Native Instruments B4 II

Guido Scognamiglio


La tedesca Native Instruments rinnova, dopo circa 5 anni dalla sua introduzione sul mercato del software musicale, uno dei suoi virtual instruments di maggior successo: il B4. Questo è stato forse il plug-in più conosciuto e apprezzato fra gli utenti della computer music, la simulazione del mitico organo Hammond più amata in ambiente software e da molti preferita ai tanti altri “cloni” anche in campo hardware. Con la nuova versione sono state introdotte grosse novità fra le più desiderate dagli Hammondisti virtuali, fra cui nuove simulazioni di amplificatori, un effetto Leslie migliorato, una migliore implementazione midi, l’effetto riverbero e tanto altro. Scopriamo in questo articolo la “reinvenzione della ruota… tonale”.

Le origini dell’Hammond

L’organo Hammond fu inventato all’inizio degli anni ‘30 da un ex orologiaio amante della musica, Laurens Hammond (1895 – 1973), con lo scopo di trovare un’alternativa economica e pratica ai mastodontici e costosissimi organi a canne per le Chiese cattoliche. Il funzionamento di questo favoloso strumento si basa su un progetto iniziato molti anni prima, nel 1897, da un altro ambizioso inventore, Thaddeus Cahill (1867 – 1934), denominato Telharmonium o “Dinamofono”, un gigantesco strumento musicale, in realtà quasi uno stabilimento metallurgico, che occupava lo spazio di un intero capannone. Il suono veniva generato da delle grosse ruote dentate di metallo messe in rotazione da una serie di motori elettrici, ogni ruota era relativa ad una nota specifica e presentava un diametro ed un numero di denti diverso dalle altre; dinnanzi a ciascuna ruota era posto un trasduttore elettromagnetico, ossia un pick-up (come quelli del piano Rhodes o della chitarra elettrica), il quale ne preleva il movimento traducendolo in un segnale elettrico in banda audio. Il successo dell’invenzione di Cahill era pareggiato solo dal suo colossale fallimento, tanto che il progetto, dopo diverse revisioni e innumerevoli tentativi di miniaturizzazione, si estinse definitivamente durante gli anni della prima guerra mondiale. Laurens Hammond, essendo molto pratico di meccanica in quanto il suo mestiere aveva a che fare, appunto, con gli ingranaggi degli orologi, sfruttò la sua preparazione tecnica e le novità dell’industrializzazione degli anni ’30 per riprendere il progetto di Cahill e dar luce, finalmente, ad uno strumento musicale elettromeccanico in grado di pareggiare il suono di un organo a canne occupando una frazione del suo spazio. Il primo esemplare fu costruito e venduto nel 1935 a Henry Ford, il magnate dell’industria automobilistica americana, che ne comprò ben sei, alcuni dei quali sono stati esposti per anni nel suo museo dell’industria americana, andato poi tragicamente in fiamme negli anni ’50. Il primo Hammond a comparire in pubblico, invece, fu presentato per un’audizione nella Cattedrale di St. Patrick a Chicago, di fronte ad una platea di curiosi fra cui degli esperti in organi da Chiesa. Fra i presenti, nessuno riuscì a distinguere il suono dell’organo installato nella Chiesa da quello dell’Hammond, tuttavia questo non fu per Mr. Laurens un vero successo in quanto, negli anni a venire, il Clero vietò l’uso dell’organo Hammond nelle Chiese cattoliche in quanto definito solo un “elettrofono” e non un vero organo liturgico. Fra i suoi primi utilizzatori spiccano il nome di George Gershwin e addirittura quello del fisico Thomas Edison (avete presente la lampadina?). Ma il suono dell’Hammond al quale siamo abituati oggi è frutto non solo della magia dell’organo in sé, visto che il migliore complice di un B3 (Fig.1) è senz’ombra di dubbio uno speaker rotante Leslie. Donald Leslie (1911 – 2004) era un dipendente della fabbrica di Hammond, col pallino di voler migliorare il suono dell’organo elettrico. Fu così che, all’inizio degli anni ’40, decise di abbandonare il suo posto di lavoro per dedicarsi alla costruzione di un particolare diffusore acustico in grado di diffondere il suono nello spazio circostante grazie a due altoparlanti capaci di roterare su sé stessi di 360°. Nacque quindi la famosa cassa Leslie, da allora accessorio fondamentale per il possessore di un organo Hammond autentico. La cosa curiosa fu che a Laurens Hammond non piacevano affatto gli amplificatori di Leslie, diceva che “inquinavano” lo splendido suono dei suoi strumenti, e asseriva che niente potesse amplificare un organo Hammond meglio di un amplificatore originale Hammond. Ne era talmente convinto, e prese talmente a cuore questa situazione, tanto da scrivere sulle sue pubblicità frasi del tipo “non comprate gli amplificatori Leslie”, il ché fece indirettamente una grossa pubblicità ai prodotti di Donald Leslie tanto da fargli risparmiare almeno sei anni di campagna pubblicitaria. Risultato fu che ovunque si diffuse l’uso degli organi Hammond, nel jazz, nel blues, nel funk, nel Gospel, in tutti i generi musicali, non v’erano organi Hammond senza cassa Leslie annessa.

Il B4 e l’Hammond:

L’organo Hammond è sempre stato uno strumento musicale che vanta innumerevoli tentativi di imitazione, a partire dagli anni ’60 con l’ingresso nel mercato degli organi elettronici (quelli che come generatori sonori hanno degli oscillatori simili ai sintetizzatori) fino ad oggi con le simulazioni software. Per questo è nato un vero e proprio settore a sé stante, quello dei cloni Hammond. Sebbene il termine “clone” definisca l’esatta riproduzione di qualcosa, in fatto di Hammond non è proprio il termine adatto ma spesso, come nel caso del B4, è quello che più si avvicina al concetto di ottima imitazione. Il B4 di Native Instruments (Fig.2) riproduce in forma software ciò che accade meccanicamente ed elettronicamente all’interno di un organo Hammond B3 e di uno speaker Leslie.

All’interno di un B3 vero c’è il generatore, formato da un motore il quale fa girare le 91 tonewheels – o ruote tonali – davanti ai 91 pickups; c’è una sezione filtro per pulire il suono del generatore da interferenze in eccesso (anche dette leakage); ci sono i drawbars (Fig.3), quelle levette che il musicista può usare per definire il proprio suono; c’è la matrice, che collega i drawbars e le tonewheels ai tasti dei due manuali (le tastiere) e della pedaliera; c’è il vibrato scanner, che riproduce l’effetto vibrato e chorus grazie ad una serie di filtri passa-basso; c’è il circuito della percussione, che consente di aggiungere un maggiore attacco alle note; infine c’è il preamplificatore, ovviamente valvolare. Tutto questo viene simulato in maniera pressoché perfetta nel B4, e tutte le 91 forme d’onda prodotte dalle tonewheels (delle sinusoidi non proprio simmetriche) sono state campionate da un Hammond vero. Potremmo, quindi, definire il B4 un sintetizzatore a modelli fisici, in quanto vengono letteralmente modellati sia gli elementi meccanici che quelli elettrici dello strumento originale, dando all’utente del software tutta la flessibilità (e oltre) trovata nell’uso della controparte fisica.

Differenze fra B4 e B4 II:

La prima versione del B4 si limitava a simulare un B3 con una cassa Leslie generica, offrendo un ottimo suono ma mancando di alcune delle tante opzioni possibili per l’uso di un Hammond. La versione due, invece, aggiunge ben 13 tipi di speaker diversi (Fig.4), spaziando dai due amplificatori Leslie più famosi, il modello 122 e il 147, ad ampli per chitarra quali il Marshall JCM 800, il Fender Twin, il Roland Jazz Chorus, una cassa Orange, una cassa per basso Ampeg, fino ad un D.I. box; inoltre troviamo la possibilità del posizionamento dello speaker in un ambiente virtuale di ascolto, la possibilità del doppio Leslie (à la John Lord!), la levetta del brake che ferma i motori degli speaker rotanti, l’effetto riverbero con un’ottima simulazione di spring reverb, la possibilità di scegliere il grado di leakage, le modalità legato e sustain per la pedaliera dei bassi, e non ultime le utilissime innovazioni in fatto di settaggi MIDI, fra cui una schermata dedicata interamente all’assegnazione dei controllers (Fig.5) e l’opzione per invertire la risposta dei drawbars ai valori dei Midi Control Change. Inoltre, per dare spazio alle tante novità introdotte, l’interfaccia è stata suddivisa in 5 pagine diverse contro le 2 della vecchia versione. In fatto di suono, la novità più interessante sta sicuramente nel fatto della scelta dei cabinets e, soprattutto, nelle opzioni di microfonaggio. Quando si registra un Hammond vero, solitamente, c’è bisogno di almeno due microfoni a condensatore per riprendere il suono proveniente dalla cassa Leslie, e opzionalmente un dinamico per riprendere i bassi. Ciò comporta, ovviamente, la ripresa anche delle riflessioni ambientali. Mentre la vecchia versione del B4 dava un suono troppo diretto, con una quasi totale assenza dell’ambiente, il nuovo B4 dà un maggiore senso di ripresa reale. Nel file audio di esempio che trovate nel cd allegato alla rivista, nella sezione Demo mp3 -> B4_II, potete ascoltare un paragone vis-à-vis fra un vero organo B3, registrato in uno studio americano con dei microfoni AKG, e il B4 II settato più o meno alla stessa maniera del suono originale. Oltre all’effetto dell’ambiente è notevole anche il miglioramento che è stato apportato nell’effetto overdrive valvolare, molto corposo e ricco.

Considerazioni finali:

L’Hammond è uno strumento sicuramente insostituibile, inimitabile e irrangiugibile, soprattutto se l’esigenza è di un organista professionista, ma se consideriamo un ambiente musicale da studio, dove lo scopo principale è quello di aggiungere una traccia di Hammond ad un brano pop, allora una buona simulazione come il B4 è sicuramente la scelta esatta. Se invece vogliamo portare sul palco i pezzi di Jimmy Smith (Fig.6), di Joey De Francesco, di Barbara Dennerlein o di Klaus Wunderlich, oppure dei Deep Purple, dei Pink Floyd o degli Who, e non possiamo permetterci un vero Hammond o, anche avendone uno, non abbiamo modo di trasportare i suoi 150 Kg di peso, la soluzione ideale è un buon laptop, Windows o Apple, con una buona master e il B4: la soddisfazione è assicurata e la schiena ringrazia! Il B4 si installa molto facilmente, richiede l’attivazione e la registrazione della licenza via internet per la sola prima installazione ed è disponibile nei formati VST, RTAS, DXi, AU e stand-alone. L’uso della CPU è quasi irrisorio, il ché lo rende compatibile e molto stabile anche su un computer relativamente vecchio. Per chi, invece, è già in possesso della vecchia versione del B4, un upgrade è sicuramente da prendere in considerazione.

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