Diciamoci la verità. Ogni tanto c’è bisogno di staccare la spina dalle sonorità elettroniche di quei dischi belli, ma sofisticati. Così capita che non ce la facciamo più ad ascoltare meravigliosi synth multi-layer o ritmiche urban che dal nostro monolocale ci catapultano sulle strade di Harlem.
Allora si ha bisogno di suoni concreti, naturali e semplici. La semplicità è la cosa più difficile da raggiungere nell’arte. Se non sbaglio Einstein una volta disse: «L’arte è l’espressione del pensiero più profondo nel modo più semplice.» E questo disco pare mettere in pratica questa massima. Un disco anche molto originale, a dirla tutta. A cominciare dalla scelta di partenza di voler utilizzare conchiglie raccattate in giro per il mondo, riparate ed adattate per emettere dei suoni flautati gradevolissimi. Per questo motivo sulla copertina del disco c’è scritto “eco friendly”. Non a caso sull’immagine di copertina c’è un paguro con un bicchiere di plastica e giustamente l’album è stato realizzato anche con il contributo di Greenpeace e Legambiente.

Allora in questi giorni di caldo afoso ci sta proprio bene questo disco “marino” che già dalle prime note sembra portarci sulle Antille a sorseggiare un gustoso cocktail di frutti tropicali. La traccia di apertura “Coral dirge” possiede un po’ di sapore solenne dei corali luterani del ‘700 che però suona divergente messo in bocca al timbro delle conchiglie.
Ma l’atmosfera volge velocemente al danzereccio tropicale con “Voi siete qui”, una specie di inno per ricordarci che sì, siamo proprio noi qui, quelli che abitano il pianeta.
Gradito ospite Vinicio Capossela nella sua “La Madonna delle conchiglie”, una perla nell’ostrica di qualche anno fa che con il suo ritmo dondolante ci fa immaginare l’arrivo della Madonna su una barca scalcagnata. A questo punto, fatevi un sorso di rhum e ascoltate la fragrante voce di Vanessa Tagliabue Yorke ne “La Reina de las Conchas”, una favoletta che racconta di un paguro alla ricerca di una casetta. Aiutato dalla regina delle conchiglie, alla fine si deve accontentare di un triste bicchiere di plastica, perché tant’è.
Il disco si chiude con “What can I do for mother Earth?” un quesito che sembra ormai una “unanswered question” ancora più significativa perché cantata da un coro infantile rappresentante le generazioni future che erediteranno il pianeta e i problemi ambientali che sappiamo.

Allegato al disco è possibile godersi un dedicato all’universo marino e ai problemi d’inquinamento che lo minacciano. Dal punto di vista musicale c’è da dire che forse dopo un po’ si ha la sensazione di una ripetività negli schemi ritmtici e melodici dei brani e forse anche il timbro della conchiglia, per quanto delizioso e coccoloso, potrebbe rischiare di annoiare. Tuttavia, tanto di cappello a Ottolini, affermato musicista jazz per questa operazione coraggiosa e controcorrente dal punto di vista commerciale.
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2019 Playaudio