Lino Vairetti non ha bisogno di presentazioni, basterebbe solo dire che è stato il fondatore degli Osanna, una delle band più influenti nel panorama prog-rock italiano (e non solo) degli anni 70. Tuttavia sarebbe riduttivo pensare a Vairetti solo come carismatico front-man della band.
Negli anni è stato anche un prolifico autore, arrangiatore, performer, organizzatore di festival nonché apprezzato pittore e scultore. Insomma, un artista che ha attraversato tutte le arti performative cercando sempre un linguaggio non convenzionale o commerciale. Vairetti mi accoglie nel suo studio pieno di foto, cimeli e strumenti vintage che ricordano l’era gloriosa degli anni ‘70.

Lorenzo Sorbo: Vorrei cominciare la nostra conversazione ripercorrendo cronologicamente i primi album degli Osanna. Cominciamo dal primo disco L’uomo pubblicato nel 1971 incentrato sul tema dell’esistenzialismo. Mi puoi raccontare quali furono le tue fonti d’ispirazione?
Lino Vairetti : A quel tempo studiavo scultura all’Accademia delle arti, feci una tesi su Alberto Giacometti e studiandolo a fondo scoprii che era molto amico di Jean Paul Sartre, quindi apparteneva a questo mondo dell’esistenzialismo che mi affascinò moltissimo. Giacometti creava queste sculture filiformi che rappresentavano uomini in grandi spazi che si guardavano, camminavano, ma che non si sarebbero mai incontrati perché finanche l’aria era qualcosa che creava una distanza fra di loro. Da giovane questa cosa mi impressionò ovvero il concetto di solitudine dell’uomo comunque immerso in uno spazio sociale. Quindi cercavo di fare un’introspezione in quella che era effettivamente l’esistenza dell’uomo, del perché chiaramente io sono nato, domande che tutti si pongono.
Lorenzo Sorbo: Quando arrivate al primo album, la prima etichetta ad interessarsi fu la Bideri di Napoli. Mi risulta che voi registraste il disco, ma successivamente non venne pubblicato, giusto?
Lino Vairetti : Allora, la storia andò così. Noi registrammo il disco con la Bideri, ma effettivamente non uscì poichè c’erano altri gruppi sotto contratto che avevano la priorità. Mi riferisco agli Showmen 2 formati da James Senese e Franco Del Prete, poi diventati Napoli Centrale quando Mario Musella lasciò il gruppo. Rispetto a loro, noi Osanna eravamo pivellini. Quindi registrammo l’album, ma Bideri non ci faceva uscire. Così io ed Elio D’Anna prendemmo una lacca di primo ascolto ed andammo a Milano. Parlammo proprio con la Numero 1, l’etichetta di Battisti appena nata. Ascoltarono il prodotto e gli piacque molto. Però ci dissero : «Noi abbiamo in cantiere un disco di un nuovo gruppo, si chiama PFM perciò vediamo che si può fare.» Andammo anche presso altre etichette discografiche. Parallelamente Renzo Arbore ci ascoltò al Festival a Lucrino e ci indirizzò verso Pino Tuccimei, il quale ci ascoltò prima al Titan Club di Roma.
Lorenzo Sorbo: La lacca discografica di Bideri fu molto diversa dalla versione finale del disco?
Lino Vairetti: Sì, c’erano due brani rimasti inediti che non abbiamo più fatto : “Stai con me, ami lui” e “Un volto di pietra”.
Lorenzo Sorbo: Brani scritti da te?
Lino Vairetti : Sempre scritti da me, però Danilo Rustici cantò in “Un volto di pietra” per la prima volta. Il disco praticamente rimase lì perché noi prendemmo questa lacca, ma purtroppo è andata perduta quindi non si conserva più niente di quella registrazione. Sarebbe stato bello riscoprire e rispolverare quel materiale.
Lorenzo: Quindi il disco con Bideri raccoglieva una serie di brani senza un filo comune? Non c’era l’idea di un concept album?
Lino Vairetti: No, non c’era ancora l’idea del concept. Con Bideri avevamo fatto una serie di brani singoli. L’idea del concept è nata dopo la nostra partecipazione al Festival di Caracalla il 7 maggio del ‘71 dove riscuotemmo un enorme successo. Massimo Bernardi ci ascoltò, stava organizzando il primo Festival di avanguardia e nuove tendenze a Viareggio a fine maggio. Ci invitò là, vincemmo insieme a pari merito con PFM e Mia Martini. A quel punto le case discografiche fecero a gara per scritturarci, quindi non avremmo più bisogno di andarci a proporre in giro, anzi Bernardi, che era il patron del Festival, divenne addirittura il nostro produttore. Gli piacque molto il gruppo e fece un contratto con la Fonit Cetra dove ri-registrammo tutto daccapo, ma cambiando qualcosa. Cominciammo a uscire dall’ambiente partenopeo andando a Roma, a Viareggio. Ascoltammo gli Strawbs per la prima volta e altri gruppi stranieri. Ci confrontammo con PFM, Trip, insomma tutto il panorama nazionale non più solo napoletano. Capimmo che era il momento in cui la musica andava oltre la forma-canzone ed è quello per cui era nato il gruppo. Perciò, quando andammo alla Fonit Cetra, registrammo di nuovo il tutto,ma togliendo quei due brani. Facemmo un’introduzione psichedelica e brani che erano tutti lavorati uno dentro l’altro con l’idea di farne un album concept.
Lorenzo Sorbo: Come avvennero le registrazioni ? Ti occupavi tu degli arrangiamenti oppure collaboravate in gruppo?
Lino Vairetti : Io e Danilo Rustici eravamo i compositori del gruppo e portavamo le idee. Poi in fase di arrangiamento ognuno metteva il suo perché il nostro era un gruppo aperto. Le ritmiche erano affidate a Massimo Guarino, un batterista veramente straordinario. Inizialmente, con noi c’era il tastierista Gianni Leone che di lì a poco sarebbe passato al gruppo Il balletto di bronzo e poi subentrò Elio D’Anna ai fiati, per cui facemmo una formazione “cruda” perché era basata tutta su chitarra, basso, batteria, sassofono, flauto e voce. Io suonavo la dodici corde. Con l’ingresso di Elio D’Anna cambiammo molto l’impostazione degli arrangiamenti. D’Anna non conosceva per niente la musica rock, lui veniva da tutt’altre esperienze, ma si buttò in questa cosa con una grinta pazzesca.
Lorenzo Sorbo: D’Anna aveva una formazione classica?
Lino Vairetti: No, lui aveva una formazione più jazz, vicina al rythm and blues. Lui aveva suonato nei locali americani e con gli Showmen.
Lorenzo Sorbo: D’Anna suonava anche il flauto traverso. Ascoltando quelle incisioni si sente l’influenza dello stile esecutivo Ian Anderson dei Jethro Tull. Si ispirò a loro?
Lino Vairetti: No, lui non conosceva niente. Elio, da un punto di vista della formazione musicale, non conosceva i gruppi del tempo per cui si lasciava trascinare da noi e con il suo carisma musicale ci metteva il suo.
Lorenzo Sorbo: Anche la la tecnica del “suono parlato” al flauto non l’aveva sentita da altri?
Lino Vairetti: No, l’ha appresa l’anno dopo quando abbiamo partecipato alla trasmissione televisiva “Per voi giovani” e quella sera i Jethro Tull tenevano un concerto a Roma. In trasmissione c’eravamo noi Osanna e fu presentato un confronto in parallelo fra tre flautisti, due dei quali già molto rinomati : Severino Gazzelloni, Ian Anderson ed Elio d’Anna, appunto.
Lorenzo Sorbo: Questo è interessante perchè in effetti si può considerare D’Anna come un pioniere in Italia di questa particolare tecnica unita ad una maestria nel linguaggio del flauto jazz-rock?
Lino Vairetti: Sì, lui è stato un pioniere nel modo di suonare perché effettivamente la applicava in modo istintivo pur non conoscendo quella tecnica. Ad esempio, vedemmo insieme i Van Der Graaf Generator con David Jackson (peraltro da tempo diventato il mio sassofonista) che suonava il doppio sassofono. Elio D’Anna l’aveva già visto da Roland Kirk, capito? L’avevano già fatto pure con gli Showmen questa cosa qua in modo molto semplice perché con i due sassofoni puoi fare delle sezioni, non è che puoi fare improvvisazioni.
Lorenzo Sorbo: Tornando all’album L’uomo mi puoi raccontare quale strumentazione utilizzaste per registrarlo? Avevate a disposizione uno studio importante?
Lino Vairetti : Noi registrammo nello studio della Fonit Cetra in via Meda a Milano. Era uno dei più importanti studi di registrazione dove avevano inciso Mina, Battisti, orchestre di musica classica. Di tutto, insomma. In questo studio c’era tutto quello che ci poteva essere come strumentazione classica, finanche un organo a canne. In quello studio lavorava Plinio Chiesa, il fonico che aveva registrato tanti artisti. Noi registrammo addirittura su un sei piste ed era già avanguardia perché penso che i Beatles abbiano registrato solo su un due o tre piste. Utilizzammo sia la consolle che il registratore a nastro della Telefunken. Anche Bideri aveva l’attrezzatura Telefunken, facendo un sacco di sovraincisioni. Nella sala c’era un organo a canne, un organo Hammond. Noi ci portammo chiaramente i nostri strumenti, i nostri amplificatori perché avevamo le nostre sonorità. Danilo aveva delle idee particolari e, legate a quelle professionali di Plinio Chiesa che era un veterano della registrazione, riuscimmo a fare queste registrazioni. Pensa che noi non avevamo ancora il sintetizzatore che abbiamo comprato qualche anno dopo. Io cercavo dei suoni particolari. L’inizio dell’introduzione de L’uomo è stata ottenuta con una scatola di brandy “Stock 84” con tre oscillatori dentro e delle manopole che io muovevo per intonare il suono. Avevamo riciclato questa scatola piccolina di legno dove c’erano i liquori, l’uscita era collegata alla Binson Echorec 2 che poi andava direttamente nel banco.
Lorenzo Sorbo: Ma gli oscillatori li costruisti materialmente tu?
Lino Vairetti : No, li costruì Danilo, il mio chitarrista. Lui era molto bravo nelle autocostruzioni, si era costruito addirittura un’arpa su una scatola di di legno usata per la frutta. Era proprio in gamba.
Lorenzo Sorbo: Quindi avevate a disposizione uno studio con tante attrezzature e strumenti che si sentono nel disco. Ad esempio utilizzaste anche l’organo Hammond?
Vairetti: Sì, io suonai sia l’Hammond che l’organo a canne perché mi divertiva. Feci cose semplici nell’introduzione e in altri brani come nella parte psichedelica di “Non sei vissuto mai”. Di base noi avevamo chitarre elettriche, basso, batteria, flauto, sassofono, chitarra dodici corde e voce.
Lorenzo Sorbo: I brani li suonavate in presa diretta?
Lino Vairetti: C’erano delle sovraincisioni, ma innanzitutto perché non c’erano le piste per farle tutte in presa diretta. Chiaramente noi facevamo sempre prima la base con batteria, basso e chitarra e bisognava eseguirla bene perché non è come oggi che in digitale quando sbagli una parte, ripeti solo quella. Allora, se sbagliavi, bisognava ripetere tutto da capo perché chiaramente non suonavamo col click.
Lorenzo Sorbo: Provavate di seguito tutte le tracce del disco prima di registrarlo?
Lino Vairetti: Eh sì, andavamo in studio con le idee già chiare sui pezzi poi si facevano dei cambiamenti. Ad esempio, noi abbiamo fatto un sacco di innesti, abbiamo preso una parte e messa prima, poi dopo abbiamo fatto un lavoro per creare un movimento, ma questo è stato dopo l’esecuzione. Noi andavamo in sala avendo le idee sempre chiare. Avevamo già studiato tutto poi c’era un’evoluzione spontanea perché in sala poi magari venivano delle idee e cambiavi qualcosa, ma la maggior parte delle tracce erano dei brani già ben definiti.
Lorenzo Sorbo: Nel disco si avvertono atmosfere barocche del resto tipiche dello stile prog. Eravate influenzati anche da autori di musica classica? Li conoscevate oppure era un fatto istintivo?
Lino Vairetti: Elio D’Anna aveva studiato un po’ di classica suonando flauto. Noi no, la ascoltavamo, ma non ne eravamo influenzati poiché nessuno aveva fatti studi classici. Dopo L’uomo abbiamo avuto la fortuna di incontrare Bacalov, ma noi all’inizio eravamo nati con la rivoluzione giovanile che portava avanti i Rolling Stones,i Beatles e i gruppi che con quattro accordi strimpellati si riusciva a creare qualcosa senza aver mai studiato, lavorando a orecchio. Invece Gianni Leone, che suonava il piano, aveva studiato ed era anche un ragazzo prodigio. A sette anni suonava Mozart. Ma insomma, si tratta proprio di casi particolari. Però chi suonava le tastiere quasi sempre aveva studiato.
Lorenzo Sorbo: Una curiosità, ho letto che volevate presentare “L’uomo” al festival di Sanremo. Come mai non andò così? Ci ripensaste?
Lino Vairetti: No, non con “l’uomo”. La Fonit Cetra ci fece fare “L’uomo” ed ebbe un gran successo con grandi vendite. Il disco si classificò nono nella classifica e vincemmo anche il premio della critica discografica. Tutte le case discografiche puntavano sul rock progressivo perché per loro era la forma di musica più attuale con la quale si vendevano i dischi. Ci volevano mandare a Sanremo, così andammo prima ad una riunione a Torino e ci confrontammo con Mario Zanoletti, il nostro direttore artistico, poi ci indirizzarono verso Nico Fidenco. Non so Fidenco in che veste stava lì, comunque era lui che coordinava questa riunione. Il problema è che bisognava fare i brani che duravano dai 2 minuti e 50 ai 3 minuti e gli autori discutevano fra loro se potevano sfiorare 10 secondi. Alla fine questa cosa non ci piacque, non ci sentimmo in sintonia per cui ce ne andammo. Invece i Delirium con Ivano Fossati, che facevano parte della stessa Fonit, accettarono e fecero Jesahel a Sanremo.
Lorenzo Sorbo: Successivamente andaste in tourné e, aprendo anche i concerti dei Genesis. Successe nel 1971?
Lino Vairetti: No, fu nel 1972. Avevamo già dei brani di Palepoli anche se l’album è uscito nel 1973, quindi nel ‘72 già facemmo un tour di sei date con i Genesis. Stavamo nello stesso albergo a Riccione.
Lorenzo Sorbo: Apriste anche il famoso concerto a Napoli?
Lino Vairetti : Allora, il concerto a Napoli loro lo fecero nell’aprile del ‘72 e noi li andammo ad ascoltare. Non li conoscevamo, ma non li conosceva nessuno. Il nostro manager Maurizio Salvatori aveva portato i Genesis a Napoli, noi li andammo a sentire e ci piacquero molto. Allora iniziarono ad avere il successo in Italia perché in Inghilterra erano ancora sconosciuti. Il nostro manager pensò di rifare il tour in agosto mettendo insieme noi, i Genesis e Bambi Fossati dei Garybaldi facendo sei date insieme. E a Genova, in particolare, in un teatro indossammo i sai e ci truccammo eseguendo già alcuni brani di Palepoli in anticipo e fummo notati da Peter Gabriel.

Lorenzo Sorbo: Si dice appunto che Gabriel si ispirò a voi per le sue performance.
Lino Vairetti: Si ispirò nel senso che a lui piacque molto il nostro look e ci venne a fare i complimenti nel camerino.
Lorenzo Sorbo: Ci fu uno scambio tra Gabriel e voi circa il vostro stile espressivo?
Vairetti : Certo. Vedi quelle foto? (indicandone alcune appese al muro) Queste sono fotografie che ho fatto io l’anno successivo quando lui iniziò a truccarsi perché mi invitarono a Napoli al Palazzetto dello Sport. Lui rimase colpito da questa nostra visione perché allora lui non si truccava, aveva un taglio di capelli a scalpo. Facemmo anche una jam session insieme alla “Locanda del lupo” di Rimini durante quei giorni suonando di tutto e di più, improvvisando dei blues. Pensa, io suonavo il basso e Peter Gabriel suonava l’organo. Mi ricordo che venne anche qualcun altro del gruppo Acqua fragile, mi pare. Se allora ci fossero stati i telefonini oggi avremmo avuto un bel documento!
Lorenzo Sorbo: Possiamo allora dire che gli Osanna, nell’ambito del prog rock, furono tra i primi ad esibirsi in queste performance teatrali con abiti di scena e trucco?
Lino Vairetti : Diciamo sicuramente che le nostre fonti di ispirazione furono Arthur Brown e anche Alice Cooper, in qualche modo. Erano dei folli e questa loro follia ci colpì, però la nostra idea era quella di fare teatro. Addirittura volevamo fare già un musical.

Lorenzo Sorbo: In un ambito più pop anche Renato Zero si travestiva e truccava.
Vairetti : Sì, Renato Zero lo fece subito dopo. Tra l’altro io, stranamente, una volta ho visto una copertina di un 45 giri[1] di Pappalardo che era truccato come noi. E ci sono rimasto.
Lorenzo Sorbo: Eh, chissà se non si sia ispirato al vostro look, bisognerebbe chiederglielo direttamente.. Tornando al discorso del trucco, quale differenze stilistiche c’erano tra voi e i Genesis?
Vairetti Lino: Noi usavamo il trucco in un certo modo. Peter Gabriel si è truccato e addirittura si travestiva con maschere di animali. La sua idea di fare spettacolo contrastava con i Genesis perché a loro non piaceva questa cosa e perciò lui se n’è andato, tant’è vero che i Genesis dopo hanno avuto successo facendo pop. Peter Gabriel aveva quest’idea di coniugare arte e musica insieme come l’avevamo noi però con presupposti diversi, perché noi ci ispiravano un po’ alla commedia dell’arte che è una prerogativa nostra e non della loro cultura inglese. Renzo Arbore ci definì “Pulcinella rock”, per dirti. Quindi noi c’eravamo ispirati al teatro del Living Theater.
Lorenzo Sorbo: Facciamo un passo cronologico in avanti nella produzione degli Osanna. Nel 1972 veniste chiamati per eseguire la colonna sonora del film “Milano calibro 9” di Fernando Di Leo, diventato negli anni un vero e proprio “cult” tra i cinefili. Registraste un altro album col celebre compositore Luis Bacalov che scrisse tre brani intitolati “Preludio, Tema e Canzona” mentre le altre tracce erano costituite da sette variazioni tutte di vostro pugno.
Lino Vairetti: Però distinguiamo. Le variazioni del disco sono una cosa e i nostri momenti interpretativi nel film sono un’altra cosa perché noi abbiamo fatto praticamente due colonne sonore completamente diverse.
Lorenzo Sorbo: Infatti, guardando attentamente il film, ci si rende conto che tutto il materiale del disco compare pochissimo nel montaggio finale.
Lino Vairetti: Sì, tranne piccole cose. Premetto che quando noi collaborammo fu un’emozione incredibile per noi suonare con l’orchestra. Noi suonammo varie parti dove serviva un commento musicale a seconda delle clip che ci davano. Ad esempio, improvvisammo completamente nella scena in cui Barbara Bouchet balla in un night.
Lorenzo Sorbo: Questo è interessante. Allora qual era il vostro metodo di lavoro? Come registravate le parti musicali che si sentono nel montato finale del film? Il regista vi dava la clip con il timing e voi improvvisavate ?
Lino Vairetti: Sì, avevamo le clip del film. Capitava che dovevamo rifarle anche tre, quattro volte perché dovevamo trovarci esattamente nel tempo poiché non c’era il digitale come oggi. Avevamo un preciso minutaggio e noi studiavamo come sincronizzarci con i nostri brani e quale tempo dovevamo eseguire.
Lorenzo Sorbo: E il materiale prodotto non era lo stesso che poi confluì nel disco?
Lino Vairetti: No, noi registrammo alla “Fono Roma”, una sala di registrazione pensata esclusivamente per colonne sonore. Abbiamo registrato tutto in virtù del film dopodiché siamo andati a Milano negli studi della Fonit Cetra e abbiamo registrato tutto da capo con l’orchestra della Rai di di Milano e con Giusto Pio al violino solista. Quindi abbiamo rispettato i temi, però ci siamo lasciati andare per fare un album che fosse legato alla colonna sonora del film, ma avesse in qualche modo una sua autonomia. Ad esempio, la canzone “There will be time” doveva andare sotto la scena in cui Barbara Bouchet e Gastone Moschin fanno l’amore. Quando abbiamo fatto il film la produzione era in ritardo su tutto. Mentre Bacalov mi faceva cantare per studiare questo brano sulla mia voce arrivò Di Leo dicendo che lui doveva consegnare perché stava in ritardissimo. Per cui non siamo riusciti a fare la canzone in tempo per il film.
Lorenzo Sorbo: Infatti la stessa canzone compare su un altro suo film “Il poliziotto è marcio” in una scena con l’attore Luc Merenda.
Lino Vairetti: Ma veramente? Non lo sapevo ! Pensa invece che sotto la scena dove dovevo stare io, il regista ha rimesso un’altra volta il brano del Concerto grosso dei New trolls perché non ci fu tempo.
Lorenzo Sorbo: A proposito di Di Leo, negli anni è diventato un regista di culto tra i cinefili. Puoi raccontarmi quale fu il rapporto con lui?
Lino Vairetti: Era una persona di grande livello e di grande spessore, allora considerato ingiustamente di serie B, ma in realtà lui era un grande idealista, ha fatto tutti i film che avevano comunque a che fare con il tema delle ingiustizia e della corruzione politica. Inoltre realizzò anche il film “Avere vent’anni” aprendo le porte a un mondo nuovo perché lui era molto attento a tutto quello che era l’evoluzione dei tempi e delle cose. Insomma, era una persona incredibile.
Lorenzo Sorbo: Come lavoravate con lui ? Vi dava indicazioni precise oppure vi lasciava liberi di improvvisare?
Lino Vairetti : Lui veniva ad ascoltare perché era curioso e quindi veniva a darci indicazioni. Sarà venuto tre-quattro volte durante la lavorazione. Ascoltava, poi le riflessioni le faceva con Bacalov in separata sede.
Lorenzo Sorbo: Parlando di Bacalov, vorrei chiederti quale fu il vostro metodo di lavoro insieme? Bacalov aveva questi tre brani che erano suoi, ma intervenne anche nelle variazioni composte da voi?
Lino Vairetti: Noi eseguimmo le variazioni mentre Bacalov scrisse le parti degli archi. Ad esempio, c’è il brano “Dianalogo”[2] costruito su un tappeto di archi, batteria e timpani. Alcuni accenni di questa parte si sentono anche nel film in diverse scene dove Gastone Moschin cammina. In un altro brano, ad esempio, c’è un cluster di archi che ci serviva per aprire un’altro brano. Chiaramente noi eravamo tutti autodidatti, l’unico che leggeva la musica era D’Anna, ma sostanzialmente si adattava a suonare a orecchio come noi per cui si trovò spaesato a trovarsi di fronte a delle partiture. E’ stata dura perché noi ci basavamo esclusivamente sulle battute. Bacalov aveva scritto le partiture anche per noi, ma noi praticamente entravamo soltanto nell’ordine delle battute. Seguivamo le battute, la batteria la lasciò libera, sul basso, invece, diede delle notazioni e allora Lello Brandi fece fatica a seguire i bassi sulle note, però poi se le studiò. Noi facevamo molte cose libere, perché lui voleva proprio la nostra libertà, la nostra grinta, il modo di essere rockettari. Poi c’era il produttore Sergio Bardotti che ci prese in una simpatia incredibile e quindi, insomma, fu un’esperienza molto bella.
Lorenzo Sorbo: Quale organico fu utilizzato nelle registrazioni? Un’orchestra ampia ?
Lino Vairetti: Io mi ricordo bene l’orchestra della Fonit Cetra che aveva circa cinquanta elementi, per l’album invece alla “Fono Roma” erano di meno, credo una trentina di elementi. Bacalov stava al pianoforte quando c’era bisogno. C’era l’orchestra, c’eravamo noi e dovevamo necessariamente essere precisi insieme.
Lorenzo Sorbo: La Variazione VI presenta un curioso sottotitolo : Spunti dallo spartito n° 14723/AY del Prof. Imolo Meninge. Fu ispirato a qualche particolare episodio?
Lino Vairetti: Sì, si tratta di un aneddoto divertente. Come gruppo andammo a fare una visita in un manicomio a Siracusa. A un certo punto c’era un tipo che ci seguiva, si spacciava per il vicedirettore, in realtà era pazzo. Era un ingegnere rinchiuso lì, però avevano rispetto per lui perché doveva essere una persona importante. Io non mi resi conto che è quello era un pazzo. Lui continuava a parlare con Elio, io ero convinto che era veramente un vicedirettore. Era quello il periodo in cui nei manicomi i degenti avevano più libertà in virtù delle riforme più tolleranti. La struttura aveva dato a questo tizio una stanza particolare che fungeva da studio e così andammo a visitarla. Lui ci fece ascoltare un suo brano che voleva dare a Ornella Vanoni e io lo ascoltavo con attenzione. A un certo punto vedo che lui, spiegando la musica ad Elio, cominciò a dire cose incomprensibili come un grammelot. Elio rispondeva in modo analogo e incomprensibile. In realtà Elio aveva capito tutto e lo assecondava (ride) perciò inventai il sottotitolo della “Variazione VI” in omaggio a questo fantomatico brano dell’ingegnere.
Lorenzo Sorbo: Dopo l’uscita del film andaste in tournée?
Lino Vairetti: No, dopo è uscito anche il 45 giri di “There will be time” e arrivammo anche nelle prime posizioni al Festivalbar, ma il gruppo non volle riconoscersi in quel brano perché ero io che cantavo con l’orchestra, c’erano un assolo di chitarra, ma poca roba.
Lorenzo Sorbo: Perché quel brano aveva un sapore più pop?
Lino Vairetti: Sì, più che pop, era il fatto che non veniva rappresentato il gruppo nella sua dinamicità rock. Elio aveva avuto l’esperienza con Mario Musella che aveva lasciato gli Showmen e, nel timore che a me potesse capitare la stessa cosa, decidemmo di non andare al Festivalbar, cosa di cui ci siamo pentiti perché abbiamo perso un’occasione per diventare un po’ più pop, perché poi voglio dire, era importante anche quello, no? Praticamente noi non abbiamo mai suonato niente dal vivo di quel disco, tranne la “Variazione II – My Mind flies”.
Lorenzo Sorbo: E poi succede un fatto curioso, quarant’anni dopo il disco viene riscoperto e cominciate a portarlo dal vivo, finanche in Giappone.
Lino Vairetti: Allora, la cosa strana è che in Giappone noi eravamo già stati nel 2010. Nel 2012, per il quarantennale di Milano calibro 9, ci richiamano per suonare la colonna sonora con un’orchestra a nostra disposizione
Lorenzo Sorbo: Con il film proiettato?
Lino Vairetti: No, noi portammo alcune clip del film, ma la cosa per cui andammo in crisi fu perché noi non avevamo mai suonato il disco per intero. Io dovetti chiamare Bacalov che mi disse :« Ma io non ho più le partiture per orchestra, non so come fare » Così dovetti chiamare un mio amico, violinista e direttore d’orchestra che riscrisse tutte le partiture. Le inviai in Giappone e siamo andati là, abbiamo suonato con questa orchestra di ventiquattro elementi, tutti bravissimi. Con due prove già le avevano imparate, noi in due ore avevamo fatto tutto. Durante l’esecuzione dal vivo addirittura il nostro fonico registrò il tutto in presa diretta e la sessione fu talmente perfetta che abbiamo realizzato il disco Rosso rock.

Lorenzo Sorbo: Avete fatto una data unica lì oppure siete andati anche altrove?
Lino Vairetti: No, ogni volta che andiamo in Giappone, suoniamo esclusivamente nel club della città di Kawasaki che è l’auditorium della musica rock. Andiamo lì dove la gente arriva da tutte le parti del Giappone per ascoltare Milano calibro 9. Lo abbiamo sempre suonato con la nuova formazione, anche in Messico. Dal vivo facciamo “Preludio” e “Tema” con le sequenze degli archi. A noi non piace suonare col click perché è fastidioso, però lo dobbiamo fare per forza in certe situazioni live. Abbiamo tenuto altri concerti insieme a Vittorio De Scalzi dei New Trolls. Lui eseguiva il Concerto grosso e noi Milano calibro 9 insieme con l’orchestra in vari posti d’Italia. De Scalzi veniva da solo, partecipava anche David Jackson.
Lorenzo Sorbo: Tutto ciò testimonia come questo disco sia diventato un cult al pari del film stesso.
Lino Vairetti: Sì, assolutamente. Attualmente il film è stato restaurato ed è stato presentato al Torino Film Festival nel mese novembre 2022 e noi abbiamo rifatto delle scene nuove con la nuova formazione, intendo scene che non erano state inserite. Inoltre la Cineteca Nazionale ha commissionato alla regista Deborah Farina la realizzazione di un documentario che raccontasse meglio certe cose. Lei lo ha realizzato intitolandolo “Milano Calibro 9 – Le ore del destino”. Con la nostra nuova formazione e indossando i sai siamo andati a Calvi Risorta in una fabbrica diroccata di mattoni, un bellissimo esempio di archeologia industriale, insomma. Abbiamo eseguito queste scene di “Preludio, Tema” e “There will be time” all’interno della fabbrica ricostruendo una scenografia con una macchina d’epoca dove escono dei gangster che sono attori amici nostri e lei ha costruito questa cosa con le scene del film e queste nuove. E’ venuto fuori un lavoro molto interessante, secondo me. Milano Calibro 9 è stato rivalutato anche da Quentin Tarantino e grazie a questo nuovo interesse noi portiamo avanti ancora i brani del disco.
Lorenzo Sorbo: Parliamo adesso dell’album Palepoli pubblicato nel 1973. Partiamo da questa idea di voler rappresentare una Napoli primigenia e antica in cotrapposizione con i cambiamenti sociali e politici che ne stavano minando l’identità in quegli anni. Diciamo che, guardando gli sviluppi attuali, direi che siete stati addirittura “profetici” nel delineare una Napoli che, attualmente, sembra allontanarsi da quell’identità tradizionale per volgersi verso una visione sempre più globalizzata.
Lino Vairetti: Il titolo Palepoli nacque dopo che Arbore ci definì “Pulcinella rock”, il che ci mise un po’ in crisi. Noi c’eravamo ispirati a Picasso. Nel palazzo dove abitava Elio abitava un suo amico che era un cultore di tradizioni, collezionava maschere. Andammo da lui per approfondire le tradizioni, le sonorità popolari, le tarantelle, le tammurriate. Per noi si trattava anche di una questione “politica” perciò pensammo di coinvolgere anche il regista Antonio Neiwiller in uno spettacolo in cui si denunciava tutto il malessere di una città che era bella, ma carente dal punto di vista della vivibilità come denunciata da Rosi in “Mani sulla città.” Facemmo un atto di denuncia condensato nel verso di una canzone: “Fuje a chist paese” mutuando anche la frase celebre di De Filippo : “Fujitivenne”. Quindi si pensava ad una opera rock in cui descrivavamo una Napoli molto allegorica in cui il popolo, non solo napoletano, si ribellava ad un potere che in qualche modo li schiacciava.
Lorenzo Sorbo: Quindi stai parlando di una vera e propria opera rock? Oppure ti riferisci alla tournée successiva all’uscita dell’album in cui utilizzavate anche mimi e danzatori?
Lino Vairetti: Noi abbiamo registrato l’album e abbiamo parallelamente lavorato all’opera. Erano due cose che andavano parallele, non è che abbiamo fatto prima il disco e poi ci è venuta l’idea. Noi avevamo già l’idea, ma con L’uomo non l’abbiamo potuto fare perché non avevamo i soldi. Infatti utilizzammo i sai e le maschere colorate che non costavano niente. Quando finalmente avemmo un po’ di soldi dopo due dischi venduti pensammo di investire in questa opera rock con la regia di Antonio Newiller che era un genio dell’immagine, ci costruiva una scenografia complessa trasmettendoci l’idea di “laboratorio totale” poichè tutti noi della compagnia costruivamo le scene. Avevamo immagini proiettate alle spalle che rappresentavano i vari poteri nel nei secoli: i greci, i romani, fino ad arrivare all’imperialismo americano. Uno spettacolo tutto cantato e suonato con l’aggiunta di mini, ballerini e filmati.
Lorenzo Sorbo: Parlando di opera rock tu sicuramente sai che nel 1970 c’era già stata Orfeo 9 di Tito Schipa Jr. Vi ispiraste a questa oppure la vostra era tutta un’altra cosa?
Lino Vairetti: No, era tutta un’altra cosa. L’Orfeo 9 era concentrata sul mondo della droga. Tra l’altro, noi dovevamo fare l’Orfeo 9 perché la Fonit Cetra ci mise in contatto con Tito Schipa jr. e andammo a Roma per incontrarlo. A un certo punto venne Bill Conti perchè la Fonit aveva già le idee chiare e noi ci saremmo dovuti innestare in questo progetto. Erano coinvolte anche Loredana Bertè e Renato Zero. Dopodiché noi ritornammo da Roma e ci fu una discussione in macchina perché Elio e Danilo non accettavano Conti. Alla fine rinunciammo. Schipa rappresentò l’opera rock al Sistina nel ‘72 dopodiché non gliela fecero fare così lui produsse il film, ma venne censurato. Perciò noi siamo riusciti ad essere i primi a fare un’opera rock e a portarla in giro per l’Italia, anche se diciamo che il primo a farla in Italia è stato lui.
Lorenzo Sorbo: Torniamo proprio alla produzione di Palepoli formato da tre brani molto lunghi. Dal punto di vista tecnico fu più difficile da registrare? Poichè si tratta di un album comunque pieno di sezioni musicali complesse, no?
Lino Vairetti: Credo che Palepoli sia stato l’album più complicato dal punto di vista dell’esecuzione perché era una suite unica, piena di di cambiamenti ritmici e di situazioni strumentali. È stato molto complesso suonarlo. Però ti ripeto, il nostro modo di arrivare sempre abbastanza preparati ci consentiva di avere delle take molto veloci, insomma.
Lorenzo Sorbo: Registraste con la stessa attrezzatura e con gli stessi tecnici?
Lino Vairetti: No, l’attrezzatura intanto era cambiata. Con Palepoli lavorammo con un 16 piste registrando su uno Studer. E con l’album Landscape of life addirittura arrivammo a 24 l’anno successivo. I tecnici erano sempre Plinio Chiesa e Giancarlo Iametti. Ho registrato pure il tour con Città frontale nel 75. Ogni anno ho fatto un disco sempre con Plinio Chiesa.
Lorenzo Sorbo: Palepoli è considerato una pietra miliare del prog italiano. Sei d’accordo?
Lino Vairetti: Sì, la pietra miliare degli Osanna, io posso dirti che comunque preferisco L’uomo.
Lorenzo Sorbo: Come avvenne la produzione dell’album?
Lino Vairetti: Allora, ti dico subito che Palepoli doveva essere un album doppio perché avevamo già molto materiale. La Fonit Cetra a un certo punto temeva che costasse troppo e che magari le vendite non corrispondessero all’investimento del doppio LP. Anche il progetto grafico dell’album doveva essere impegnativo. Avevamo previsto una copertina con un quadrato che diventava un cubo attraverso un anelletto, una specie di pop-up,insomma. Alla fine, per motivi di spese eccessive, facemmo una copertina normale e l’album lo riducemmo a due facciate, per cui il brano “il castello dell’Es” è finito poi in Landscape of Life. Però Palepoli comunque rimane la nostra pietra miliare poichè è l’album più prog di tutti.
Lorenzo Sorbo: Confrontando la Napoli di oggi con quella che denunciavate in Palepoli, pensi che la città sia cambiata in meglio o in peggio?
Lino Vairetti: Beh, la Napoli di oggi, come tutta la cultura in generale, sta andando verso un livello culturale molto più basso. Quelle poche persone che scrivono belle cose, sia dal punto di vista letterario che musicale, hanno poco spazio perché c’è stata una tendenza generale verso un livello più basso ed è impossibile recuperarlo. Anche perché oggi, utilizzando i social, si dà la possibilità di entrare in un mondo più aperto alle persone che hanno una cultura più bassa, che vogliono delle cose semplici. Oggi vanno le cose di venti secondi, bastano frammenti che ti colpiscono all’impatto. Chi fa cultura e ha bisogno di uno spazio maggiore trova ostacoli proprio nell’ascolto. E questa purtroppo è la difficoltà che è maturata per colpa dei social. Ci sono artisti che sono andati avanti anche perchè sono riusciti ad essere più commerciali rispetto a noi. Noi Osanna abbiamo purtroppo avuto un buco di venti, anche trent’anni perché nel ‘79 ci siamo sciolti e poi ci siamo rimessi insieme nel 2001. Poi con l’album Prog family del 2009 abbiamo iniziato a girare il mondo con la nuova formazione e qualcuno si è ricordato di nuovo che esistevano gli Osanna. Oggi c’è un mondo che ci adora, io se vado in Giappone vengo visto come Peter Gabriel, per dire.

Lorenzo Sorbo: Dal punto di vista dell’accoglienza e delle vendite come andò Palepoli ?
Lino Vairetti: L’uomo è l’album che ha venduto di più, ma Palepoli ha avuto forza più mediatica perché era legato all’opera rock e i giornali ne parlavano. Questo fu un nostro grande fiore all’occhiello.
Lorenzo Sorbo: Non esiste qualche testimonianza video?
Lino Vairetti: Sì, c’è l’unico video Rai fatto durante la trasmissione “Adesso musica” di Vanna Brosio e Nino Fuscagni, ma è introvabile. Loro vennero a riprendere il nostro spettacolo in 16 mm a Cosenza. Lo spettacolo andò in onda anche nella loro trasmissione, ma non c’è traccia in Rai di questa cosa.
Lorenzo Sorbo: Beh, un gran peccato davvero. Comunque Lino, direi di fermarci qui anche se sono sicuro che ci sarebbero sicuramente ci sarebbe ancora tanto da raccontare. Grazie per tutti gli aneddoti che sicuramente avranno incuriosito i lettori addetti ai lavori o ai semplici appassionati. Speriamo di vederti presto dal vivo.
Lino Vairetti : Grazie a te, è stata una bella conversazione e ti aspetto dal vivo con i nuovi Osanna. Un caro saluto ai lettori!
Lorenzo Sorbo
Informazioni Utili
Per chi volesse ascoltare gli Osanna dal vivo prossimamente segnaliamo le seguenti date
- Sabato 27 maggio 2023 al “NeverMind” di Bagnoli
- Sabato 10 giugno 2023 al Festival WOMAD di ROMA presso Villa Ada
[1] Si riferisce al singolo “Una donna” di Adriano Pappalardo realizzato nel 1971
[2] Il titolo “Dianalogo” venne coniato da Vairetti unendo le parole dialogo e Diana, l’allora compagna del batterista Umberto Guarino
Sito: www.osanna.it