poi assegnare la quantità di LFO o di XADSR (“AMP”) e successivamente regolarne i relativi parametri. Ebbene, tutto questo apre un mondo completamente nuovo di possibilità timbriche godendo dello spettacolare suono del MiniMoog e del suo ottimo filtro passa-basso. Il sistema Melohman, come dicevo prima, consente di passare da una sonorità all’altra usando i tasti della tastiera, proprio come in un organo Hammond, dove la prima ottava ha i colori invertiti e serve a cambiare i suoni al volo (ecco da dove hanno preso l’idea quelli della Ohm Force!). Infatti, alla destra del display dei presets, ci sono dodici tastini bianchi e neri che servono a memorizzare delle “snapshots”, ovvero delle istantanee dei settaggi attuali, e assegnarle a ciascuno dei corrispondenti tasti sulla tastiera Melohman, cosicché passando per esempio dall’istantanea memorizzata sul  DO a quella memorizzata sul MI, si vedono i controlli muoversi da soli da una posizione all’altra, e il suono effettua la trasformazione in modo fluido e trasparente. E tutte le dodici istantanee vengono memorizzate all’interno dello stesso preset. Ciò rende il minimonsta uno strumento spassosissimo da usare non solo in studio ma anche dal vivo! Ma il suono? Non molto tempo fa ho avuto l’occasione (o forse dovrei dire “la fortuna”?) di poter suonare ed ascoltare attentamente un vero Moog Modular, quel bestione di sintetizzatore che Keith Emerson usava appoggiare sul suo organo Hammond durante i concerti. Devo dire che sono rimasto impressionato, mai sentita tanta potenza e ricchezza armonica uscire da un “elettrofono”. Il MiniMoog ha essenzialmente gli stessi oscillatori e lo stesso filtro di un Modular. Quando ho suonato minimonsta avevo in mente ancora il suono del Moog Modular e cercavo la stessa timbrica ma… qualcosa non andava. Eh sì, in effetti dimenticavo che stavo avendo a che fare con un software, ed in quanto tale, il suono è condizionato anche da tutta la tecnologia di contorno, e cioè la scheda audio, i cavi, e l’impianto di monitoraggio. A questo punto mi sono concentrato non tanto sul suo carattere “solistico” ma sulla sua capacità di farsi notare all’interno di un mix completo. Ho, quindi, caricato le tracce di una song su cui stavo lavorando in questi giorni, ho messo in mute la traccia di basso attualmente suonata dal freeware giapponese Synth1, e l’ho copiata su una traccia vuota a cui ho assegnato il minimonsta. Dopo meno di cinque minuti avevo trovato un suono di basso synth molto più ricco e presente di quello che ottenevo prima con Synth1, e senza nemmeno dover agire poi tanto sui controlli: semplicemente una sovrapposizione di dente di sega, quadra e triangolare, risonanza e cutoff a ore 9. Magia! La differenza che ho notato è che il basso di Synth1 spariva nel mix quando scendeva sotto i 90-100 Hz e usciva fin troppo quando si aggirava intorno ai 110 Hz (il LA della seconda ottava), mentre quello di minimonsta restava omogeneo e presente per tutte le note usate. Insomma, se un plug-in è soddisfacente all’interno di un mix vuol dire che è davvero uno strumento riustico, no? Poi mi sono voluto togliere un altro sfizio: avete presente “Chameleon”, il famoso brano di Herbie Hancock? In quel brano c’è un assolo suonato proprio con il MiniMoog, e anche il basso che si sente all’inizio dovrebbe essere del MiniMoog. Con un po’ di smanettamenti vari sui potenziometri sono riuscito a riottenere quel suono e suonare l’assolo insieme al grande Herbie… ma in quanto all’esecuzione ha vinto lui!

Oddity:

In inglese significa “stranezza”, e in effetti non siamo poi tanto lontani dalla sensazione che ho provato io quando ho suonato questo plugin. Oddity vuol’essere la simulazione dell’ARP Odyssey (Fig. 7), synth famosissimo che ricordo di aver provato forse 12 o 13 anni fa in un negozio. Introdotto nel 1972 dalla American Recording & Performance Co. voleva essere la risposta al MiniMoog tanto da copiare anche il progetto del “Moog Ladder Filter”, procurandosi anche una querela legale da parte della Moog. La simulazione che propone la GMedia è piuttosto fedele, a partire dall’interfaccia (Fig. 8) con gli stessi colori della versione “black face” e la stessa disposizione dei controlli. In questo caso le aggiunte software sono state pochissime, infatti Oddity risponde alla dinamica e supporta controlli MIDI e automazione, ma non è polifonico e non ci sono effetti aggiuntivi né altri tipi di controlli al di fuori di quelli standard. La struttura dello strumento è piuttosto semplice, basata due oscillatori sincronizzabili e in grado di funzionare anche in modalità dual, il filtro passa-basso simile al Minimoog, un filtro passa-alto in cascata, un LFO, generatore di rumore bianco o rosa, portamento e ADSR globale. Molto semplice come struttura ma in grado di generare dei simpaticissimi suoni lead, laser, sweeps e quant’altro abbia un carattere anni ’70. Una buona simulazione, a mio avviso, ma non eccitante quanto impOSCar o minimonsta.

Conclusioni:

I plug-in della GMedia sono tutti nei formati VST, RTAS o AU per Mac o Win, si installano senza problemi e hanno tutti un impatto leggerissimo sulla CPU. La passione che hanno messo gli sviluppatori nell’imitare gli strumenti originali è senz’ombra di dubbio equiparabile solo al successo ottenuto dall’ottima riuscita dei loro prodotti. M-Tron è un vero gioiello, un prezioso database digitale delle mitiche sonorità del Mellotron, impOSCar rappresenta indubbiamente uno dei synth VA più riusciti, minimonsta è un ottimo compromesso per chi vorrebbe un MiniMoog a portata di mano ma non può permettersene uno vero, e Oddity è sicuramente l’ideale per i più fantasiosi.

L’americana M-Audio è da poco diventata distributrice ufficiale dei prodotti GForce in versione “Helen St. John”, ovvero dei già famosi sintetizzatori virtuali prodotti dalla GMedia Music che, grazie al distributore italiano SoundWave, abbiamo avuto la possibilità di testare per i lettori di CM2. M-Tron, impOSCar, Minimonsta e Oddity, questi i nomi dei quattro synth che hanno fatto vibrare i nostri speakers durante i test. E vi giuro che di vibrazioni ne abbiamo sentite anche troppe!

M-Tron:

Il primo plug-in che ho voluto provare si chiama M-Tron, una simulazione del famoso Mellotron. (Fig.1) Il concetto del suo funzionamento fu inventato inizialmente nel 1946 dallo statunitense Harry Chamberlin e si trattava, in effetti, di una specie di organetto, dalla sembianza piuttosto buffa, che al suo interno aveva una serie di nastri e testine magnetiche, una per tasto, e un preamplificatore finale, ovviamente, valvolare. Quando si premeva un tasto partiva il playback del rispettivo nastro finché non finiva la registrazione, di solito di una durata di circa 7 secondi, e al rilascio del tasto un meccanismo a molla riavvolgeva velocemente il nastro. I suoni più famosi registrati sui nastri del Mellotron erano un flauto, un coro di voci umane e un ensemble d’archi, ma in realtà, durante gli anni a venire, sono state prodotte decine di set di nastri allo scopo di poter riprodurre i suoni più disparati, dalle orchestre sinfoniche agli effetti sonori, dalle voci umane a veri e propri arrangiamenti bandistici, dal pianoforte a coda all’organo Hammond. Molti artisti hanno reso questo strumento famoso fra cui citerei i Genesis, i Pink Floyd, i Tangerine Dream, ma chi per la prima volta lo usò in una registrazione commerciale furono proprio i Beatles che nel 1967 pubblicarono Strawberry Fields Forever, destando una forte curiosità fra i musicisti dell’epoca nel voler scoprire quale strumento fosse in grado di riprodurre quello strano suono di flauto… polifonico! All’epoca il Mellotron era divenuto di produzione britannica, dato che il suo progetto, negli anni, passò per le mani di diversi ingegneri e astuti venditori, interessati chi a migliorarne il funzionamento, chi a trarre profitto da quella promettente novità. E’ rimasto in produzione fino all’inizio degli anni ’80, quando oramai i campionatori digitali cominciavano a diffondersi a larga scala. A tutt’oggi, sono pochissimi i modelli funzionanti ancora in circolazione, ed è raro trovarne uno in vendita, e sicuramente è ancor più raro trovare i set di nastri. Ma evidentemente i ragazzi della GMedia non hanno avuto difficoltà a reperire il loro Mellotron da studiare a fondo ed imitare in ambiente informatico, e sicuramente sono stati molto fortunati a trovare quasi tutti i set di nastri in circolazione! Infatti, quello che mi ha colpito maggiormente di M-Tron è stata la grande varietà di suoni inclusi nel plug-in, 103 per la precisione, per un totale di circa due gigabyte di campioni! Ogni nastro è stato campionato singolarmente dall’inizio alla fine, fedelmente. E quando dico “fedelmente” intendo che in ogni campionamento c’è veramente tutto, fin’anche il fruscìo, le distorsioni, i drop-outs e gli sbalzi di intonazione. Del resto, sarei rimasto piuttosto deluso se, al contrario, avessi trovato dei suoni perfetti e puliti: sarebbe stata sicuramente un’imitazione infedele! Beh, a dire il vero, di infedele nel plug-in qualcosa c’è, e si tratta dell’interfaccia grafica. Secondo me lascia un po’ a desiderare, e i controlli non corrispondono del tutto a quelli dello strumento originale (Fig. 2), soprattutto il selettore a tre posizioni ABC che nello strumento originale serviva a selezionare una delle tre tracce presenti su ogni nastro, consentendo al musicista di cambiare il suono come se si trattasse di un vero preset. Invece su M-Tron questo selettore viene usato per aprire il pannello di controllo ed effettuare diverse operazioni: su A il pannello è chiuso, su B si accede a due slider orizzontali per la regolazione di Attack e Release (controlli ovviamente non presenti sullo strumento originale) e su C si accede al menu per il caricamento del sample-set. Tuttavia, le bruciature di sigaretta e le macchie da tazza di caffè hanno il loro fascino! Oltre questa piccola, oserei dire “licenza poetica” riguardante il selettore ABC, la GMedia non s’è presa altre libertà, pertanto  non troveremo filtri né effetti né null’altro che esuli dal semplice concetto del vero Mellotron. Il suono è stupefacente, ovviamente monoaurale, l’estensione e la polifonia sono complete (35 note), l’impatto sulla CPU del computer è pressoché impercettibile. Un vero spasso quando si tratta di voler riprodurre col proprio computer le sonorità degli anni ’60 e ’70, ma nulla toglie che questo plug-in possa tornare utile in generi musicali più recenti come ambient, nu-metal, lo-fi, gothic, new age ecc. soprattutto se abbinato a qualche buon processore d’effetti.

impOSCar:

Cosa c’è ad Oxford in Inghilterra? Una delle università più famose del mondo, direste voi. Giusto, ma almeno fino a qualche anno fa c’era anche la Oxford Synthesizer Company, per gli amici “OSC”, un’industria musicale dalla vita breve ma che dal 1982 ha lasciato una pietra miliare nella storia dei sintetizzatori moderni: OSCar. (Fig. 3) Mah, forse sarà stato un omaggio ad Oscar Wilde che circa un secolo prima aveva frequentato l’università proprio da quelle parti? Intanto alla GMedia ci hanno pensato loro a fare un grosso omaggio alla OSC con questo strabiliante plug-in ribattezzato “impOSCar”.

Qui con la grafica ci hanno lavorato parecchio, e pure troppo bene direi. L’interfaccia grafica è essenzialmente la stessa dello strumento vero, stessi colori, stesso posizionamento dei controlli, e anche quelle odiose protuberanze alternate fra una sezione e l’altra. (Fig. 4) L’OSCar era un synth monofonico, basato su due DCO (Digitally Controlled Oscillator) in grado di fornire un dente di sega, una forma d’onda triangolare e una quadra fissa o ad ampiezza variabile, a seguire due filtri analogici a 12 dB su ottava, di tipo passa-basso, passa-alto o passa-banda e la possibilità di accoppiarli per ottenere un solo potente filtro a 24 dB su ottava, con i controlli di cut-off e resonance e un ADSR ad esso dedicato. Ma la grossa novità di questo synth che lo distingueva dai suoi simili e rivali MiniMoog e ARP Odyssey, era la possibilità di creare delle forme d’onda completamente nuove in base ad una sintesi additiva che consentiva di addizionare fino a 24 armonici usando i tasti della tastiera. Inoltre, siccome siamo già in era digitale, l’OSCar permetteva di memorizzare i preset, aveva un piccolo sequencer incorporato e, nella seconda revisione del 1984, aveva anche il MIDI. Tutto questo è stato perfettamente replicato in impOSCar, con in più la possibilità della polifonia, un processore d’effetti incorporato che offre un bel delay e un inutile chorus, la risposta alla dinamica della tastiera e tutti i vantaggi dei sintetizzatori software come la piena implementazione MIDI, il controllo remoto tramite i Control Change assegnabili, il supporto dell’automazione del sotware host e qualche centinaio di presets. Io non ho mai avuto l’occasione di provare personalmente l’OSCar originale, ma con questa simulazione software devo ammettere che mi sono divertito non poco, le possibilità di creare ottimi suoni analogici sono pressocché infinite, e anche se all’inizio mi giravano un po’ gli occhi a causa dell’enorme confusione che c’è nella disposizione dei controlli, dopo un po’ ho ci preso confidenza e ho cominciato a fare la mia prova del nove: trovare l’esatto suono che ho in mente. In questo caso, trattandosi dell’emulazione di un mono-synth, ho voluto mettere un po’ da parte tutte le nuove possibilità offerte dall’ambiente virtuale e usarlo come se avessi sotto mano il vero OSCar, e ho cercato di fare… avete presente la colonna sonora di Flashdance, il pezzo intitolato “Love Theme from Flashdance” della bellissima Helen St. John? Ebbene, il basso che si sente all’inizio del brano. Sono anni che sèguito ad ascoltare quel disco di tanto in tanto, e ogni volta che lo faccio mi accorgo che in ogni brano ci sono dei suoni anni ’80 favolosi. Risultato? Con impOSCar ho trovato subito il suono giusto! Sicuramente quello che ha fatto la differenza è stato il filtro, che si è rivelato molto dolce anche alzando un po’ la risonanza, dando al suono la giusta presenza e quella grossa profondità nella fascia delle frequenze basse. Non ho seguitato a programmare altri suoni perché m’ero talmente lasciato appassionare da quel basso che ho continuato a suonare con la sinistra l’impOSCar e con la destra il piano sul mio Motif ad un volume tale che mi sono fermato solo quando, girandomi verso le casse, mi sono accorto che i coni delle mie Tannoy stavano quasi per prendere il volo!

Minimonsta:

E’ lui, il piccolo GRANDE mostro! Prima ho detto che uno dei rivali dell’OSCar era il MiniMoog, chi non sa di cosa parlo alzi la mano e… faccia un’ora di penitenza! Chiunque sia un appassionato di sintetizzatori non può non conoscere il MiniMoog (Fig. 5), forse l’opera più famosa del “padre dei sintetizzatori” Bob Moog, entrato in commercio nel 1970 e ancor’oggi molto usato e, soprattutto, valutato a peso d’oro sul mercato dell’usato. Restato in produzione fino al 1982, ne sono stati venduti circa tredicimila esemplari in tutto il mondo, ma è come se non fossero bastati, tanto che la Moog Music di recente ha pensato di produrre una riedizione ibrida digitale-analogica.

Ok, perdonando quei pochi penitenti che non sanno ancora di che pasta è fatto un MiniMoog, dico brevemente che trattasi di un sintetizzatore monofonico da tre ottave e mezza, costruito in un piccolo elegante involucro di legno con il pannello dei comandi sollevabile, basato su tre oscillatori a forma d’onda selezionabile ed intonabili separatamente, e sull’inimitabile filtro Moog passa-basso quattro poli a 24 dB su ottava. Inoltre, uno dei tre oscillatori può essere usato come sorgente per un LFO, c’è un generatore di rumore rosa o bianco, e il filtro ha la possibilità di andare in feedback. In più a tutto questo, il minimonsta della GMedia aggiunge un LFO e un XADSR entrambi modulabili esternamente e in grado di controllare qualsiasi parametro del synth; inoltre abbiamo la possibilità di suonare in polifonia, un effetto delay, la risposta alla dinamica, la piena implementazione MIDI e l’esclusivo sistema di controllo Melohman della Ohm Force che permette delle variazioni timbriche effettuando il morphing in tempo reale fra dodici suoni diversi. Infatti, nell’interfaccia di minimosta, a parte la bellezza dei singolari pomelli neri metallizzati tipici deigli strumenti Moog, spicca quell’ottava con i colori bianco e nero invertiti e con dei leds sui tasti. (Fig. 6) L’interfaccia grafica è piuttosto fedele al layout dello strumento originale, i comandi sono disposti secondo un ordine logico e molto intuitivo pertanto è facilissimo creare il proprio suono; al centro c’è un display che mostra l’elenco dei preset e i tasti per memorizzare nuovi preset e caricare quelli già forniti in dotazione, che ne sono diverse dozzine, fra cui un’esclusiva collezione creata in collaborazione con Rick Wakeman, il legendario tastierista degli Yes.

Diciamo che questo plug-in funziona su due livelli: uno riguarda il tradizionale funzionamento del MiniMoog, e il secondo riguarda l’implementazione delle nuove caratteristiche introdotte dalla GMedia e da Ohm Force. Infatti, quando qualcuno dei controlli dello strumento è modulato dall’LFO o dall’XADSR addizionale, questo diventa illuminato di blu. Per effettuare quest’assegnazione, basta cliccare sul controllo desiderato e poi assegnare la quantità di LFO o di XADSR (“AMP”) e successivamente regolarne i relativi parametri. Ebbene, tutto questo apre un mondo completamente nuovo di possibilità timbriche godendo dello spettacolare suono del MiniMoog e del suo ottimo filtro passa-basso. Il sistema Melohman, come dicevo prima, consente di passare da una sonorità all’altra usando i tasti della tastiera, proprio come in un organo Hammond, dove la prima ottava ha i colori invertiti e serve a cambiare i suoni al volo (ecco da dove hanno preso l’idea quelli della Ohm Force!). Infatti, alla destra del display dei presets, ci sono dodici tastini bianchi e neri che servono a memorizzare delle “snapshots”, ovvero delle istantanee dei settaggi attuali, e assegnarle a ciascuno dei corrispondenti tasti sulla tastiera Melohman, cosicché passando per esempio dall’istantanea memorizzata sul  DO a quella memorizzata sul MI, si vedono i controlli muoversi da soli da una posizione all’altra, e il suono effettua la trasformazione in modo fluido e trasparente. E tutte le dodici istantanee vengono memorizzate all’interno dello stesso preset. Ciò rende il minimonsta uno strumento spassosissimo da usare non solo in studio ma anche dal vivo! Ma il suono? Non molto tempo fa ho avuto l’occasione (o forse dovrei dire “la fortuna”?) di poter suonare ed ascoltare attentamente un vero Moog Modular, quel bestione di sintetizzatore che Keith Emerson usava appoggiare sul suo organo Hammond durante i concerti. Devo dire che sono rimasto impressionato, mai sentita tanta potenza e ricchezza armonica uscire da un “elettrofono”. Il MiniMoog ha essenzialmente gli stessi oscillatori e lo stesso filtro di un Modular. Quando ho suonato minimonsta avevo in mente ancora il suono del Moog Modular e cercavo la stessa timbrica ma… qualcosa non andava. Eh sì, in effetti dimenticavo che stavo avendo a che fare con un software, ed in quanto tale, il suono è condizionato anche da tutta la tecnologia di contorno, e cioè la scheda audio, i cavi, e l’impianto di monitoraggio. A questo punto mi sono concentrato non tanto sul suo carattere “solistico” ma sulla sua capacità di farsi notare all’interno di un mix completo. Ho, quindi, caricato le tracce di una song su cui stavo lavorando in questi giorni, ho messo in mute la traccia di basso attualmente suonata dal freeware giapponese Synth1, e l’ho copiata su una traccia vuota a cui ho assegnato il minimonsta. Dopo meno di cinque minuti avevo trovato un suono di basso synth molto più ricco e presente di quello che ottenevo prima con Synth1, e senza nemmeno dover agire poi tanto sui controlli: semplicemente una sovrapposizione di dente di sega, quadra e triangolare, risonanza e cutoff a ore 9. Magia! La differenza che ho notato è che il basso di Synth1 spariva nel mix quando scendeva sotto i 90-100 Hz e usciva fin troppo quando si aggirava intorno ai 110 Hz (il LA della seconda ottava), mentre quello di minimonsta restava omogeneo e presente per tutte le note usate. Insomma, se un plug-in è soddisfacente all’interno di un mix vuol dire che è davvero uno strumento riustico, no? Poi mi sono voluto togliere un altro sfizio: avete presente “Chameleon”, il famoso brano di Herbie Hancock? In quel brano c’è un assolo suonato proprio con il MiniMoog, e anche il basso che si sente all’inizio dovrebbe essere del MiniMoog. Con un po’ di smanettamenti vari sui potenziometri sono riuscito a riottenere quel suono e suonare l’assolo insieme al grande Herbie… ma in quanto all’esecuzione ha vinto lui!

Oddity:

In inglese significa “stranezza”, e in effetti non siamo poi tanto lontani dalla sensazione che ho provato io quando ho suonato questo plugin. Oddity vuol’essere la simulazione dell’ARP Odyssey (Fig. 7), synth famosissimo che ricordo di aver provato forse 12 o 13 anni fa in un negozio. Introdotto nel 1972 dalla American Recording & Performance Co. voleva essere la risposta al MiniMoog tanto da copiare anche il progetto del “Moog Ladder Filter”, procurandosi anche una querela legale da parte della Moog. La simulazione che propone la GMedia è piuttosto fedele, a partire dall’interfaccia (Fig. 8) con gli stessi colori della versione “black face” e la stessa disposizione dei controlli. In questo caso le aggiunte software sono state pochissime, infatti Oddity risponde alla dinamica e supporta controlli MIDI e automazione, ma non è polifonico e non ci sono effetti aggiuntivi né altri tipi di controlli al di fuori di quelli standard. La struttura dello strumento è piuttosto semplice, basata due oscillatori sincronizzabili e in grado di funzionare anche in modalità dual, il filtro passa-basso simile al Minimoog, un filtro passa-alto in cascata, un LFO, generatore di rumore bianco o rosa, portamento e ADSR globale. Molto semplice come struttura ma in grado di generare dei simpaticissimi suoni lead, laser, sweeps e quant’altro abbia un carattere anni ’70. Una buona simulazione, a mio avviso, ma non eccitante quanto impOSCar o minimonsta.

Conclusioni:

I plug-in della GMedia sono tutti nei formati VST, RTAS o AU per Mac o Win, si installano senza problemi e hanno tutti un impatto leggerissimo sulla CPU. La passione che hanno messo gli sviluppatori nell’imitare gli strumenti originali è senz’ombra di dubbio equiparabile solo al successo ottenuto dall’ottima riuscita dei loro prodotti. M-Tron è un vero gioiello, un prezioso database digitale delle mitiche sonorità del Mellotron, impOSCar rappresenta indubbiamente uno dei synth VA più riusciti, minimonsta è un ottimo compromesso per chi vorrebbe un MiniMoog a portata di mano ma non può permettersene uno vero, e Oddity è sicuramente l’ideale per i più fantasiosi.

L’americana M-Audio è da poco diventata distributrice ufficiale dei prodotti GForce in versione “Helen St. John”, ovvero dei già famosi sintetizzatori virtuali prodotti dalla GMedia Music che, grazie al distributore italiano SoundWave, abbiamo avuto la possibilità di testare per i lettori di CM2. M-Tron, impOSCar, Minimonsta e Oddity, questi i nomi dei quattro synth che hanno fatto vibrare i nostri speakers durante i test. E vi giuro che di vibrazioni ne abbiamo sentite anche troppe!

M-Tron:

Il primo plug-in che ho voluto provare si chiama M-Tron, una simulazione del famoso Mellotron. (Fig.1) Il concetto del suo funzionamento fu inventato inizialmente nel 1946 dallo statunitense Harry Chamberlin e si trattava, in effetti, di una specie di organetto, dalla sembianza piuttosto buffa, che al suo interno aveva una serie di nastri e testine magnetiche, una per tasto, e un preamplificatore finale, ovviamente, valvolare. Quando si premeva un tasto partiva il playback del rispettivo nastro finché non finiva la registrazione, di solito di una durata di circa 7 secondi, e al rilascio del tasto un meccanismo a molla riavvolgeva velocemente il nastro. I suoni più famosi registrati sui nastri del Mellotron erano un flauto, un coro di voci umane e un ensemble d’archi, ma in realtà, durante gli anni a venire, sono state prodotte decine di set di nastri allo scopo di poter riprodurre i suoni più disparati, dalle orchestre sinfoniche agli effetti sonori, dalle voci umane a veri e propri arrangiamenti bandistici, dal pianoforte a coda all’organo Hammond. Molti artisti hanno reso questo strumento famoso fra cui citerei i Genesis, i Pink Floyd, i Tangerine Dream, ma chi per la prima volta lo usò in una registrazione commerciale furono proprio i Beatles che nel 1967 pubblicarono Strawberry Fields Forever, destando una forte curiosità fra i musicisti dell’epoca nel voler scoprire quale strumento fosse in grado di riprodurre quello strano suono di flauto… polifonico! All’epoca il Mellotron era divenuto di produzione britannica, dato che il suo progetto, negli anni, passò per le mani di diversi ingegneri e astuti venditori, interessati chi a migliorarne il funzionamento, chi a trarre profitto da quella promettente novità. E’ rimasto in produzione fino all’inizio degli anni ’80, quando oramai i campionatori digitali cominciavano a diffondersi a larga scala. A tutt’oggi, sono pochissimi i modelli funzionanti ancora in circolazione, ed è raro trovarne uno in vendita, e sicuramente è ancor più raro trovare i set di nastri. Ma evidentemente i ragazzi della GMedia non hanno avuto difficoltà a reperire il loro Mellotron da studiare a fondo ed imitare in ambiente informatico, e sicuramente sono stati molto fortunati a trovare quasi tutti i set di nastri in circolazione! Infatti, quello che mi ha colpito maggiormente di M-Tron è stata la grande varietà di suoni inclusi nel plug-in, 103 per la precisione, per un totale di circa due gigabyte di campioni! Ogni nastro è stato campionato singolarmente dall’inizio alla fine, fedelmente. E quando dico “fedelmente” intendo che in ogni campionamento c’è veramente tutto, fin’anche il fruscìo, le distorsioni, i drop-outs e gli sbalzi di intonazione. Del resto, sarei rimasto piuttosto deluso se, al contrario, avessi trovato dei suoni perfetti e puliti: sarebbe stata sicuramente un’imitazione infedele! Beh, a dire il vero, di infedele nel plug-in qualcosa c’è, e si tratta dell’interfaccia grafica. Secondo me lascia un po’ a desiderare, e i controlli non corrispondono del tutto a quelli dello strumento originale (Fig. 2), soprattutto il selettore a tre posizioni ABC che nello strumento originale serviva a selezionare una delle tre tracce presenti su ogni nastro, consentendo al musicista di cambiare il suono come se si trattasse di un vero preset. Invece su M-Tron questo selettore viene usato per aprire il pannello di controllo ed effettuare diverse operazioni: su A il pannello è chiuso, su B si accede a due slider orizzontali per la regolazione di Attack e Release (controlli ovviamente non presenti sullo strumento originale) e su C si accede al menu per il caricamento del sample-set. Tuttavia, le bruciature di sigaretta e le macchie da tazza di caffè hanno il loro fascino! Oltre questa piccola, oserei dire “licenza poetica” riguardante il selettore ABC, la GMedia non s’è presa altre libertà, pertanto  non troveremo filtri né effetti né null’altro che esuli dal semplice concetto del vero Mellotron. Il suono è stupefacente, ovviamente monoaurale, l’estensione e la polifonia sono complete (35 note), l’impatto sulla CPU del computer è pressoché impercettibile. Un vero spasso quando si tratta di voler riprodurre col proprio computer le sonorità degli anni ’60 e ’70, ma nulla toglie che questo plug-in possa tornare utile in generi musicali più recenti come ambient, nu-metal, lo-fi, gothic, new age ecc. soprattutto se abbinato a qualche buon processore d’effetti.

impOSCar:

Cosa c’è ad Oxford in Inghilterra? Una delle università più famose del mondo, direste voi. Giusto, ma almeno fino a qualche anno fa c’era anche la Oxford Synthesizer Company, per gli amici “OSC”, un’industria musicale dalla vita breve ma che dal 1982 ha lasciato una pietra miliare nella storia dei sintetizzatori moderni: OSCar. (Fig. 3) Mah, forse sarà stato un omaggio ad Oscar Wilde che circa un secolo prima aveva frequentato l’università proprio da quelle parti? Intanto alla GMedia ci hanno pensato loro a fare un grosso omaggio alla OSC con questo strabiliante plug-in ribattezzato “impOSCar”.

Qui con la grafica ci hanno lavorato parecchio, e pure troppo bene direi. L’interfaccia grafica è essenzialmente la stessa dello strumento vero, stessi colori, stesso posizionamento dei controlli, e anche quelle odiose protuberanze alternate fra una sezione e l’altra. (Fig. 4) L’OSCar era un synth monofonico, basato su due DCO (Digitally Controlled Oscillator) in grado di fornire un dente di sega, una forma d’onda triangolare e una quadra fissa o ad ampiezza variabile, a seguire due filtri analogici a 12 dB su ottava, di tipo passa-basso, passa-alto o passa-banda e la possibilità di accoppiarli per ottenere un solo potente filtro a 24 dB su ottava, con i controlli di cut-off e resonance e un ADSR ad esso dedicato. Ma la grossa novità di questo synth che lo distingueva dai suoi simili e rivali MiniMoog e ARP Odyssey, era la possibilità di creare delle forme d’onda completamente nuove in base ad una sintesi additiva che consentiva di addizionare fino a 24 armonici usando i tasti della tastiera. Inoltre, siccome siamo già in era digitale, l’OSCar permetteva di memorizzare i preset, aveva un piccolo sequencer incorporato e, nella seconda revisione del 1984, aveva anche il MIDI. Tutto questo è stato perfettamente replicato in impOSCar, con in più la possibilità della polifonia, un processore d’effetti incorporato che offre un bel delay e un inutile chorus, la risposta alla dinamica della tastiera e tutti i vantaggi dei sintetizzatori software come la piena implementazione MIDI, il controllo remoto tramite i Control Change assegnabili, il supporto dell’automazione del sotware host e qualche centinaio di presets. Io non ho mai avuto l’occasione di provare personalmente l’OSCar originale, ma con questa simulazione software devo ammettere che mi sono divertito non poco, le possibilità di creare ottimi suoni analogici sono pressocché infinite, e anche se all’inizio mi giravano un po’ gli occhi a causa dell’enorme confusione che c’è nella disposizione dei controlli, dopo un po’ ho ci preso confidenza e ho cominciato a fare la mia prova del nove: trovare l’esatto suono che ho in mente. In questo caso, trattandosi dell’emulazione di un mono-synth, ho voluto mettere un po’ da parte tutte le nuove possibilità offerte dall’ambiente virtuale e usarlo come se avessi sotto mano il vero OSCar, e ho cercato di fare… avete presente la colonna sonora di Flashdance, il pezzo intitolato “Love Theme from Flashdance” della bellissima Helen St. John? Ebbene, il basso che si sente all’inizio del brano. Sono anni che sèguito ad ascoltare quel disco di tanto in tanto, e ogni volta che lo faccio mi accorgo che in ogni brano ci sono dei suoni anni ’80 favolosi. Risultato? Con impOSCar ho trovato subito il suono giusto! Sicuramente quello che ha fatto la differenza è stato il filtro, che si è rivelato molto dolce anche alzando un po’ la risonanza, dando al suono la giusta presenza e quella grossa profondità nella fascia delle frequenze basse. Non ho seguitato a programmare altri suoni perché m’ero talmente lasciato appassionare da quel basso che ho continuato a suonare con la sinistra l’impOSCar e con la destra il piano sul mio Motif ad un volume tale che mi sono fermato solo quando, girandomi verso le casse, mi sono accorto che i coni delle mie Tannoy stavano quasi per prendere il volo!

Minimonsta:

E’ lui, il piccolo GRANDE mostro! Prima ho detto che uno dei rivali dell’OSCar era il MiniMoog, chi non sa di cosa parlo alzi la mano e… faccia un’ora di penitenza! Chiunque sia un appassionato di sintetizzatori non può non conoscere il MiniMoog (Fig. 5), forse l’opera più famosa del “padre dei sintetizzatori” Bob Moog, entrato in commercio nel 1970 e ancor’oggi molto usato e, soprattutto, valutato a peso d’oro sul mercato dell’usato. Restato in produzione fino al 1982, ne sono stati venduti circa tredicimila esemplari in tutto il mondo, ma è come se non fossero bastati, tanto che la Moog Music di recente ha pensato di produrre una riedizione ibrida digitale-analogica.

Ok, perdonando quei pochi penitenti che non sanno ancora di che pasta è fatto un MiniMoog, dico brevemente che trattasi di un sintetizzatore monofonico da tre ottave e mezza, costruito in un piccolo elegante involucro di legno con il pannello dei comandi sollevabile, basato su tre oscillatori a forma d’onda selezionabile ed intonabili separatamente, e sull’inimitabile filtro Moog passa-basso quattro poli a 24 dB su ottava. Inoltre, uno dei tre oscillatori può essere usato come sorgente per un LFO, c’è un generatore di rumore rosa o bianco, e il filtro ha la possibilità di andare in feedback. In più a tutto questo, il minimonsta della GMedia aggiunge un LFO e un XADSR entrambi modulabili esternamente e in grado di controllare qualsiasi parametro del synth; inoltre abbiamo la possibilità di suonare in polifonia, un effetto delay, la risposta alla dinamica, la piena implementazione MIDI e l’esclusivo sistema di controllo Melohman della Ohm Force che permette delle variazioni timbriche effettuando il morphing in tempo reale fra dodici suoni diversi. Infatti, nell’interfaccia di minimosta, a parte la bellezza dei singolari pomelli neri metallizzati tipici deigli strumenti Moog, spicca quell’ottava con i colori bianco e nero invertiti e con dei leds sui tasti. (Fig. 6) L’interfaccia grafica è piuttosto fedele al layout dello strumento originale, i comandi sono disposti secondo un ordine logico e molto intuitivo pertanto è facilissimo creare il proprio suono; al centro c’è un display che mostra l’elenco dei preset e i tasti per memorizzare nuovi preset e caricare quelli già forniti in dotazione, che ne sono diverse dozzine, fra cui un’esclusiva collezione creata in collaborazione con Rick Wakeman, il legendario tastierista degli Yes.

Diciamo che questo plug-in funziona su due livelli: uno riguarda il tradizionale funzionamento del MiniMoog, e il secondo riguarda l’implementazione delle nuove caratteristiche introdotte dalla GMedia e da Ohm Force. Infatti, quando qualcuno dei controlli dello strumento è modulato dall’LFO o dall’XADSR addizionale, questo diventa illuminato di blu. Per effettuare quest’assegnazione, basta cliccare sul controllo desiderato e poi assegnare la quantità di LFO o di XADSR (“AMP”) e successivamente regolarne i relativi parametri. Ebbene, tutto questo apre un mondo completamente nuovo di possibilità timbriche godendo dello spettacolare suono del MiniMoog e del suo ottimo filtro passa-basso. Il sistema Melohman, come dicevo prima, consente di passare da una sonorità all’altra usando i tasti della tastiera, proprio come in un organo Hammond, dove la prima ottava ha i colori invertiti e serve a cambiare i suoni al volo (ecco da dove hanno preso l’idea quelli della Ohm Force!). Infatti, alla destra del display dei presets, ci sono dodici tastini bianchi e neri che servono a memorizzare delle “snapshots”, ovvero delle istantanee dei settaggi attuali, e assegnarle a ciascuno dei corrispondenti tasti sulla tastiera Melohman, cosicché passando per esempio dall’istantanea memorizzata sul  DO a quella memorizzata sul MI, si vedono i controlli muoversi da soli da una posizione all’altra, e il suono effettua la trasformazione in modo fluido e trasparente. E tutte le dodici istantanee vengono memorizzate all’interno dello stesso preset. Ciò rende il minimonsta uno strumento spassosissimo da usare non solo in studio ma anche dal vivo! Ma il suono? Non molto tempo fa ho avuto l’occasione (o forse dovrei dire “la fortuna”?) di poter suonare ed ascoltare attentamente un vero Moog Modular, quel bestione di sintetizzatore che Keith Emerson usava appoggiare sul suo organo Hammond durante i concerti. Devo dire che sono rimasto impressionato, mai sentita tanta potenza e ricchezza armonica uscire da un “elettrofono”. Il MiniMoog ha essenzialmente gli stessi oscillatori e lo stesso filtro di un Modular. Quando ho suonato minimonsta avevo in mente ancora il suono del Moog Modular e cercavo la stessa timbrica ma… qualcosa non andava. Eh sì, in effetti dimenticavo che stavo avendo a che fare con un software, ed in quanto tale, il suono è condizionato anche da tutta la tecnologia di contorno, e cioè la scheda audio, i cavi, e l’impianto di monitoraggio. A questo punto mi sono concentrato non tanto sul suo carattere “solistico” ma sulla sua capacità di farsi notare all’interno di un mix completo. Ho, quindi, caricato le tracce di una song su cui stavo lavorando in questi giorni, ho messo in mute la traccia di basso attualmente suonata dal freeware giapponese Synth1, e l’ho copiata su una traccia vuota a cui ho assegnato il minimonsta. Dopo meno di cinque minuti avevo trovato un suono di basso synth molto più ricco e presente di quello che ottenevo prima con Synth1, e senza nemmeno dover agire poi tanto sui controlli: semplicemente una sovrapposizione di dente di sega, quadra e triangolare, risonanza e cutoff a ore 9. Magia! La differenza che ho notato è che il basso di Synth1 spariva nel mix quando scendeva sotto i 90-100 Hz e usciva fin troppo quando si aggirava intorno ai 110 Hz (il LA della seconda ottava), mentre quello di minimonsta restava omogeneo e presente per tutte le note usate. Insomma, se un plug-in è soddisfacente all’interno di un mix vuol dire che è davvero uno strumento riustico, no? Poi mi sono voluto togliere un altro sfizio: avete presente “Chameleon”, il famoso brano di Herbie Hancock? In quel brano c’è un assolo suonato proprio con il MiniMoog, e anche il basso che si sente all’inizio dovrebbe essere del MiniMoog. Con un po’ di smanettamenti vari sui potenziometri sono riuscito a riottenere quel suono e suonare l’assolo insieme al grande Herbie… ma in quanto all’esecuzione ha vinto lui!

Oddity:

In inglese significa “stranezza”, e in effetti non siamo poi tanto lontani dalla sensazione che ho provato io quando ho suonato questo plugin. Oddity vuol’essere la simulazione dell’ARP Odyssey (Fig. 7), synth famosissimo che ricordo di aver provato forse 12 o 13 anni fa in un negozio. Introdotto nel 1972 dalla American Recording & Performance Co. voleva essere la risposta al MiniMoog tanto da copiare anche il progetto del “Moog Ladder Filter”, procurandosi anche una querela legale da parte della Moog. La simulazione che propone la GMedia è piuttosto fedele, a partire dall’interfaccia (Fig. 8) con gli stessi colori della versione “black face” e la stessa disposizione dei controlli. In questo caso le aggiunte software sono state pochissime, infatti Oddity risponde alla dinamica e supporta controlli MIDI e automazione, ma non è polifonico e non ci sono effetti aggiuntivi né altri tipi di controlli al di fuori di quelli standard. La struttura dello strumento è piuttosto semplice, basata due oscillatori sincronizzabili e in grado di funzionare anche in modalità dual, il filtro passa-basso simile al Minimoog, un filtro passa-alto in cascata, un LFO, generatore di rumore bianco o rosa, portamento e ADSR globale. Molto semplice come struttura ma in grado di generare dei simpaticissimi suoni lead, laser, sweeps e quant’altro abbia un carattere anni ’70. Una buona simulazione, a mio avviso, ma non eccitante quanto impOSCar o minimonsta.

Conclusioni:

I plug-in della GMedia sono tutti nei formati VST, RTAS o AU per Mac o Win, si installano senza problemi e hanno tutti un impatto leggerissimo sulla CPU. La passione che hanno messo gli sviluppatori nell’imitare gli strumenti originali è senz’ombra di dubbio equiparabile solo al successo ottenuto dall’ottima riuscita dei loro prodotti. M-Tron è un vero gioiello, un prezioso database digitale delle mitiche sonorità del Mellotron, impOSCar rappresenta indubbiamente uno dei synth VA più riusciti, minimonsta è un ottimo compromesso per chi vorrebbe un MiniMoog a portata di mano ma non può permettersene uno vero, e Oddity è sicuramente l’ideale per i più fantasiosi.

L’americana M-Audio è da poco diventata distributrice ufficiale dei prodotti GForce in versione “Helen St. John”, ovvero dei già famosi sintetizzatori virtuali prodotti dalla GMedia Music che, grazie al distributore italiano SoundWave, abbiamo avuto la possibilità di testare per i lettori di CM2. M-Tron, impOSCar, Minimonsta e Oddity, questi i nomi dei quattro synth che hanno fatto vibrare i nostri speakers durante i test. E vi giuro che di vibrazioni ne abbiamo sentite anche troppe!

M-Tron:

Il primo plug-in che ho voluto provare si chiama M-Tron, una simulazione del famoso Mellotron. (Fig.1) Il concetto del suo funzionamento fu inventato inizialmente nel 1946 dallo statunitense Harry Chamberlin e si trattava, in effetti, di una specie di organetto, dalla sembianza piuttosto buffa, che al suo interno aveva una serie di nastri e testine magnetiche, una per tasto, e un preamplificatore finale, ovviamente, valvolare. Quando si premeva un tasto partiva il playback del rispettivo nastro finché non finiva la registrazione, di solito di una durata di circa 7 secondi, e al rilascio del tasto un meccanismo a molla riavvolgeva velocemente il nastro. I suoni più famosi registrati sui nastri del Mellotron erano un flauto, un coro di voci umane e un ensemble d’archi, ma in realtà, durante gli anni a venire, sono state prodotte decine di set di nastri allo scopo di poter riprodurre i suoni più disparati, dalle orchestre sinfoniche agli effetti sonori, dalle voci umane a veri e propri arrangiamenti bandistici, dal pianoforte a coda all’organo Hammond. Molti artisti hanno reso questo strumento famoso fra cui citerei i Genesis, i Pink Floyd, i Tangerine Dream, ma chi per la prima volta lo usò in una registrazione commerciale furono proprio i Beatles che nel 1967 pubblicarono Strawberry Fields Forever, destando una forte curiosità fra i musicisti dell’epoca nel voler scoprire quale strumento fosse in grado di riprodurre quello strano suono di flauto… polifonico! All’epoca il Mellotron era divenuto di produzione britannica, dato che il suo progetto, negli anni, passò per le mani di diversi ingegneri e astuti venditori, interessati chi a migliorarne il funzionamento, chi a trarre profitto da quella promettente novità. E’ rimasto in produzione fino all’inizio degli anni ’80, quando oramai i campionatori digitali cominciavano a diffondersi a larga scala. A tutt’oggi, sono pochissimi i modelli funzionanti ancora in circolazione, ed è raro trovarne uno in vendita, e sicuramente è ancor più raro trovare i set di nastri. Ma evidentemente i ragazzi della GMedia non hanno avuto difficoltà a reperire il loro Mellotron da studiare a fondo ed imitare in ambiente informatico, e sicuramente sono stati molto fortunati a trovare quasi tutti i set di nastri in circolazione! Infatti, quello che mi ha colpito maggiormente di M-Tron è stata la grande varietà di suoni inclusi nel plug-in, 103 per la precisione, per un totale di circa due gigabyte di campioni! Ogni nastro è stato campionato singolarmente dall’inizio alla fine, fedelmente. E quando dico “fedelmente” intendo che in ogni campionamento c’è veramente tutto, fin’anche il fruscìo, le distorsioni, i drop-outs e gli sbalzi di intonazione. Del resto, sarei rimasto piuttosto deluso se, al contrario, avessi trovato dei suoni perfetti e puliti: sarebbe stata sicuramente un’imitazione infedele! Beh, a dire il vero, di infedele nel plug-in qualcosa c’è, e si tratta dell’interfaccia grafica. Secondo me lascia un po’ a desiderare, e i controlli non corrispondono del tutto a quelli dello strumento originale (Fig. 2), soprattutto il selettore a tre posizioni ABC che nello strumento originale serviva a selezionare una delle tre tracce presenti su ogni nastro, consentendo al musicista di cambiare il suono come se si trattasse di un vero preset. Invece su M-Tron questo selettore viene usato per aprire il pannello di controllo ed effettuare diverse operazioni: su A il pannello è chiuso, su B si accede a due slider orizzontali per la regolazione di Attack e Release (controlli ovviamente non presenti sullo strumento originale) e su C si accede al menu per il caricamento del sample-set. Tuttavia, le bruciature di sigaretta e le macchie da tazza di caffè hanno il loro fascino! Oltre questa piccola, oserei dire “licenza poetica” riguardante il selettore ABC, la GMedia non s’è presa altre libertà, pertanto  non troveremo filtri né effetti né null’altro che esuli dal semplice concetto del vero Mellotron. Il suono è stupefacente, ovviamente monoaurale, l’estensione e la polifonia sono complete (35 note), l’impatto sulla CPU del computer è pressoché impercettibile. Un vero spasso quando si tratta di voler riprodurre col proprio computer le sonorità degli anni ’60 e ’70, ma nulla toglie che questo plug-in possa tornare utile in generi musicali più recenti come ambient, nu-metal, lo-fi, gothic, new age ecc. soprattutto se abbinato a qualche buon processore d’effetti.

impOSCar:

Cosa c’è ad Oxford in Inghilterra? Una delle università più famose del mondo, direste voi. Giusto, ma almeno fino a qualche anno fa c’era anche la Oxford Synthesizer Company, per gli amici “OSC”, un’industria musicale dalla vita breve ma che dal 1982 ha lasciato una pietra miliare nella storia dei sintetizzatori moderni: OSCar. (Fig. 3) Mah, forse sarà stato un omaggio ad Oscar Wilde che circa un secolo prima aveva frequentato l’università proprio da quelle parti? Intanto alla GMedia ci hanno pensato loro a fare un grosso omaggio alla OSC con questo strabiliante plug-in ribattezzato “impOSCar”.

Qui con la grafica ci hanno lavorato parecchio, e pure troppo bene direi. L’interfaccia grafica è essenzialmente la stessa dello strumento vero, stessi colori, stesso posizionamento dei controlli, e anche quelle odiose protuberanze alternate fra una sezione e l’altra. (Fig. 4) L’OSCar era un synth monofonico, basato su due DCO (Digitally Controlled Oscillator) in grado di fornire un dente di sega, una forma d’onda triangolare e una quadra fissa o ad ampiezza variabile, a seguire due filtri analogici a 12 dB su ottava, di tipo passa-basso, passa-alto o passa-banda e la possibilità di accoppiarli per ottenere un solo potente filtro a 24 dB su ottava, con i controlli di cut-off e resonance e un ADSR ad esso dedicato. Ma la grossa novità di questo synth che lo distingueva dai suoi simili e rivali MiniMoog e ARP Odyssey, era la possibilità di creare delle forme d’onda completamente nuove in base ad una sintesi additiva che consentiva di addizionare fino a 24 armonici usando i tasti della tastiera. Inoltre, siccome siamo già in era digitale, l’OSCar permetteva di memorizzare i preset, aveva un piccolo sequencer incorporato e, nella seconda revisione del 1984, aveva anche il MIDI. Tutto questo è stato perfettamente replicato in impOSCar, con in più la possibilità della polifonia, un processore d’effetti incorporato che offre un bel delay e un inutile chorus, la risposta alla dinamica della tastiera e tutti i vantaggi dei sintetizzatori software come la piena implementazione MIDI, il controllo remoto tramite i Control Change assegnabili, il supporto dell’automazione del sotware host e qualche centinaio di presets. Io non ho mai avuto l’occasione di provare personalmente l’OSCar originale, ma con questa simulazione software devo ammettere che mi sono divertito non poco, le possibilità di creare ottimi suoni analogici sono pressocché infinite, e anche se all’inizio mi giravano un po’ gli occhi a causa dell’enorme confusione che c’è nella disposizione dei controlli, dopo un po’ ho ci preso confidenza e ho cominciato a fare la mia prova del nove: trovare l’esatto suono che ho in mente. In questo caso, trattandosi dell’emulazione di un mono-synth, ho voluto mettere un po’ da parte tutte le nuove possibilità offerte dall’ambiente virtuale e usarlo come se avessi sotto mano il vero OSCar, e ho cercato di fare… avete presente la colonna sonora di Flashdance, il pezzo intitolato “Love Theme from Flashdance” della bellissima Helen St. John? Ebbene, il basso che si sente all’inizio del brano. Sono anni che sèguito ad ascoltare quel disco di tanto in tanto, e ogni volta che lo faccio mi accorgo che in ogni brano ci sono dei suoni anni ’80 favolosi. Risultato? Con impOSCar ho trovato subito il suono giusto! Sicuramente quello che ha fatto la differenza è stato il filtro, che si è rivelato molto dolce anche alzando un po’ la risonanza, dando al suono la giusta presenza e quella grossa profondità nella fascia delle frequenze basse. Non ho seguitato a programmare altri suoni perché m’ero talmente lasciato appassionare da quel basso che ho continuato a suonare con la sinistra l’impOSCar e con la destra il piano sul mio Motif ad un volume tale che mi sono fermato solo quando, girandomi verso le casse, mi sono accorto che i coni delle mie Tannoy stavano quasi per prendere il volo!

Minimonsta:

E’ lui, il piccolo GRANDE mostro! Prima ho detto che uno dei rivali dell’OSCar era il MiniMoog, chi non sa di cosa parlo alzi la mano e… faccia un’ora di penitenza! Chiunque sia un appassionato di sintetizzatori non può non conoscere il MiniMoog (Fig. 5), forse l’opera più famosa del “padre dei sintetizzatori” Bob Moog, entrato in commercio nel 1970 e ancor’oggi molto usato e, soprattutto, valutato a peso d’oro sul mercato dell’usato. Restato in produzione fino al 1982, ne sono stati venduti circa tredicimila esemplari in tutto il mondo, ma è come se non fossero bastati, tanto che la Moog Music di recente ha pensato di produrre una riedizione ibrida digitale-analogica.

Ok, perdonando quei pochi penitenti che non sanno ancora di che pasta è fatto un MiniMoog, dico brevemente che trattasi di un sintetizzatore monofonico da tre ottave e mezza, costruito in un piccolo elegante involucro di legno con il pannello dei comandi sollevabile, basato su tre oscillatori a forma d’onda selezionabile ed intonabili separatamente, e sull’inimitabile filtro Moog passa-basso quattro poli a 24 dB su ottava. Inoltre, uno dei tre oscillatori può essere usato come sorgente per un LFO, c’è un generatore di rumore rosa o bianco, e il filtro ha la possibilità di andare in feedback. In più a tutto questo, il minimonsta della GMedia aggiunge un LFO e un XADSR entrambi modulabili esternamente e in grado di controllare qualsiasi parametro del synth; inoltre abbiamo la possibilità di suonare in polifonia, un effetto delay, la risposta alla dinamica, la piena implementazione MIDI e l’esclusivo sistema di controllo Melohman della Ohm Force che permette delle variazioni timbriche effettuando il morphing in tempo reale fra dodici suoni diversi. Infatti, nell’interfaccia di minimosta, a parte la bellezza dei singolari pomelli neri metallizzati tipici deigli strumenti Moog, spicca quell’ottava con i colori bianco e nero invertiti e con dei leds sui tasti. (Fig. 6) L’interfaccia grafica è piuttosto fedele al layout dello strumento originale, i comandi sono disposti secondo un ordine logico e molto intuitivo pertanto è facilissimo creare il proprio suono; al centro c’è un display che mostra l’elenco dei preset e i tasti per memorizzare nuovi preset e caricare quelli già forniti in dotazione, che ne sono diverse dozzine, fra cui un’esclusiva collezione creata in collaborazione con Rick Wakeman, il legendario tastierista degli Yes.

Diciamo che questo plug-in funziona su due livelli: uno riguarda il tradizionale funzionamento del MiniMoog, e il secondo riguarda l’implementazione delle nuove caratteristiche introdotte dalla GMedia e da Ohm Force. Infatti, quando qualcuno dei controlli dello strumento è modulato dall’LFO o dall’XADSR addizionale, questo diventa illuminato di blu. Per effettuare quest’assegnazione, basta cliccare sul controllo desiderato e poi assegnare la quantità di LFO o di XADSR (“AMP”) e successivamente regolarne i relativi parametri. Ebbene, tutto questo apre un mondo completamente nuovo di possibilità timbriche godendo dello spettacolare suono del MiniMoog e del suo ottimo filtro passa-basso. Il sistema Melohman, come dicevo prima, consente di passare da una sonorità all’altra usando i tasti della tastiera, proprio come in un organo Hammond, dove la prima ottava ha i colori invertiti e serve a cambiare i suoni al volo (ecco da dove hanno preso l’idea quelli della Ohm Force!). Infatti, alla destra del display dei presets, ci sono dodici tastini bianchi e neri che servono a memorizzare delle “snapshots”, ovvero delle istantanee dei settaggi attuali, e assegnarle a ciascuno dei corrispondenti tasti sulla tastiera Melohman, cosicché passando per esempio dall’istantanea memorizzata sul  DO a quella memorizzata sul MI, si vedono i controlli muoversi da soli da una posizione all’altra, e il suono effettua la trasformazione in modo fluido e trasparente. E tutte le dodici istantanee vengono memorizzate all’interno dello stesso preset. Ciò rende il minimonsta uno strumento spassosissimo da usare non solo in studio ma anche dal vivo! Ma il suono? Non molto tempo fa ho avuto l’occasione (o forse dovrei dire “la fortuna”?) di poter suonare ed ascoltare attentamente un vero Moog Modular, quel bestione di sintetizzatore che Keith Emerson usava appoggiare sul suo organo Hammond durante i concerti. Devo dire che sono rimasto impressionato, mai sentita tanta potenza e ricchezza armonica uscire da un “elettrofono”. Il MiniMoog ha essenzialmente gli stessi oscillatori e lo stesso filtro di un Modular. Quando ho suonato minimonsta avevo in mente ancora il suono del Moog Modular e cercavo la stessa timbrica ma… qualcosa non andava. Eh sì, in effetti dimenticavo che stavo avendo a che fare con un software, ed in quanto tale, il suono è condizionato anche da tutta la tecnologia di contorno, e cioè la scheda audio, i cavi, e l’impianto di monitoraggio. A questo punto mi sono concentrato non tanto sul suo carattere “solistico” ma sulla sua capacità di farsi notare all’interno di un mix completo. Ho, quindi, caricato le tracce di una song su cui stavo lavorando in questi giorni, ho messo in mute la traccia di basso attualmente suonata dal freeware giapponese Synth1, e l’ho copiata su una traccia vuota a cui ho assegnato il minimonsta. Dopo meno di cinque minuti avevo trovato un suono di basso synth molto più ricco e presente di quello che ottenevo prima con Synth1, e senza nemmeno dover agire poi tanto sui controlli: semplicemente una sovrapposizione di dente di sega, quadra e triangolare, risonanza e cutoff a ore 9. Magia! La differenza che ho notato è che il basso di Synth1 spariva nel mix quando scendeva sotto i 90-100 Hz e usciva fin troppo quando si aggirava intorno ai 110 Hz (il LA della seconda ottava), mentre quello di minimonsta restava omogeneo e presente per tutte le note usate. Insomma, se un plug-in è soddisfacente all’interno di un mix vuol dire che è davvero uno strumento riustico, no? Poi mi sono voluto togliere un altro sfizio: avete presente “Chameleon”, il famoso brano di Herbie Hancock? In quel brano c’è un assolo suonato proprio con il MiniMoog, e anche il basso che si sente all’inizio dovrebbe essere del MiniMoog. Con un po’ di smanettamenti vari sui potenziometri sono riuscito a riottenere quel suono e suonare l’assolo insieme al grande Herbie… ma in quanto all’esecuzione ha vinto lui!

Oddity:

In inglese significa “stranezza”, e in effetti non siamo poi tanto lontani dalla sensazione che ho provato io quando ho suonato questo plugin. Oddity vuol’essere la simulazione dell’ARP Odyssey (Fig. 7), synth famosissimo che ricordo di aver provato forse 12 o 13 anni fa in un negozio. Introdotto nel 1972 dalla American Recording & Performance Co. voleva essere la risposta al MiniMoog tanto da copiare anche il progetto del “Moog Ladder Filter”, procurandosi anche una querela legale da parte della Moog. La simulazione che propone la GMedia è piuttosto fedele, a partire dall’interfaccia (Fig. 8) con gli stessi colori della versione “black face” e la stessa disposizione dei controlli. In questo caso le aggiunte software sono state pochissime, infatti Oddity risponde alla dinamica e supporta controlli MIDI e automazione, ma non è polifonico e non ci sono effetti aggiuntivi né altri tipi di controlli al di fuori di quelli standard. La struttura dello strumento è piuttosto semplice, basata due oscillatori sincronizzabili e in grado di funzionare anche in modalità dual, il filtro passa-basso simile al Minimoog, un filtro passa-alto in cascata, un LFO, generatore di rumore bianco o rosa, portamento e ADSR globale. Molto semplice come struttura ma in grado di generare dei simpaticissimi suoni lead, laser, sweeps e quant’altro abbia un carattere anni ’70. Una buona simulazione, a mio avviso, ma non eccitante quanto impOSCar o minimonsta.

Conclusioni:

I plug-in della GMedia sono tutti nei formati VST, RTAS o AU per Mac o Win, si installano senza problemi e hanno tutti un impatto leggerissimo sulla CPU. La passione che hanno messo gli sviluppatori nell’imitare gli strumenti originali è senz’ombra di dubbio equiparabile solo al successo ottenuto dall’ottima riuscita dei loro prodotti. M-Tron è un vero gioiello, un prezioso database digitale delle mitiche sonorità del Mellotron, impOSCar rappresenta indubbiamente uno dei synth VA più riusciti, minimonsta è un ottimo compromesso per chi vorrebbe un MiniMoog a portata di mano ma non può permettersene uno vero, e Oddity è sicuramente l’ideale per i più fantasiosi.

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