Cloni Hammond desktop a confronto

Guido Scognamiglio


Hammond, Hammond e ancora Hammond, per molti un sogno. Molto costoso per chi ne vuole uno vero, ingombrante e difficile da trasportare, delicato e bisognoso di molte attenzioni. Per queste importanti ragioni si tende a cercarne un’alternativa e spesso scegliere la migliore è più difficile che decidere di comprare “the real thing”. Il mondo dei cloni Hammond è in continua espansione, ogni volta con nuove proposte tecnologiche nell’intento di avvicinarsi quanto più possibile al nostro suono ideale, il suono che abbiamo sentito in questo o in quel disco e che a tutti i costi vogliamo portare con noi sul palco, fino a dover scendere a duri compromessi. La soluzione più economica e pratica è senza dubbio un clone in formato desktop, da tenere accanto o sopra alla tastiera master. In questo articolo mettiamo faccia a faccia due fra i cloni più popolari e uno da poco uscito.  Perché scegliere un desktop In effetti esisterebbe una soluzione ancora più economica e leggera: il software.

Nel numero 28 di CM2 abbiamo parlato della nuova versione del B4 della Native Instruments e, a conti fatti, siamo giunti alla conclusione che usare un software del genere è una scelta valida e saggia, data la qualità del risultato sonoro e data, soprattutto, la convenienza in fatto di prezzo e trasportabilità. Ma non abbiamo considerato l’aspetto “fisico”: uno strumento non è solo il suo suono. Suonare un Hammond significa anche avere le tastiere waterfall  (la tipica tastiera degli Hammond a consolle, nella forma simile a quella di un pianoforte ma di passo più corto e senza spigoli), poter manovrare i drawbars e tutt gli altri controlli fisici. I desktop sono una via di mezzo fra un clone digitale a tastiera e la sua parte software, e per il giusto prezzo non offrono la tastiera ma hanno tutto il resto dei controlli, soprattutto i 9 drawbars. Scegliere un desktop potrebbe essere utile nel caso in cui si preferisca avere solo una o al massimo due tastiere sul palco che pilotino più expander e che, quindi, servano a più cose senza dover portarsi dietro l’impossibile. Spesso si sceglie la soluzione “master + moduli” per una maggiore versatilità, per ridurre l’ingombro o anche per un fattore economico. Anche in studio la ragione al compromesso c’è: se lo scopo è solo quello di registrare, basta una sola tastiera master che via MIDI controlli tutto l’arsenale di expanders, campionatori, synth, computers e altro. Anche in questo caso il clone in formato destkop unisce la comodità alla praticità d’uso. Perché avere i drawbars? Beh, sarebbe come avere un pianoforte senza i pedali! Sono loro che agiscono sul suono e diventano parte integrante dell’esecuzione organistica. I tre desktop che ho scelto per questo test comparativo (Fig.1) sono essenzialmente molto diversi fra di loro. Il Roland VK-8m è uno strumento già abbastanza noto, il Viscount DB-3m (un prodotto italiano) è l’evoluzione di un progetto precedentemente della casa americana Oberheim, il Creamware B4000 ASB è un prodotto nuovo, ci siamo appena presentati. Esaminiamoli prima uno per volta e poi li mettiamo a confronto, con tanto di registrazione audio e esperimento con cassa Leslie vera.

Roland VK-8m Non posso negare che qui la tecnologia giapponese si fa notare fin da subito. Il design vuole sembrare classico, con i bordini in noce e il colore di fondo dello chassis di quel bel grigio scuro metallizato (Fig.2), ma in realtà l’impronta futuristica salta all’occhio più di tutto il resto, a cominciare dal controller D-BEAM, che consente la modulazione di determinati parametri attraverso il movimento della mano sul suo invisibile fascio di luce infrarossa, come una specie di Theremin. I drawbars sono solidi e molto scorrevoli, con 16 scatti ciascuno e le piedature impresse sulla parte frontale. In alto troviamo l’uscita cuffia, il pomello per il volume generale, il selettore per il tipo di riverbero con relativo volume, e la sezione INPUT che accetta un segnale esterno da miscelare al suono generato dall’apparecchio secondo diverse modalità. Più in basso c’è un encoder endless che consente di scegliere il tipo di Chorus/Vibrato fra le sei posizioni tipiche dell’Hammond, e il relativo tastino di abilitazione. Al centro c’è la sezione AMPLIFIER che utilizza la tecnologia Roland denominata C.O.S.M. (Composite Object Sound Modeling) per simulare le caratteristiche di quattro tipi diversi di amplificatori. Con un tastino al centro si seleziona l’amplificatore desiderato, col pomello a sinistra si regola il grado di distorsione e con quello di destra si regola il tono. L’amplificatore Type IV è il mio preferito non solo per la timbrica più realistica ma anche perché non aumenta il volume quando si alza la distorsione. Il pomello Tone non si limita ad un semplice filtro passa-basso ma varia la timbrica globale agendo su uno spettro di frequenze più ampio. La sezione TONE WHEEL permette di scegliere fra tre tipi diversi di ruote foniche, di contenuti armonici “spuri” differenti, di cui il primo e il secondo tendono ad imitare rispettivamente un organo degli anni ’50 o degli anni ’60, mentre il terzo offre un sono “clean”, cioè con meno contaminazioni. Il più carino è il primo tipo, con un grado di leakage più moderato. Il potenziometro adiacente serve a regolare la quantità di “leakage noise”, cioè l’interferenza presente nel generatore di un Hammond originale, che caratterizza e in un certo qual modo “gonfia” il suono soprattutto nei registri bassi. Per il controller D-BEAM c’è un tasto di accensione multicolore che in modo molto simpatico cambia tinta all’avvicinarsi della mano. A questa diavoleria tecnologica si possono assegnare diverse funzioni, fra cui il cambio di velocità dello speaker rotante, l’effetto “Ring Modulator” (agli amanti dei Deep Purple questo ricorderà qualcosa!), e due funzioni che trovo molto simpatiche: Spring Shock simula il rumore generato dal riverbero a molle quando questo viene forzatamente scosso, e qui si potranno divertire gli amanti degli Emerson, Lake & Palmer, rivivendo i momenti in cui Keith Emerson nello show “Pictures at an exhibition” sollevava il suo L122, dopo averlo accoltellato, sbattendolo per terra facendo vibrare violentemente le molle del suo riverbero! Un’altra funzione simpatica del D-BEAM è TW-BRAKE che simula lo spegnimento del motore del generatore, creando un effetto come di un disco che pian piano rallenta fino a fermarsi.

Alcentro dell’interfaccia del VK-8m ci sono i due tastoni per il controllo della velocità del simulatore Leslie, uno per passare da SLOW a FAST e viceversa, l’altro per il BRAKE, cioè il freno che ferma la rotazione degli speakers. Purtroppo non è possibile bypassare il simulatore Leslie tramite i comandi da pannello, e per fare ciò è necessario inviare la seguente stringa di sistema esclusivo via MIDI, non documentata nel manuale: F0 41 10 00 4D 12 10 00 20 05 01 4A F7. Anche per il Chorus c’è un modo per scegliere tre diverse modalità, ma è possibile farlo solo attraverso le seguenti stringhe sys-ex: ’50 Vintage: F0 41 10 00 4D 12 10 00 20 02 00 4E F7; ’60 Vintage: F0 41 10 00 4D 12 10 00 20 02 01 4D F7; ’70 Vintage: F0 41 10 00 4D 12 10 00 20 02 02 4C F7. Avete notato che non c’è nemmeno un piccolo display numerico sul VK-8m? Ebbene, il suo punto a sfavore è proprio la programmabilità, in quanto per accedere ai parametri interni di programmazione è necessario usare delle combinazioni di tasti ed avere il manuale di istruzioni a portata di mano, e meno male che esce in italiano! Procedendo con l’analisi dell’interfaccia, a sinistra troviamo la sezione dedicata alla percussione, con i controlli tipici per la scelta del decay, del volume, e dell’armonico. In basso ci sono i tasti per la gestione dei presets e un tasto che commuta l’azione dei drawbars fra le tre sezioni dell’organo, upper, lower, e pedals. Diciamo che tutti i controlli fondamentali per la “performance” sono a portata di mano, ben disposti e molto maneggevoli, ma per gli smanettoni della personalizzazione, mettere mano ai parametri interni sarà sicuramente una pena! Viscount DB-3m  Dall’aspetto più classico (Fig.3 ), meno tecnologico, pochi controlli ma essenziali.

I drawbars hanno un profilo leggermente diverso dal solito, un po’ più squadrato, ma rispondono molto bene, hanno anch’essi i 16 scatti e sono ben solidi. Alla loro sinistra ci sono quattro pomelli che controllano rispettivamente il volume generale, il livello del riverbero, l’overdrive e l’ultimo è un selettore meccanico a sei posizioni per scegliere il tipo di chorus/vibrato. La fila di tasti in basso a destra comprende i comandi per la percussione, per l’attivazione del chorus, per il simulatore Leslie e per il controllo dei presets, mentre il piccolo display numerico e i pulsanti sottostanti servono per la gestione delle memorie globali e per i parametri interni; tutto è disposto in modo semplice ed intuitivo, e tutto quello che ha da offrire questo strumento è sul suo pannello di controllo. Differenze col VK-8m? Tantissime! Solo per cominciare, notiamo subito che le sezioni lower e bass non sono programmabili, piuttosto hanno dei presets preimpostati e non modificabili. L’overdrive non è aggressivo come nel Roland, ma forse è più realistico perché tende a simulare giusto quel po’ di saturazione valvolare che dà un Leslie quando spinto al massimo. Il suono “di base” delle tonewheels è molto buono, forse il migliore che abbia mai sentito in un clone hardware, e c’è la possibilità di scegliere fra quattro tipi di scaling, cioè il bilanciamento fra le note basse e le alte. Mentre il VK-8m talvolta potrebbe sembrare troppo squillante, senza possibiltà alcuna di correzione se non con l’uso dell’equalizzatore, il DB-3m è senza dubbio più bilanciato, con un’ottima risposta lungo tutto il range di frequenze. Mancano gli effetti come lo spring-shock o il ring modulator, ma in compenso c’è l’effetto del rumore di fondo dovuto alla rotazione del motore delle ruote foniche, e il keyclick è regolabile da pannello e ampiamente personalizzabile. La caratteristica fondamentale del suono di questo Viscount è l’attacco delle note che trovo più deciso e realistico. Anche la percussione ed il vibrato/chorus sembrano decisamente più fedeli rispetto al clone nipponico, ma la grande pecca del nostro italo-americano è, ahimé, il simulatore di Leslie. Mi dispiace dirlo, ma sembra più un normale effetto vibrato che uno speaker rotante. A questo punto, però, mi sento in dovere di tirare in ballo uno “sfidante fuori concorso”, il mio Viscount DB-5 (Fig. 4 ), la versione a consolle, che sebbene condivida lo stesso motore di sintesi denominato A.S.T.M. (Advanced Synchronous Tonewheel Modeling) presenta un simulatore di speaker Leslie totalmente differente, molto più fedele e realistico rispetto al suo fratellino minore DB-3 e forse meglio anche di molti altri cloni esistenti.

Ora la domanda è: perché non hanno messo nel DB-3(m) lo stesso simulatore?  Creamware B4000 ASB   Questo è il terzo ASB che testiamo su CM2, dopo il Minimax e il PRO-12 visto il mese scorso. In effetti l’estetica del B4000 mantiene lo stile (Fig.5 ), con le parti in mogano e gli stessi pomelli usati sugli altri ASB. I drawbars, dalla sensazione piuttosto fragile, sono posti al centro e sporgono oltre l’area occupata dallo strumento, rendendoli talvolta scomodi da usare. Le piedature sono impresse sulla scocca di metallo piuttosto che sui drawbars stessi. La fila di potenziometri in alto comprende tutti i comandi essenziali per la personalizzazione del suono. I primi tre pomelli regolano rispettivamente il livello del keyclick, il crunch del generatore e l’overdrive del simulatore Leslie, mentre il quarto, denominato “condition” agisce su due parametri contemporaneamente, leakage noise e tonewheels condition, permettendo di simulare diversi tipi di organi, da un modello nuovo di zecca ad uno praticamente malridotto. Seguono i controlli del tono e i volumi separati per le quattro sezioni: upper, lower, pedals e external input.

E secondo lo schema classico, troviamo a sinistra i controlli del vibrato/chorus e a destra quelli della percussione, mentre al centro troviamo il display numerico con gli encoder endless per la gestione dei presets e dei parametri MIDI. Nella confezione del B4000 è compreso anche un CD-Rom contenente il manuale in PDF e l’editor per PC e Mac (Fig.6) attraverso il quale è possibile organizzare i presets e gestire altre fuzioni non accessibili direttamente dal pannello dei comandi, come ad esempio tutte le personalizzazioni possibili per la simulazione Leslie (velocità dei rotori, posizionamento microfoni, ecc.) e la risposta alla velocity.

Devo ammettere che la Creamware ha avuto un’idea originale durante lo sviluppo di questo clone, sebbene il risultato non sia del tutto all’altezza delle aspettative: praticamente hanno cercato di sfruttare il messaggio MIDI di note-on velocity per simulare l’azione della contattiera a 9 poli presente sotto ai tasti di un Hammond vero. Giusto per darne un breve cenno, in un vero organo Hammond tutte le ruote foniche sono connesse ai tasti ed ai drawbars attraverso un immenso groviglio di cavi, e sotto ad ogni singolo tasto ci sono 9 contatti diversi, uno per ogni drawbar, sicché quando l’esecutore abbassa un tasto, non sempre vengono chiusi tutti i contatti in perfetta contemporaneità, ma potrebbe esserci un brevissimo ritardo fra un contatto e l’altro, nell’ordine di qualche istante, a seconda che il tasto sia suonato velocemente o lentamente. Questa piccola imperfezione talvolta condiziona radicalmente il suono dello strumento originale, soprattutto quando vengono eseguiti rapidi glissati col palmo della mano. Creamware ha voluto sfruttare un importante parametro MIDI per simulare, in un certo qual modo, questa caratteristica distintiva di un Hammond autentico. La prova del suono:   Nel CD allegato alla rivista, nella sezione DEMO MP3 -> CLONI HAMMOND, trovate un file mp3 in cui potrete sentire degli esempi registrati con i nostri tre cloni in diverse modalità. Per ogni strumento è stato suonato un breve clip Jazz, uno Rock e un altro di genere Lounge, prima tutti in diretta, cioè prelevando il suono che esce direttamente dall’output degli strumenti stessi, poi attraverso un amplificatore rotante Leslie (Fig.7 ), ripreso con un microfono AKG C414 B-XLS preamplificato da un Universal Audio SOLO 610 (recensito in questo stesso numero da Antonio Campeglia). Per il clip Jazz è stata usata la classica impostazione “power three” sul manuale superiore, cioè 888 000 000 con percussione 3rd fast normal, e il morbido 808 000 000 sul lower. Per il clip di genere Rock è stato usato un setting 888 840 000 per l’upper che sul finale si trasforma in un “full” a partire prima dai drawbars acuti, passando il Leslie in fast, mentre sul lower c’è un 858 000 000 per i bassi. Per il clip Lounge, invece, è stato usato un settaggio 800 008 888 con Leslie in fast. La pecca del Viscount riguardante l’impossibilità di variare i settaggi di drawbars per il manuale inferiore si fa sentire e non poco, rendendo impossibile l’uso del lower per le bass lines. Fra i tre, la simulazione più convincente è senza dubbio data dal Roland VK-8m, forte della simulazione Leslie in tecnologia COSM. Ma quando ascoltati attraverso il Leslie vero, il suono più punchy ce l’ha indubbiamente il Viscount DB-3m. Il Creamware ha un suono troppo sottile e poco versatile, adatto per lo più per morbidi suoni jazz in stile Jimmy Smith.   Conclusioni:   Abbiamo visto come questi strumenti siano versatili e comodi, soprattutto per la performance dal vivo, ma abbiamo anche visto come ad ognuno di essi manchi qualche dettaglio, più o meno importante, acciocché siano dei perfetti surrogati ad un clone più completo seppure più scomodo. Hanno tutti delle cose in comune e ognuno ha qualcosa che l’altro non ha: tutti e tre hanno 9 ottimi drawbars, hanno tutti un bel look vintage e sono compatti, usano alimentatori esterni ed hanno l’ingresso per il pedale d’espressione; il Roland ha un bell’effetto rotary ma è difficile da programmare ed è troppo squillante; il Viscount ha un ottimo suono di base ma ha un effetto Leslie scadente; il Creamware ha un bel pannello comandi, è fornito con un editor software e ha la simulazione della contattiera, ma il suono non è all’altezza degli altri due. L’ideale sarebbe il suono del Viscount con il rotary sound del Roland e l’interfaccia del Creamware. Un momento… ma ancora non abbiamo detto che nessuno dei tre è un Hammond? Beh, quindi la perfezione non la troveremo mai!

Condividi questo articolo!
Nessun commento