Con un inspiegabile ritardo di diversi anni, in concomitanza con la 63° edizione del Festival di Sanremo, da oggi è finalmente disponibile anche in Italia il rivoluzionario programma Spotify. Mentre nel nostro anziano paese tantissimi utenti non sanno neanche di cosa si tratti, gli internauti stranieri ormai non possono farne a meno.
Su Age of Audio abbiamo ampiamente descritto i servizi di cloud computing in ambito musicale. Bisognerebbe però aggiungere un’importante nota: secondo un’indagine statistica di qualche anno fa, per ascoltare e condividere musica la maggior parte degli utenti continua ad utilizzare un mezzo che non era assolutamente nato per tale scopo, generando anche una serie di spiacevoli intoppi legali riguardanti il diritto d’autore. Stiamo parlando, naturalmente, di Youtube. In molti casi non è il videoclip che interessa, quanto piuttosto l’ascolto del brano che contiene.
Nel 2008 un’azienda svedese ha la geniale (per quanto apperentemente ovvia) idea di prendere accordi con le case discografiche e creare una sorta di Youtube dedicato esclusivamente all’ascolto: Spotify.
COS’E’ SPOTIFY?
Spotify è un’applicazione che consente l’ascolto gratuito in streaming di un’incredibile quantità di brani. Cercate nella apposita barra di ricerca ciò che vi piace, dal nuovissimo singolo di Jutty Ranx alle rarità anni ’30 di Django Reinhardt e Grappelli, passando per un audio-documentario sui Led Zeppelin o le 4 ballate di Chopin, e sarete accontentati. Per ottenere Spotify gratuitamente, basta scaricare l’app da www.spotify.com/it/ ed avere un profilo Facebook (azienda con la quale Spotify è strettamente legata).
Graficamente salta subito all’occhio la somiglianza con iTunes. Esattamente come nel player proprietario della Apple, Spotify si presenta con un grande blocco centrale contenente i brani cercati o consigliati (con tanto di bio e info sugli artisti), mentre ai lati abbiamo una sezione social che ci mostra cosa stanno ascoltando i nostri amici, oltre a tantissime funzioni estremamente intuitive specialmente per chi è abituato ad usare iTunes, come ad esempio la possibilità di creare playlist o l’ascolto di stazioni radio cucite su misura per noi, grazie ad algoritmi basati sulle nostre precedenti ricerche.
TROPPO BELLO PER ESSERE VERO?
Viene da chiedersi quale sia il trucco. I “trucchi” sono diversi. Innanzitutto ogni brano è dotato del tasto acquista. Com’è giusto che sia, se vogliamo liberarci dallo streaming, dal pc e dai limiti che descriveremo a breve, dobbiamo pagare. Niente da obiettare in proposito. Sembra sia trascorso un secolo, ma quando non esistevano né internet né la pirateria e ancora si acquistavano gli album nei negozi di dischi, era possibile ascoltarli prima di comprarli ed era tutto legale! Spotify permette esattamente questo: ascoltare prima di comprare, l’unica e sola strada per combattere la pirateria che spesso è semplicemente dettata dall’assurdo comportamento delle case discografiche, barricate avidamente dietro le proprie posizioni e incapaci di aprirsi alla modernità. Spotify è inoltre un’impagabile vetrina. La pubblicità gratuita che gli artisti ne ricavano compensa ampiamente il “sacrificio” di concedere un ascolto (controllato e supervisionato) gratuito.
La prima critica che mi sento di muovere è che, una volta istallato, Spotify ha riconosciuto e aggiunto in libreria i brani che avevo sull’hard disk senza chiedere alcuna autorizzazione, segnale che, ancora una volta, il mondo del cloud contribuisca a rendere sempre più fastidiosamente reale il Grande Fratello ipotizzato da Orwell nel lontano 1948.
La libreria di Spotify, pur essendo davvero ricchissima, presenta dei “buchi”, alcuni davvero imperdonabili. I grandi esclusi sono i Beatles, che hanno un accordo esclusivo con iTunes Store. Cercandoli su Spotify, salteranno fuori decine di brani. Tutte cover, purtroppo.
Potremmo annoverare tra i contro la necessità di avere un profilo Facebook e di istallare un software, ma forse è un giusto prezzo da pagare per questo servizio. Esiste anche una ricca letteratura riguardo il fatto che non vi sia una giusta suddivisione dei compensi fra Spotify e artisti e questo contribuirebbe ad affossare le etichette indipendenti. Oggi però entriamo nel mondo Spotify esclusivamente da utenti.
Arriviamo alle dolenti note. Per mantenersi in vita, Spotify utilizza pubblicità, sia visive che audio. Inoltre la versione illimitata resta gratuita solo entro 6 mesi dall’attivazione, giusto il tempo di diventarne totalmente dipendenti. Finito il periodo di prova, ci verranno concesse solo 10 ore di ascolto al mese. Possiamo però effettuare due upgrades. Il profilo Unlimited (5€ al mese) dà accesso ad un ascolto senza limiti, oltre ad eliminare la sgradita pubblicità. Per i più esigenti e per chi vuole usare l’app sul proprio smartphone o tablet, esiste l’account Premium (10€ al mese) che consente perfino l’ascolto offline, oltre ad una maggiore velocità di trasmissione.
CONCLUSIONI:
Spotify non è che l’ennesima conferma della assoluta digitalizzazione della musica. Ben presto vedremo sparire del tutto i cd, sostituiti dalle più economiche ed ecologiche versioni digitali. Il cloud computing sta stravolgendo completamente la fruizione dei brani, portando con sé i suoi imprescindibili vantaggi e svantaggi. Inutile tentare di pesarli: che piaccia o no, il progresso è inevitabile e non possiamo far altro che mutare e diventare ascoltatori dell’era digitale.
