Tunnel FX – Missing over you

Vincenzo Abet

Giungono a fisica concretezza nel corso del 2008 i lavori di registrazione di Missing Over You, disco d’esordio dei Tunnel FX, che rappresenta la sintesi di un lungo percorso formativo e di autocoscienza, partito dall’emulazione e culminato nell’inedita creazione.

Weakness è il brano cui è affidata la responsabilità di aprire il disco e sin dal suo incipit dichiara senza alcuna remora i numi tutelari degli autori: è evidente il riferimento agli irlandesi U2, tanto nei suoni quanto nell’incedere di armonia e melodia. Lo sviluppo musicale è carico di un valore emotivo teso a rapire l’ascoltatore, in più il crescendo, ben costruito nell’intreccio tra voce e musica, appassiona senza esasperare alcun accento patetico.

Con Mistery, seconda traccia dell’album, l’accento motore della composizione cambia, diviene più tagliente e meno introspettivo; vi si percepisce un maggior compiacimento di natura eminentemente rock. La voce procede in maniera appassionante e parimenti accattivante risulta essere il riff iniziale che ritorna e connota il brano. Tuttavia l’armonia è  senza particolari elementi di originalità. A reazione, rispetto a questo accento stagnante, si pone l’elemento di variazione incastonato nella sezione centrale.

Your Soul by my Side si apre con elementi di rumore affatto originali non particolarmente interessanti; per di più il primo intervento della chitarra ha un suono che sembra sintetico, quasi di plastica. La voce sa avvalersi dell’esperienza dei Planet Funk mentre l’impasto musicale non è estraneo alla tradizione dark anche di ispirazione più pesante. Interessantissimo ed indovinato l’ordito musicale proposto al minuto uno e ventiquattro: quanto alle chitarre, sia nell’intreccio delle acustiche che nell’intervento melodico dell’elettrica, si sentono i Genesis; un elemento pulito e netto cui fa da contraltare il basso, più moderno e vigoroso. Lo sviluppo del pezzo è ben più appassionante del suo incipit. Qualche incertezza nella seconda metà del pezzo circa l’affidabilità della voce; ottima l’atmosfera del finale creata dalle chitarre.

Si percepisce un’atmosfera luminosa e gioiosa nel cominciamento di Talking Back, quarto brano del disco che, nel suo costrutto di accordi e melodia non sa proporre che un risultato di medio interesse: troppo melodico per un disco di questo genere.

Di seguito il nostro ascolto viene allietato da Game Over, brano dalle atmosfere dilatate e di ampio respiro. La voce, quasi incoerente rispetto allo sfondo costruito dagli strumenti, pare muoversi al limite delle proprie possibilità. Si ascoltano gli U2, i Simple Minds, in specie nei suoni cristallini della chitarra; gli occasionali inserti digitali sono di certo indovinati ma un po’ banalizzanti. Il brano non ha una netta personalità e risulta leggermente stancante.

Troppo rarefatti e poco incisivi i suoni che compongo l’inizio di I’ve Seen Enough, pezzo numero sei dell’album, in cui si rileva ancora una volta il profondo legame con la band di Bono Vox. L’andamento, nonostante gli effetti suggestivi e molto indovinati, è troppo manchevole di originalità per risultare accattivante e, purtroppo, la variazione centrale, costruita con suoni digitali e riff chitarristici più cattivi, piuttosto che creare tensione provoca solo straniamento. Il brano non entusiasma.

Red Shoes, settima canzone del disco, ha un inizio che lascia presagire un’apertura di ampio respiro, carica di energia e volume; tuttavia l’evoluzione armonica conduce ad esiti inquietanti inattesi e sottolineati dai power chord della chitarra che diviene più aggressiva e tagliente rispetto al solito suono brillante e trasparente. L’incedere del pezzo, ricco di melodia e di carica ritmica, sa essere estenuante, nonostante il tutto sia molto ben suonato e concepito.

More Than I si apre dipingendoci dinnanzi agli occhi uno scenario di desolazione e gelo, come a descrivere il senso di smarrimento del singolo costretto ad affrontare i paradossi dell’esistenza. Purtroppo, e ribadisco purtroppo, ad un crescendo un po’ fino a se stesso fa seguito una sezione troppo legata agli U2. La connessione con la band irlandese, onnipresente ed innegabile in tutto l’album, conosce qui una certa esasperazione. Le atmosfere sono ben costruite e curate ma troppo poo originali.

Davvero indovinate le chitarre acustiche che sostengono l’inizio della nona canzone, In My Heart, e che, presenti lungo l’intero incedere della melodia, compartecipano ad un costrutto emotivo personale ed appassionato. La musica è senza dubbio centrale, ottimi i suoni ed il loro intrecciarsi; a convincere di meno è la voce, non entusiasmante quanto l’alto livello della parte strumentale.

Il decimo brano del disco, Sweeter, nel suo iniziale incedere ritmico, aggressivo, secco, è praticamente identico a quello che ascoltiamo nell’incipit di Am I Wry No (Mew, “Frangers”, 2003) ma meno incisivo. La voce è troppo presente rispetto alla musica che, come in tutto l’album, è sempre molto ben suonata. Il brano, melodico ed accattivante, ha tutti i connotati del singolo di successo.

Wait for the Sun, intenso undicesimo pezzo dell’album, sembra essere funzionale ad assorbire un certo rilassamento emotivo: perfetto per quel momento che fa seguito ad un episodio rilevante, ad un’esperienza intensa. Si tratta del costrutto musicale che accompagna l’individuo nel suo ritorno verso casa; che fa da cornice all’alba di un nuovo giorno, diverso rispetto al precedente soltanto quanto alla luce negli occhi di chi non dorme mai.

Simile a molti brani della tradizione musicale a cavallo fra gli ottanta ed i novanta è il cantato che apre la traccia numero dodici, Self Assured, cui fa da seguito uno squarcio musicale d’effetto che rammenta molto da vicino Any Other Name, brano del compositore americano di musiche per film T. Newman. L’andamento successivo del pezzo segna una certa stanchezza creativa del gruppo e ricalca senza dubbio la progressione che avevamo già conosciuto con Mistery (brano numero due del disco). La somiglianza con gli U2 diviene a volte  fastidiosa ed alcuni effetti sonori sembrano usati a sproposito.

Originale ed interessante è l’incipit di Miss You brano che, col suo articolarsi pienamente calato nella realtà contemporanea, appiccicato ai tempi moderni di fusione culturale e cosmopolitismo (talvolta perverso nella sua approssimazione), dichiara tutto l’amore dei Tunnel FX per la musica ascoltata e suonata. Ottimo pezzo, bello da ascoltare ed assai piacevole anche perché meno trascinato degli altri suoi fratelli (talvolta troppo tirati per le lunghe).

Intenso ed introspettivo Funny Day, nelle atmosfere rarefatte e ghiacciate, perfettamente costruite da suoni al solito scelti con gusto e senso musicale ricercato, è brano assai connesso a quello che ci ha fatto ascoltare Matt Elliott in dischi come Drinking Songs. Un senso di profonda tristezza con cui si conclude il disco.

Questo album è stato senza dubbio concepito attraverso un grosso lavorio sui suoni, soprattutto nella sezione chitarre e sullo sviluppo dei singoli pezzi; si percepisce la consapevolezza d’uso delle fonti sonore e degli effetti. Tuttavia c’è un costante difetto di durata delle canzoni, spesso lunghe ed in più troppo ricche di momenti diversi che compromettono il carattere peculiare dei singoli pezzi, non più particolari ma simili tra loro.

LA SCHEDA:

Missing Over You

Tunnel FX


Etichetta:
Primula Records

1. Weakness (4:28)
2. Mystery (4:53)
3. Your Soul By My Side (4:35)
4. Talking Back (3:37)
5. Game Over (5:19)
6. I’ve Seen Enough (5:18)
7. Red Shoes (4:18)
8. More Than I (5:15)
9. In My Heart (4:37)
10.Sweeter (4:27)
11. Wait for the Sun (4:14)
12. Self Assured (5:13)
13. Miss You (3:37)
14. Funny Day (6:31)

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