All’inizio degli anni ’70, con il sempre crescente successo dei sintetizzatori analogici introdotti da Bob Moog, degli ingegneri americani costruiscono nel garage sotto casa un sintetizzatore che di lì a poco sarebbe entrato negli annali della storia degli strumenti musicali, conosciuto col nome di ARP 2600. Oggi, nell’era delle simulazioni digitali, una piccola software house californiana, la Wayoutware, ripropone questo mito dell’elettronica sotto forma di virtual instrument, ribattezzandolo TimeWarp 2600.
L’ARP 2600:
ARP è la sigla di American Recording & Performance ma sono anche le iniziali di Alan Robert Pearlman, un ingegnere elettronico e insegnante di musica che nel 1968, nel laboratorio allestito all’interno del suo garage, cominciò a progettare un dispositivo che potesse servire ad università ed istituti di ricerca per studiare le applicazioni dell’elettronica nella musica moderna ed imparare meglio il mondo della sintesi artificiale del suono. Certamente Mr. Pearlman non immaginava che uno strumento del genere, negli anni a venire, sarebbe divenuto uno dei sintetizzatori più usati e desiderati dai più famosi musicisti pop dell’epoca (fra cui ricorderei il grande Stevie Wonder che ne firmò la brochure pubblicitaria), in diretta competizione con le opere di Bob Moog. L’ARP 2600 (Fig.1) è un sintetizzatore semimodulare, monofonico, costruito interamente a mano all’interno di un valigione di legno posizionabile verticalmente e con la possibilità di aggiungere una tastiera esterna, dal pannello frontale alquanto grezzo ed un po’ confuso. Venne introdotto sul mercato nel 1970 e vi restò fino al 1981, e in totale ne sono stati venduti poco meno di tremila esemplari, così pochi che averne uno oggi significa possedere una vera rarità.
La prima versione era famigerata per i suoi difetti e la sua quasi completa instabilità, sebbene fosse proprio quella valutata maggiormente oggigiorno. Nel 1971 uscì una nuova versione con delle piccole migliorie e un look differente, con rifiniture di legno nudo al posto del rivestimento in tolex nero. Fino ad allora l’ARP 2600 montava un filtro passa-basso a 24dB su ottava letteralmente copiato per filo e per segno dal progetto del “ladder filter” di Bob Moog (Fig.2), tanto che Pearlman fu denunciato per aver usato in modo illecito il brevetto di Moog senza avere la sua autorizzazione. Ciò lo spinse a riprogettare un nuovo circuito per il filtro, così nacque la terza versione del 2600 l’anno dopo. Nel 1978 uscì la quarta ed ultima versione dello strumento, ancora una volta con un look diverso, pannello nero con serigrafie arancioni, un nuovo ed originalissimo filtro molto più stabile dei precedenti, e per gli ultimissimi modelli c’era anche la possibilità di estrarre singolarmente i diversi moduli per facilitarne la manutenzione. La stessa grafica, lo stesso logo e lo stesso filtro li troviamo in un altro famoso strumento prodotto dalla ARP negli stessi anni, l’Odyssey. Come già accennato prima, l’ARP 2600 è un sintetizzatore monofonico di tipo semimodulare: a differenza dei sistemi modulari di Moog, nel 2600 i diversi moduli sono già pre-cablati internamente, ma è possibile eludere i collegamenti di fabbrica attraverso delle patch cord esterne che, quando inserite nelle prese frontali, automaticamente interrompono il percorso standard del segnale dando libero sfogo alla fantasia del tastierista più sfrenato! Secondo questa logica, per ottenere un suono da un semimodulare non è affatto richiesto alcun cablaggio esterno, basta semplicemente usare i comandi frontali come su qualsiasi altro synth non modulare, ciononostante il vero divertimento nasce proprio quando si cominciano a ricollegare tutti i moduli a proprio piacimento. Fra l’altro, bisogna dire che il 2600 fu il primo strumento di questo tipo, seguito a ruota da Korg con le serie PS e MS e Roland col suo System 100. In un ARP 2600 sono presenti tre oscillatori VCO con forme d’onda quadra, triangolare, a dente di sega e sinusoidale, due inviluppi di cui un ADSR e un AR (solo attacco e rilascio), un filtro, un generatore di rumore, possibilità di sample & hold, un modulatore ad anello, un enveolpe follower, un reverbero a molla, uscite stereo e due altoparlanti incorporati. La tastiera viene collegata esternamente, la più famosa e completa è il modello 3620 la quale in più offre un oscillatore LFO, il portamento, un transposer e una modalità duofonica per poter suonare due note contemporaneamente.
Il TimeWarp 2600:
Il programmatore di questo virtual instrument si chiama Jim Heintz (Fig.3), uno che per anni ha riparato centinaia di sintetizzatori della ARP e che, senz’ombra di dubbio, li conosce profondamente da dentro a fuori. Per lo sviluppo ha utilizzato una tecnologia che negli ultimi anni si sta espandendo a macchia d’olio, denominata in modo piuttosto generico “Virtual Component Modeling”, ispirata alla sintesi a modelli fisici, con l’unica differenza che qui vengono modellati i vari componenti elettronici attivi e passivi di un circuito piuttosto che elementi fisici esistenti in natura. Grazie a questo sistema, gran parte del funzionamento del synth è ottenuto ricreando digitalmente l’intera circuiteria del 2600 così come riportata sugli schemi elettrici originali, con esclusione solo di alcune parti che non incidono direttamente sulla qualità sonora (ad esempio la gestione del flusso midi e dei presets). Il TimeWarp 2600 è l’unica simulazione dell’ARP 2600 sponsorizzata e garantita direttamente da Alan Pearlman in persona, tant’è vero che al Winter NAMM del 2005 Heintz si è presentato con un 2600 vero e dimostrava paragoni diretti con il suo software, una vera e propria sfida, vantando la collaborazione di Pearlman durante tutto il processo di sviluppo.
La grande interfaccia grafica (ci vuole almeno un monitor LCD da 17 pollici per vederla bene!) rispecchia per filo e per segno il pannello di controllo del 2600 con la tastiera connessa (Fig.4), e ogni controllo mostra una finestrina di pop-up quando ci si passa su col mouse indicando il nome del parametro ed il rispettivo valore. Il tutto è diviso in sezioni, e da sinistra verso destra troviamo gli oscillatori, il filtro, il vca, il mixer e la sezione di uscita con l’effetto reverbero. Da notare che, siccome il 2600 originale non aveva una tastiera dinamica, nel TimeWarp quando c’è qualcosa che risponde alla velocity midi, il relativo parametro a video si muove automaticamente in concomitanza con la variazione attribuitagli. L’ARP 2600 non solo fu usato come strumento musicale ma anche come generatore di rumori ed effetti speciali usati in film come Star Wars e numerosi telefilm degli anni ‘70, pertanto fra i numerosi presets che troveremo nella distribuzione standard di TimeWarp non potevano mancare dozzine e dozzine di effetti speciali, dalle esplosioni ai laser, da suoni spaziali a rumori di guerra, armi, atmosfere, ecc. tutti già pronti all’uso, richiamabili con pochi semplici click sulla parte alta dell’interfaccia grafica dedicata alla gestione veloce dei presets e alle impostazioni globali.
E per gestire al meglio la propria libreria di suoni, cliccando sul tasto Patch Manager si accede ad una finestra dalla quale si possono organizzare i presets in gruppi e categorie (Fig.5), ed in più si possono esportare ed importare.Oltre alle caratteristiche dell’ARP 2600 originale, in TimeWarp 2600 troveremo nuove implementazioni come la risposta alla velocity e all’aftertouch midi, la polifonia fino a 8 voci, la risposta ai midi continuous controller per ogni parametro, il supporto per l’automazione dell’host, la possibilità di caricare mappature midi personalizzate, la gestione del microtuning e un’ottima simulazione del reverbero a molle, leggermente migliorata rispetto al suono dato da quello originale (a detta di Pearlman!). La compatibilità è assicurata con tutti gli host più famosi, sia in ambiente Windows che Mac ma esiste anche una versione stand-alone. L’installazione è molto semplice e veloce e il sistema di protezione si basa sul Pace Anti-Piracy. La richiesta di potenza CPU non è certo cosa trascurabile, ma se ci si limita alla monofonia si può usare il TimeWarp 2600 tranquillamente anche su un computer datato mantenendo tempi di latenza più o meno bassi. Il suono? Beh, che dire, le possibilità date da un sintetizzatore del genere sono pressoché illimitate, e se non si fa attenzione a dove si collega cosa, si rischia di ottenere rumori e rumoracci nonché suoni e suonini, davvero di tutto. Il test, come di consueto, l’ho effettuato su di un Pentium 4 con una scheda audio Pulsar e, almeno ad orecchio, non esiste alcun difetto udibilie, niente aliasing né clipping di alcun tipo.
Ho smanettato per ore con le patch cords virtuali sperimentando i diversi effetti che si possono ottenere collegando i moduli fra di loro nei modi più impensabili (Fig.6), e devo dire che non solo la risposta ai controlli resta fluida e precisa anche usando un controller midi esterno, ma la stabilità generale del software è davvero ottima, considerando soprattutto che in certi momenti vedevo la CPU salire a livelli di allarme. Fra i presets di fabbrica ci sono dei bellissimi bassi che, inseriti all’interno di un contesto musicale interamente elettronico, fanno la loro nobile figura, danno un bel senso di rotondità e si mantengono ben equilibrati su ampie gamme di frequenza. Ottimi anche i suoni lead, soprattutto se si assegna qualche controller esterno e ci si sbizarrisce con le modulazioni in tempo reale. Certo questo non è un synth per i principianti, non è facilissimo da comprendere e richiede un po’ di studio anche per chi già ne sa tanto di sintetizzatori ma non ha mai usato un semimodulare come l’ARP 2600. Ma se vogliamo davvero paragonarlo alla sua controparte in carne ed ossa (anzi, in legno e silicio!) diciamo innanzitutto che un vero 2600 oggi è valutato circa tremila euro ed è difficilissimo da trovare, soprattutto se ci si aspetta di trovarne uno perfettamente funzionante. Detto ciò, una buona alternativa software non può che portare tutti i vantaggi del caso: non si guasta, non si stona, non si rischia di distruggerlo perché il software consente solo i collegamenti “fattibili” (gli output possono collegarsi solo agli input), si integra perfettamente nella nostra workstation audio, ha i preset e tutte le belle cose che offre il mondo dell’informatica musicale, per non dire che costa meno di un decimo di un vero ARP. Sebbene non tanti abbiano avuto la possibilità, in passato o in presente, di usare personalmente un ARP 2600, sicuramente in molti ne abbiamo sentito il suono a nostra insaputa ascoltando i dischi degli Who, di Stevie Wonder, di Jean Michel Jarre, dei Depeche Mode, dei Weather Report, di Rick Wakeman, e di tanti altri grandi artisti. Oggi invece, grazie al software e ai computer, tutti possiamo mettere le mani su questo strabiliante strumento senza necessariamente essere ricchi.
Guido Scognamiglio






