Komplexer e Albino 3 sono due sintetizzatori digitali che si somigliano molto, versatili e potenti, orientati verso sonorità complesse e ricercate. In questo articolo faremo una comparazione diretta, cercando di mettere in risalto non tanto le loro somiglianze ma le loro diversità. Perché? Beh, perché scegliere un synth software che stia bene nel nostro set-up virtuale è sempre un’impresa e quando bisogna decidersi è necessario saper distinguere, appunto, quel che “fa la differenza”.
Il panorama si allarga
Fino a qualche tempo fa, quando veniva proposto sul mercato dei software un nuovo sintetizzatore virtuale, si accendeva la lampadina della novità e si correva subito a scaricare la demo per cercare di capire se il prodotto faceva al caso nostro e se valeva la pena acquistarlo per avere qualcosa che si distinguesse nel panorama dell’hardware. Oggi pare che ci sia un’inversione di tendenza: un nuovo synth virtuale diventa “l’ennesimo”, o come dicono gli inglesi “yet another…”. Ma fortunatamente non è sempre così: chi produce software tutto questo lo sa e si regola di conseguenza. Ecco perché i sintetizzatori virtuali diventano sempre più potenti e complessi e ciascuno tenta di aggiungere quel tocco di innovazione che precedentemente mancava. Mi domando solo: “c’è davvero bisogno… di nuovi sintetizzatori?”.
Oggetto di questo test comparativo sono due plug-in, l’uno prodotto da un pioniere di questo genere, Rob Papen; l’altro è della Terratec Producer, nota casa tedesca produttrice, fra l’altro, di interfacce audio e attrezzature professionali da studio.
Scopriamo Komplexer
Nella confezione troviamo il CD in jewel box incelofanato, la cartolina di registrazione col seriale e un manuale multi-lingue, fra cui anche l’italiano: questo già ne fa salire il punteggio! L’installazione è rapidissima, fortunatamente basta solo inserire il seriale durante il set-up, senza dover combattere contro seccanti sistemi di protezione con chiave hardware o challenge/response. Al primo avvio, Komplexer si presenta con un’interfaccia ridotta come quella in Fig.1, che mostra l’elenco dei presets, 128 per ogni banco, otto pomelli rotativi chiamati macro expressions, i tasti di navigazione fra le varie pagine di editing ed i tasti di selezione e attivazione dei quattro layers. Fermiamoci un attimo su questo argomento. I layers, in italiano “strati”, rappresentano in effetti quattro cloni della stessa struttura del synth. Sia in Komplexer che in Albino 3 ci sono quattro layers che possono suonare contemporaneamente oppure secondo split basati sulla zona della tastiera o sulla velocity midi. Ogni layer può essere programmato distintamente dagli altri. Tutto questo riprende un po’ il concetto dei sintetizzatori hardware, o delle grosse workstations a partire più o meno dalla famosa Roland D-50 – che per comporre un program usava fino a quattro layers diversi. A tutt’oggi questo concetto è ancora in auge con tastiere come Yamaha Motif, Korg Triton o anche il Nord Modular G2 della Clavia, ma in ambiente software è quasi una novità. Ciò ci induce a pensare che la ricerca del “tocco di classe” non conosce limiti, e se non riesce a scavalcare gli orizzonti del futuro va a scavare nei ricordi del passato! Certo, è anche segno della sempre crescente potenza delle CPU e dell’ottimizzazione del codice. Già un solo layer di Komplexer o di Albino 3 è complesso abbastanza da fornire ottime possibilità di sintesi, figuriamoci averne quattro insieme a cosa può portare! In Komplexer i canali midi da 1 a 4 suonano i quattro layers rispettivamente, mentre il 5 li suona tutti insieme. Cominciamo ora ad addentrarci nella sintesi e vediamo un solo layer cos’ha da offrire. Cliccando sulla scritta MAIN la finestra si allarga enormemente (se non avete una risoluzione di almeno 1280×1024 pixel perdete le speranze di capirci qualcosa!) come mostrato in Fig.2, mostrando la struttura fondamentale del synth. Layout molto chiaro e intuitivo, colori ben contrastati e grafica piacevole. In alto notiamo i tre oscillatori, in basso i due filtri, al centro il mixer, gli inviluppi e alcuni parametri generali. Gli oscillatori 1 e 2 sono identici e possono riprodurre quadra, dente di sega, sinusoide, triangolo oppure forme d’onda complesse selezionabili coi tasti WT1 e WT2, 128 per ogni banco. Il terzo oscillatore manca delle wavetables e non ha il sub-oscillatore, ma può essere sincronizzato al secondo oscillatore. In comune, tutti gli oscillatori hanno parametri quali l’intonazione, la modulazione di frequenza e il pulse-width. Nella sezione mixer è possibile, appunto, miscelare i livelli dei tre oscillatori e del generatore di rumore (con vari colori) ed è possibile anche regolare la modulazione ad anello fra i primi due oscillatori. Inoltre per ogni elemento in ingresso si può regolare l’uscita verso il filtro uno o due. I due filtri sono identici: multimodo a 12 o 24dB su ottava e hanno anche dei filtri a pettine. Cos’è un filtro a pettine? E’ detto anche all-pass proprio perché in sé non effettua nessun taglio sulle frequenze ma si limita a ritardare il segnale in ingresso di pochi nanosecondi. In pratica è un delay molto stretto. Miscelando il segnale originale con quello filtrato, accade che le due onde sovrappongono le loro fasi operando particolari tagli o enfatizzazioni di alcune frequenze: questo è anche il principio di funzionamento del famoso effetto Phaser. Nella sezione centrale della pagina MAIN, infine, troviamo i pomelli per la regolazione della velocità dei tre LFO, le impostazioni per l’effetto glide (o portamento), per la modalità unisono, gli ADSR per filtro e VCA e gli interruttori di effetti e arpeggiatore. Passiamo alla pagina ENV/LFO, quella mostrata in Fig.3, dove è possibile personalizzare gli inviluppi e gli oscillatori a bassa frequenza. Oltre ai due ADSR classici di cui sopra, sono disponibili altri due inviluppi che possono modulare diverse sorgenti a seconda di quanto impostato nella matrice di modulazione – che vedremo più avanti. Gli ADSR possono diventare anche ADS1DS2R, cioè Attack, Decay, Sustain1, Decay2, Sustain2, Release. In altre parole, si aggiungono dei punti sull’asse dei tempi ed è possibile mandare in loop tutto l’inviluppo o solo il segmento fra S1 e S2. Gli LFO sono ovviamente sincronizzabili all’host tempo e offrono diverse forme d’onda, più un Sample & Hold. Questo tipo particolare di modulazione accetta una forma d’onda in ingresso della quale ne trattiene il valore ad intervalli regolari di tempo per creare degli effetti di modulazione “a scatti”, molto usati in sonorità techno ed electro. Il terzo LFO offre anche una modalità step, molto simile ad uno step sequencer, in cui si possono impostare le ampiezze di 16 step differenti suonati in successione. La pagina MATRIX (Fig.4) è quella che piace maggiormente agli appassionati di sintetizzatori moderni: più è complessa, più è apprezzata. Qui si possono instradare tutte le sorgenti di modulazione a tutti i parametri modulabili dello strumento, per esempio possiamo usare la modulation wheel per regolare la quantità di LFO1 che andrà a modulare il pitch degli oscillatori (per gli amici “vibrato”), o possiamo usare l’uscita del terzo inviluppo per modulare l’apertura del secondo filtro, e via dicendo. Ci sono 16 slot liberamente programmabili. La sezione denominata ARITHMETIC posta a sinistra della schermata è un’idea alquanto originale: è possibile usare degli operatori aritmetici per alterare alcune sorgenti di modulazione ed usare i risultati come nuove sorgenti da impostare nella matrice. Per esempio, possiamo operare una sottrazione fra il valore di LFO1 e quello di ENV1 ed usare il risultato per modulare… la velocità di LFO2, o quant’altro. Nella sezione inferiore di questa schermata, infine, troviamo i parametri di assegnazione agli otto macro controllers, ognuno dei quali può regolare “al volo” fino a quattro parametri differenti contemporaneamente secondo diversi criteri. L’ultima pagina, denominata ARP/FX, è rappresentata in Fig.5 e mostra i parametri dell’arpeggiatore e del multieffetti interno. Più o meno si tratta del solito arpeggiatore programmabile a 16 steps, di cui è possibile programmare la lunghezza di ogni step, l’altezza della nota, il volume, la presenza del glide e la modalità di esecuzione (one shot, loop, hold). Molto utile sicuramente, ma niente di innovativo. Ammetto, però, che le grosse dimensioni dell’interfaccia ne rendono facile la programmazione.
…e poi Albino 3
Anche per Albino 3 l’installazione è molto semplice e rapida: per l’autorizzazione è sufficiente digitare il codice impresso sulla cartolina di registrazione. Dato il nome, l’interfaccia non può che essere di colore bianco (Fig.6), formata da un’unica pagina nella quale alcuni elementi cambiano a seconda delle funzioni cliccate sui lati. In alto a destra ci sono le due sezioni degli oscillatori, che in realtà sono quattro in totale. Come mostrato in Fig.7, possono essere di tipo: Analog, cioè con forme d’onda tradizionali; Digital, con onde prese da 4 wavetables; Noise, generatore di rumore. Il primo oscillatore può anche accettare un segnale audio in ingresso. Alla destra di ogni schermata dell’oscillatore ci sono dei tasti che selezionano l’instradamento dell’uscita. Fra gli oscillatori è possibile operare anche la modulazione di frequenza o d’ampiezza. I parametri di tutti gli oscillatori sono quelli classici, compresi i sub, il sync e il free-run, cioè la funzione che dissocia l’intonazione dalla nota suonata sulla tastiera. Passiamo ora ai filtri: qui Rob Papen si è dato da fare, ha inventato tre tipologie diverse a seconda della loro “aggressività”, denominandoli silk, cream e scream. L’ultimo è proprio… da urlo! Per ogni tipologia è possibile scegliere fra i modi 12 e 24 dB su ottava, e i tipi low-pass, high-pass, band-pass e notch, mentre un quarto tipo di filtro è… indovinate? Il filtro a pettine! Alla destra delle sezioni filtro c’è il mixer (anche se non esiste un’etichetta che lo identifica) il quale instrada l’output dei filtri verso la sezione di amplificazione e/o gli effetti. Procedendo verso il basso troviamo la sezione ENV (elope). Sebbene si veda una sola finestrina dedicata a questo modificatore, con i tasti alla sua sinistra si può selezionare il modulo a cui è destinato, pertanto esiste un inviluppo per ogni oscillatore, uno per ogni filtro, uno di modulazione ed un altro per l’amplificazione, tutti di tipo ADSFR (F è il fade, una fase che precede il rilascio) oppure a cinque punti personalizzabili con possibilità di looping e sincronizzazione. Il riquadro alla destra degli inviluppi racchiude i quattro LFO, la matrice di modulazione e l’arpeggiatore. Gli LFO sono molto più complessi rispetto a quelli di Komplexer, comprendono una sorta di inviluppo, usano diverse forme d’onda, sono sincronizzabili all’host tempo e possono essere modificati per simmetria (tra fase positiva e fase negativa dell’onda) e fase di partenza. La matrice di modulazione, selezionabile premendo il tastino MX, è quella classica a 16 slot, da tutte le sorgenti a tutte le destinazioni possibili. Idem l’arpeggiatore, un 32 steps con diverse modalità ma niente di estremamente complicato. In basso troviamo, infine, la sezione multieffetti, con un massimo di quattro effetti in contemporanea, e la sezione master. Fra gli effetti abbiamo due tipi di chorus, delay, riverbero, phaser, flanger, compressore, lo-fi, wha e filtro, ognuno con un bel numero di parametri configurabili. I quattro effetti possono essere liberamente concatenati o messi in parallelo. Nella sezione master c’è la gestione dei presets, comandi per il glide, l’unisono, volume globale ed un tasto GEN che genera un preset formato da valori del tutto casuali. Tutto questo moltiplicato per quattro, quanti sono i layers!
E cerchiamo le differenze
Abbiamo avuto la prova che Albino 3 e Komplexer (Fig.8) sono due pizze dello stesso impasto, ma ciò nonostante hanno due sapori differenti. Tanto per restare in tema di paragoni, direi che Albino 3 è una quattro-stagioni mentre Komplexer potrebbe essere un calzone ripieno. Albino 3, in più rispetto a Komplexer, accetta segnali audio in ingresso, ha più tipi di filtro, ha un inviluppo separato per ogni sezione, ha una gestione più intuitiva dei layers, ha due processori d’effetti in più, un LFO in più ed è fornito di una libreria di presets molto ampia. Komplexer, dal canto suo, ha la sezione Arithmetic, vale a dire un’idea nuova e forse unica, ha un’interfaccia più ampia (forse troppo!) e facile da comprendere, ha gli otto macro controllers e un arpeggiatore più potente. Komplexer, infine, è in grado di importare i presets del Waldorf MicroQ (Fig.9). E in fatto di suono? L’unico modo per paragonare due synth simili è tentare di ricreare lo stesso timbro su entrambi. Ma su questi due synth è una missione quasi impossibile in quanto pur essendo molto complessi, in nessuno dei due è previsto un reset generale per azzerare tutti i controlli al fine di cominciare un nuovo preset più facilmente. Tuttavia, fra le centinaia di presets di fabbrica proposti dall’uno e dall’altro, ce ne sono alcuni molto simili, forse perché entrambi i synth sono destinati allo stesso target di musicisti: techno, electro, dance, trance, ecc. In generale però possiamo notare che entrambi restituiscono un’estrema pulizia (niente aliasing o spiritelli indesiderati) e forse Komplexer suona un po’ più sui bassi. Del resto, questi sono synth digitali a tutti gli effetti, non pretendono di simulare nessun altro strumento analogico del passato, sebbene la base resti sempre quella, e non vantano l’uso di tecniche fantascientifiche per la perfetta riproduzione di questo o di quel circuito elettronico.
Conclusioni
Non c’è che dire, Komplexer e Albino 3 sono due capolavori del mondo digitale, averne uno significa avere tutto quello che si può pretendere da un sintetizzatore software. Sono entrambi compatibili sia con piattaforme Mac che PC, impiegano poca CPU se relazionati alla loro complessità, incorporano una gestione semplificata dell’automazione, della sincronizzazione con l’host e della gestione dei control change MIDI. E’ davvero difficile scegliere fra l’uno o l’altro. Forse i possessori di un Waldorf MicroQ potrebbero preferire Komplexer solo perché questo ne importa i presets riproducendoli con estrema fedeltà. Gli estimatori delle precedenti versioni di Albino e di BLUE potrebbero preferire Albino 3 per una questione di abitudine (o di affetto verso il caro Rob?). Chi invece non ha nessun motivo premeditato per cedere verso l’uno o verso l’altro in particolare, non può che affidarsi al suo personale giudizio provando la versione dimostrativa o ascoltando le registrazioni audio.
Guido Scognamiglio