Non ho mai amato usare channel strip in studio, li ho sempre considerati come strumenti adatti al live, è questo il motivo per cui ho sempre rifiutato di eseguire dei test su queste tipologie di prodotti; il solo pensiero di manipolare la sezione equalizzazione in fase di registrazione mi fa venire i brividi.
Ma, un bel giorno del mese di Giugno, il corriere mi fa una sorpresa: la consegna di un pacco abbastanza sostanzioso contenente l’UA LA-610. Non aspettavo nulla del genere, in un primo momento ho pensato ad un omaggio di qualche ammiratore, ma poi, tornando con i piedi per terra, ho reputato opportuno chiamare la società distributrice del prodotto che mi dato conferma di una spedizione effettuata erroneamente. Chiarito l’equivoco, chiedo la cortesia al responsabile di poter utilizzare per qualche giorno il prodotto, cortesia che mi viene accordata senza problema alcuno. Ormai il danno è compiuto, osserverete come la prevenuta “repulsione” per un oggetto possa trasformarsi in un’affascinante e progressiva scoperta delle sue potenzialità, nuovo prodotto, nuovo test, ulteriore compito che va ad aggiungersi alla già enorme mole di faccende che devo sbrigare…

LA-610 come si presenta
Per questa prova il microfono di turno è stato collegato al canale LA-610 mediante un cavo Klotz, l’uscita è stata collegata direttamente ad un convertitore Lucid 88192 con risoluzione 24 bit/192 KHz, il monitoraggio è affidato a due coppie di diffusori: le PMC modello AML1 con “woofer” da 6.5 pollici (per un ascolto standard da posizione ravvicinata) e una coppia di Genelec 1032 con cono da 10 pollici, per avere una miglior risposta sulla gamma delle frequenze basse. Il parco microfoni che avevo a disposizione in studio era abbastanza vario, dal classico U87, fino allo Shure SM58. La macchina è mono, in formato “rack standard” (due unità) di colore grigio metallizzato (Fig.1). Come tutte le “outboard” della casa mantiene il suo stile retrò con dei cursori rotativi di grande impatto visivo, ben distanziati fra di loro e con una corsa molto gradevole e lineare che dopo molte ore di lavoro danno l’impressione di essere un prolungamento di un nostro nuovo arto che ci permette di fondere e scolpire contemporaneamente il suono che stiamo elaborando.

Partendo da sinistra verso destra troviamo la prima delle due sezione che è dedicata allo stadio di preamplificazione e successivamente all’equalizzazione. Il PRE dispone di un selettore Gain a scatti di 5 dB (-10 fino a +10), mentre il secondo in basso è un selettore d’impedenza. Continuando, troviamo tre “switch”, il primo dall’alto verso il basso è un selettore di “pad” che, stranamente, è a -15 dB invece dei soliti -20dB, il secondo è per l’inversione di polarità, l’ultimo invece serve per attivare o disattivare l’alimentazione Phantom (+48V). Infine troviamo un Input Hi-Z per la registrazione di tutti quegli strumenti che hanno un’impedenza molto bassa. Come ultimo stadio della sezione preamplificazione troviamo una generosa manopola che gestisce il livello generale dello stadio di preamplificazione Tube Mic Pre, dosando opportunamente i tre cursori che gestiscono il guadagno, possiamo ottenere una tavolozza sonora molto ampia che ci permette di ottenere delle sonorità da molto neutre fino ad essere esageratamente ricche di armoniche e molto caratterizzanti. La sezione equalizzazione è ridotta all’essenziale, due “switch”, il primo controlla le frequenze alte e si può intervenire sui 4.5, 7 e 10 kHz, mentre il secondo quelle basse sui 70,100 e 200 Hz. Le due manopole successive permettono di ottenere in totale le due curve di “shelving”, una per gli alti e una per i bassi, con controllo di frequenza e di “gain” in positivo o in negativo. La seconda sezione è quella che forse attira di più i fonici, il compressore. In questo caso si parla di un “signor” compressore in quanto è una versione rivisitata del famoso LA-2A (Fig.2).

La manopola di PEAK READUCTION controlla il grado di compressione, mentre il GAIN determina l’amplificazione successiva alla compressione. Per quanto riguarda gli ultimi due potenziometri, il primo “METER” consente di decidere quale sorgente visualizzare dal “Vu Meter”, PREAMP, COMP o OUTPUT, mentre il secondo selettore in basso permette di gestire il 610 in modalità BYPASS, COMP (compressore) o LIMIT (limitatore). In ultimo sulla destra troviamo un bel “Vu Meter” stile “vintage” retroilluminato con in basso una spia e un selettore ON/OFF. Dopo aver visto e illustrato il Front Pannel, vediamo il Back (Fig.3). Qui in realtà ho un’amara sorpresa. Non mi aspettavo che avesse I/O digitali di serie e neppure opzionali, ma desideravo almeno che le tre sezioni fossero divise, invece troviamo la classica connessione per il cavo di alimentazione, LINE OUTPUT, LINE INPUT e MIC INPUT tutti e tre nel formato XLR.

Sindrome di smanettamento
Se per caso dovessero spedirvi erroneamente una macchina di questo calibro, il mio consiglio è rimandarla immediatamente indietro, altrimenti rischiereste inevitabilmente una fase acuta di “smanettamento”, con successive e non poco probabili sindromi da dipendenza. Credo che la maggior parte dei grandi successi musicali non sia soltanto frutto di uno studio a tavolino fra paroliere, cantante e musicisti, difatti non meno importante è il “modus”, la modalità cioè con cui l’idea e le emozioni vengono impresse su un supporto, unico e vero anello di congiunzione con l’ascoltatore finale. La tendenza, in questi ultimi anni, è registrare voci e strumenti con dei “channel strips” molto colorati, quasi sempre valvolari (Fig.4), su cui poter intervenire oltre che sulla sezione della preamplificazione, anche sulle bande di equalizzazione, in modo da ottenere modifiche del suono, spesso radicali; come se poi non bastasse, si tende a usare la sezione della compressione non come “limiter” ma come strumento per dare quella classica “botta” al timbro finale.

Questa logica operativa è spesso frutto di un’inconsapevole moda emulativa, si vuole ottenere a tutti i costi “quel” “sound”, proprio perché “quel” “sound” ben si integra in “quel” particolare brano che a sua volta rievoca atmosfere “trendy”. Ovviamente lo scotto si paga, ci si trova spesso a dover mascherare e a stravolgere il timbro originale. Pensate che ho conosciuto persone che quando hanno sentito il suono di un piano Fender originale d’annata hanno esclamato “Ma ci sono troppo medi!!!, usiamo un VST!”. Con questo non voglio dire che tanti accorgimenti tecnici non portino alla realizzazione di un buon suono, ma non bisogna mai dimenticare che sono anche le imperfezioni e le sfumature a rendere tangibili le emozioni della musica. Ecco spiegato allora il mio amore non viscerale per i “channel strip”, anche se devo riconoscere che a volte tornano davvero utili; non è gradevole passare ore ed ore per la ripresa perfetta di uno strumento acustico per poi accorgersi miseramente che il suono nel “mix” non funziona.
Voce Maschile
Cominciamo con una voce maschile, si tratta di un registro baritono-tenore, il timbro è caldo ed avvolgente ma a tratti sa essere anche grintoso; la ripresa è stata effettuata collegando l’LA-610 ad un microfono NEUMANN TLM 103. Si tratta di un microfono molto versatile, silenzioso e setoso, non avendo però a disposizione alcun filtro HP, propendo per una sistemazione di questo a testa in giù, utilizzo uno schermo “anti-pop” e faccio posizionare il cantante a poco più di due palmi dall’apparecchio (Fig.5); piccoli accorgimenti insomma per evitare indesiderate consonanti esplosive. Dopo un settaggio veloce dell’ingresso, mediante l’apposito “vu meter”, passo alla sezione equalizzazione. Imposto i bassi su frequenza 70 Hz, e li riduco di circa 3 db, (circa due scatti sulla manopola correlata); quanto agli acuti invece, dopo aver fissato la frequenza a 10 kHz, mi spingo fino a -1,5 db, un solo scatto quindi sull’apposita manopola. A questo punto passo alla sezione compressore: ruoto la generosa manopola T4 per osservare i vari sbalzi di dinamica; faccio presente che questo intervento può essere monitorato sempre con lo stesso “vu meter” , mediante la manopolina di “switch”.

Dopo aver ascoltato l’intervento del compressore in modalità “LIMITER”, ho optato per l’opzione “COMP” proprio perché dotata di grande musicalità ed eccezionale trasparenza. L’unico problema presentatosi è stato il “ripescaggio” in registrazione del ritorno di cuffia. Quindi ho proposto all’esecutore di abbassare il volume oppure il cambio delle AKG K141 studio (Fig.6) con un eventuale modello chiuso; abbiamo optato in definitiva per la prima soluzione. Il risultato generale è stato a dir poco euforico.
La timbrica restituita è stata calda, avvolgente, setosa e controllata per tutta l’esecuzione. Sicuramente una delle più belle macchine che ho avuto a disposizione. Nei particolari posso dire che il preamplificatore è dotato di sufficiente “headroom”, dettaglio e velocità ai transienti, gradevolmente arioso sulla zona alta dello spettro intorno agli 8000 Hz, proprio dove risiedono le famigerate “S”, che mai, come in questo caso, sono risultate musicali e mai fastidiose. Per quanto riguarda la sezione equalizzatore invece, paradossalmente, la questione riguarda non quello che c’è ma quello che non c’è. I due filtri a frequenza fissa sono meravigliosi, parlo in particolare dei 10.000 Hz: sulla parte acuta viene donata a qualsiasi timbro tutta l’ariosità tipica delle incisioni americane, un’apertura che non va a rafforzare le “S” ma, come per magia, dona ampio respiro in totale assenza di asprezza. Purtroppo però manca un filtro HP, magari rotativo, per pulire eventuali “rumble” che possono presentarsi con microfoni tipo NEUMANN, molto generosi sulla parte bassa dello spettro; c’è però una sezione “shelving”, anche se potrebbe risultare poco efficace in fase di registrazione, specie nell’ipotesi di esecutori poco disciplinati. Stranamente non c’è stata necessità di intervenire, almeno per questa prova, su filtri medi centrali (tra l’altro non presenti sull’apparecchio) perché la timbrica in generale risultava già levigata su questi, non fraintendetemi, dallo spettro non risultano “buchi”, c’è il pieno rispetto delle formanti. Infine possiamo aggiungere che con la manopola destra di output si riesce con soddisfazione a recuperare tutto il materiale audio limitato dall’azione del compressore, il segnale risultante potrà essere indirizzato al multitraccia digitale con tutto il vigore e l’energia acquisita, ricordiamo che anche l’output può essere monitorato. Volendo concludere con questa prova, posso affermare che la macchina può fornire quel calore di cui necessitano tutte le macchine digitali in commercio, sia impiegate nell’home che nella registrazione professionale, ormai sapete benissimo che la grande differenza viene fatta dai convertitori. Un’ultima cosa da aggiungere: a mio modesto parere, se una qualsiasi macchina (come anche i DSP) suona bene sulla voce, può suonare bene su tutto.
Basso elettrico
Un’altra prova interessante ha riguardato in particolare la sezione DI. In questo caso per poter meglio constatare la bontà della circuitazione, ho pensato di utilizzare uno strumento caratterizzato da una bassa spinta in uscita, quale il Fender Jazz Bass. Precisamente quello a disposizione è un modello del ’68, customizzato senza tasti (fretless). La sorpresa è che è bastato solo aprire l’audio per notare come il risultato fosse già professionale, nel pieno rispetto della timbrica originale. Nell’accompagnamento lo strumento ha dimostrato poca incisività negli attacchi, fenomeno di sicuro correlato all’assenza dei tasti; nei fraseggi in stile Pastorius (Fig.7), invece, posso affermare che è veramente difficile trovare in giro qualcosa di più bello di ciò che ho ascoltato. Il grande merito va senz’altro anche al bravissimo musicista, ma l’U610 si è dimostrato un’ottima spalla.
Oltre al preamplificatore è stato utilizzato anche il compressore, grazie al quale in piena trasparenza si è riusciti a raggiungere un ottimo controllo della dinamica, intrappolata in un range ben definito, priva di quel bruttissimo effetto di pompaggio che caratterizza i compressori di bassa qualità, specie quando spinti al limite. Per percepire il processo in maniera più evidente ho smanettato con esagerazione, ma in qualsiasi modo abbia impostato i parametri, il risultato prodotto non è mai stato distruttivo. Il consiglio però resta sempre lo stesso: giusto equilibrio senza esagerare. Il vero fonico, secondo me, è colui che dosa gli interventi in maniera sapiente e parsimoniosa, capace di cogliere anche la più piccola delle variazioni.
Sax
Il sassofonista che si è prestato alla prova ha portato con se un sax baritono ed un contralto, due strumenti dal timbro completamente diverso, anche se appartenenti alla stessa famiglia, in pratica abbiamo chiesto al LA-610 di farci vedere cosa è in grado di fare quando si tratta di cogliere differenti sfumature. Il microfono utilizzato è uno Sennheiser 441 (Fig.8), il classico biscotto: si tratta di un dinamico dotato di una risposta in frequenza molto ampia, equiparabile a quella di un buon microfono a condensatore. Sicuramente è il mio preferito sugli ottoni. Quanto al sax baritono, il preamplificatore è riuscito a cogliere tutta la profondità timbrica e la caratteristica graffiante di questo strumento; tutta l’espressività, compresa la cattiveria, è stata riprodotta con grande naturalezza e questo senza mai mandare in crisi lo stadio d’ingresso. Anche qui l’LA-610, conferma le sua elevate potenzialità di “headroom”. L’equalizzatore in questa fase non è stato interessato, abbiamo utilizzato solo il compressore che si è presentato trasparente ed efficace. Quanto al sax contralto invece, l’LA-610 è riuscito a donare un po’ di larghezza timbrica in più, con medi rotondi e mai “ciaramellati”, inconveniente che spesso può presentarsi nelle registrazioni di questo tipo di strumento. Consiglio di evitare all’esecutore spostamenti spasmodici. Il sax contralto, come anche il tenore, emettono la voce principalmente dalla campana e non dal corpo, di conseguenza un loro posizionamento “fuori asse” potrebbe generare un risultato timbrico sfocato e sottile. Anche in questo caso il compressore ha fatto egregiamente il suo lavoro senza scurire il segnale preamplificato, anche qui l’EQ è rimasto in OFF. A proposito di equalizzatore, suggerisco sempre di non insistere troppo con il bisturi se non si giunge al risultato sperato, consiglio vivamente di non perdere ulteriore tempo e provvedere a risistemare il microfono, o sostituirlo (ovviamente assicuratevi anche che il musicista e lo strumento siano all’altezza della performance..:-) ). In ogni caso considerate che l’EQ presente sull’LA-610 è molto particolare, rende al meglio su determinate timbriche; nel test precedente, quello della voce, si è comportato stupendamente, esaltando sapientemente le doti del cantante in questione, decisamente buona anche la prestazione per le riprese dei sax, baritono, contralto e tenore.

Chitarra acustica
La chitarra acustica utilizzata per questa prova è una bellissima Simon e Patrick artigianale canadese. In acustico questo strumento dona un suono di gran classe senza somigliare per niente ad una Marti ed è dotata di una voce tutta personale, molto versatile e gradevolmente efficace. Il microfono utilizzato per questa prova è il nuovo AKG c414, posizionato a circa 30 cm di distanza, di preciso tra la buca e il manico (Fig.9). Il preamplificatore ha saputo da subito cogliere sia la freschezza timbrica dell’attacco del plettro sulle corde, sia il suono proveniente dal piano armonico, fornendo un risultato di pronto utilizzo, il tutto con la piena complicità dell’equalizzatore che in questo caso è stato utilizzato solo sui bassi per abbattere un po’ di “uhm” proveniente dalla cassa (3dB sui 70Hz); il compressore è riuscito egregiamente e sempre con la massima trasparenza, ad incollare il “take” senza compromettere la tipica punta di freschezza che sa ravvivare o venire fuori da un buon “mix”.
Utilizzo live
Proprio durante la stesura di questo articolo ho avuto la fortuna, di reincontrare un caro amico, bravissimo tecnico del suono, specializzato in spettacoli teatrali e “musical”. Ovviamente ho pensato di cogliere l’occasione a volo chiedendogli la cortesia di fissare una data per effettuare un “test” del prodotto, magari utilizzando proprio la voce dell’interprete principale del suo spettacolo; dopo un attimo di perplessità, per fortuna ha accettato. Mi rendo conto che a tour già avviato può diventare molto pericoloso sperimentare nuove soluzioni, di solito si cerca un’alternativa solo quando è necessario ottimizzare un risultato poco soddisfacente; in virtù di una stima reciproca, abbiamo deciso di correre qualche rischio, anche se in realtà ho percepito una buona dose di curiosità quando il mio amico ha sentito che si trattava di Universal Audio. Dopo una breve telefonata allo “starring”, ci siamo incontrati in teatro un paio d’ore prima, proprio per effettuare delle prove, riducendo così al minimo i potenziali rischi. Conoscete il detto che consiglia di non cambiare la vecchia strada per la nuova? Bene! Questa volta, scusate il gioco di parole, il detto e’ stato contraddetto. Inserita la nostra macchina nell’“insert” di canale di un favoloso mixer MIDAS XL 3 (Fig.10) abbiamo subito, e con grande semplicità operativa, sentito la voce (si trattava di un impianto Nexò sospeso) in maniera corposa ed intelligibile, l’effetto era avvertibile in qualsiasi punto del teatro a tale che lo stesso attore-cantante ha avvertito la piacevole differenza. Il fonico specificando la qualità della sue apparecchiature, preamplificatore del banco, la sezione filtri, ha confessato che solo con pochissime macchine ha potuto godere di un così sensibile miglioramento. Oltre al preamplificatore è piaciuto moltissimo anche il compressore ritenuto trasparente e capace di contenere i vari sbalzi di dinamica. Dai giudizi raccolti LA-160 ha saputo sostenere con grande personalità i chiaro-scuri del recitato, compresi i sussurri a prova di televisione. In questo specifico caso però il fonico ha deciso di utilizzare i filtri del suo mixer ritenuti più completi ed adatti per un controllo della parte grave dello spettro, filtri specifici, col compito di ripulire da tutto l’UHM del palco; il microfono a condensatore DPA ad archetto (Fig.11), in pratica agiva con un “roll-off” fino ai 180Hz lasciando il resto del EQ in “flat”. Superata con gran disinvoltura anche la prova live, con altrettanta disinvoltura ho saputo svincolarmi dalle pressioni da parte del cantante, il quale avrebbe desiderato utilizzarlo anche per lo spettacolo seguente. I’m SORRY


Conclusioni finali
L’LA-610 mi ha davvero fatto ricredere sull’efficacia degli “channel strip”. Purtroppo la maggior parte degli utenti non ha la fortuna di possedere convertitori importantissimi quali Universal Audio, Prism Sound, Wess etc; proprio per questo, una macchina come l’LA-610 può, o deve, trovare posto nel vostro “setup” audio, alla stregua di un testato “scaldavivande” da utilizzare sulle voci e sugli strumenti a corda, quali chitarre e basso; ovviamente ciò non toglie un eventuale utilizzo “sperimentale” e creativo su fonti sonore più disparate, l’unico limite insomma è nel vostro gusto. Anche l’aspetto esteriore riesce ad impressionare e a destare curiosità. La trasparenza, la silenziosità e il carattere incisivo, sempre dettagliato, sono le sue armi migliori. A tutto questo si aggiunge un rapporto qualità prezzo davvero interessante, la macchina non è estremamente proibitiva ed è molto professionale. La versatilità e la facilità d’uso sono notevoli. Sarebbe stato eccezionale poter ritrovare sul generoso display un filtro HP rotativo, un “de-esser” e dei controlli d’attacco sulla sezione compressore, infatti a cospetto di suoni con transienti estremamente veloci, il compressore T4 a bordo dell’ LA-610 si è dimostrato poco malleabile, a causa di settaggi preimpostati a valori lenti. Per quello che riguarda il “routing”, sarebbe stato utile poter isolare le diverse sezioni in fase di missaggio, pensiamo ad esempio all’utilizzo sull’“insert” del solo compressore o dell’EQ. Di certo una sciccheria simile avrebbe fatto lievitare sensibilmente il costo finale… Un altro appunto da fare sull’EQ è che, anche se non è completo, i pochi a controlli a disposizione sono di elevata musicalità, in particolare sulle voci e sulle percussioni riesce a donare tutta la vivacità desiderata. A questo punto molti lettori si domanderanno per quale motivo non abbia aggiunto, come faccio di consuetudine, anche un paragrafo dedicato e approfondito sulla sua circuiteria, o sulla scelta dei suoi singoli elementi. In verità la macchina mi ha colpito in maniera talmente positiva che ho preferito sfruttare quasi tutto lo spazio che mi era consentito per i vari test.
LA-610 dall’interno
Voglio giusto spendere due righe sulla circuiteria, anche se ci sarebbe da fare un articolo solo per capire come la macchina è stata concepita e il perché di questo “sound” così particolare. Lo strumento è assemblato interamente a mano ed il percorso del suo segnale è interamente analogico, non subendo alcuna “interferenza” da circuiti operazionali. Credo che questa sia una delle poche situazioni in cui abbia “sentito” una combinazione di tutti e tre gli stadi, Pre, EQ e Compressione, convivere e integrarsi perfettamente pur essendo tutti e tre di natura valvolare. Si sono dimostrati una vera famiglia unita e felice e quando processa un segnale tutta questa armonia la si avverte sia a “pelle” che con le “orecchie”. Vorrei concludere con un ringraziamento al mio amico fonico Luigi Circiello (Fig.12) il quale mi ha permesso di continuare ad utilizzare per i miei test il suo LA-610, dato che quello a mia disposizione è stato restituito al distributore dopo circa due settimane. Luigi, oltre a prestarmi la sua voce e mettere a disposizione il suo studio mi ha dato moltissimi consigli su come utilizzare al meglio questo piccolo gioiello.

INFORMAZIONI UTILI:
Produttore: Universal Audio
Modello: LA 610
Website: www.uaudio.com