Il termine mastering è spesso frainteso da chi approda al mondo delle tecnologie audio, soprattutto da breve tempo. Il mastering è il processo fondamentale che lega la fase del mix e quella di stampa del cd da parte di industrie apposite. Esso ha come scopo principale quello di trasformare una serie di brani di un artista o di artisti diversi (nel caso di una compilation) in un progetto unico e coeso attraverso diversi passaggi tecnico-artistici.

Sicuramente non si può relegare questo compito al preset di un plugin, né tanto meno si può pensare di affidare un progetto scadente ad un ingegnere di mastering sperando di poter ottenere indietro un brano da Hit Parade come si potrebbe erroneamente immaginare. Quindi, volendo citare la legge della conservazione della massa di Antoine Lavoisier “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, nel mastering la qualità non si crea, non si distrugge (in teoria) ma si trasforma (in meglio o in peggio). Un programma musicale che a monte presenta dei problemi irrisolvibili, non restituirà un prodotto migliore dopo il mastering, anzi il più delle volte il risultato potrebbe essere ancora più disastroso con una chiara accentuazione dei difetti che si intendeva eliminare. Di seguito alcuni passi fondamentali del processo di masterizzazione:
- Convertire tutti i brani da masterizzare nello stesso formato.
Iniziare una sessione di mastering in modo corretto, importando e convertendo tutti i brani nello stesso formato, è uno step fondamentale per la buona riuscita dell’intero processo.
- Scegliere l’ordine dei brani.
La scelta dell’ordine delle tracce di un album è un punto chiave, poiché contribuisce a mantenere l’attenzione dell’ascoltatore per tutta la durata del disco. In base al tipo di produzione, queste decisioni possono essere prese di comune accordo tra il produttore, l’artista e l’ingegnere di mastering.
- Creare dissolvenze e pause tra i brani.
L’impostazione di dissolvenze e pause tra brani può collegarsi direttamente alla scelta dell’ordine delle canzoni.
- Aggiustare possibili difetti di immagine stereofonica, glitch o rumori etc.
In questa fase, di natura principalmente tecnica, si cerca di correggere eventuali imperfezioni.
- Portare i brani a livelli di volume uniforme e competitivi per il mercato.
Con l’uso di diversi processori di dinamica e di segnale si aumenta il livello RMS del programma musicale cercando di creare una certa uniformità tra le diverse tracce.
- Verificare e correggere la risposta in frequenza in base al media che riprodurrà il brano: cd, radio, TV, iTunes, vinile etc.
Tra i vari scopi del mastering c’è quello di rendere l’ascolto fruibile nelle diverse situazioni sopra elencate; tuttavia, in alcuni casi, bisogna realizzare più versioni di un brano per poterlo adattare in termini di resa sonora al media o al sistema che lo riprodurrà, utilizzando filtri ed equalizzatori e facendo riferimento anche alla banda passante del supporto per la riproduzione.
- Aggiungere codici PQ e ISRC.
I codici PQ e ISRC sono raccolti in un foglio elettronico che le società di stampa utilizzano per la duplicazione. I codici PQ racchiudono le informazioni riguardanti la durata dei brani, l’inizio e la fine di ogni traccia, le pause etc.
Il programma musicale, dunque, passa attraverso una serie di processori che costituiscono la c.d. catena di mastering.
Un esempio di catena di mastering potrebbe essere cosi composto:
- Equalizzatore
- Processore per l’immagine stereofonica
- Processori dinamici
- Post-Equalizzatore
- Riverbero
- Limiter
- Dither
Alcuni elementi di questa catena sono interscambiabili o non necessari. Partiamo dal primo elemento della catena:
L’equalizzatore.
L’equalizzatore, situato all’inizio di una catena effetti mastering, solitamente ha lo scopo di definire il suono: svolge lo stesso compito di uno scultore che dalla pietra grezza ricava una forma, materializza un’idea; perciò si lavorerà prettamente in attenuazione, intervenendo su frequenze troppo presenti o su risonanze fastidiose e procedendo gradualmente nella fase di taglio (basti pensare che raramente si supera 1db di attenuazione, ma in ogni caso non ci sono regole prestabilite in quanto ogni caso è a sé). Un altro intervento consueto è quello di usare un filtro passa alto per eliminare le frequenze subsoniche che mettono in crisi i circuiti di peak detection dei processori dinamici (soprattutto analogici) innescandoli anche quando non necessario. La frequenza di taglio potrà variare dai 20Hz se si vuole essere più conservativi, ai 30-40Hz se si vuole essere più drastici. Con l’aumentare della frequenza di taglio deve aumentare anche la pendenza del filtro in modo tale che, una volta entrati in banda udibile (sopra in 20HZ), non rimangano tracce di frequenze fondamentali in quel range, sfruttando così la capacità del nostro cervello di ricostruirle psicoacusticamente attraverso la presenza degli armonici.

Un ulteriore motivo per cui usare un filtro passa alto è l’eliminazione del DC offset dovuta ad un problema di non linearità del convertitore A/D-D/A in fase di registrazione o esportazione oppure ancora ad uno scarso livello di progettazione dello stadio di alimentazione dei preamplificatori. Questo si traduce in uno spostamento del livello dello 0 elettrico rispetto allo 0 digitale che può portare ad un percepibile degrado della qualità audio o ancora peggio ad un affaticamento del nostro apparato acustico a causa di una tensione continua negli altoparlanti per tutta la durata del brano. Con alcuni software per il mastering è possibile verificare la presenza di DC offset e di eliminarlo automaticamente sfruttando un sistema di compensazione del voltaggio anche se, il sistema migliore, resta appunto l’uso di un filtro passa alto con una frequenza di taglio anche a 1Hz o comunque generalmente sotto i 10 Hz.
Alla prossima