Pubblicato il 20 Settembre 2009, dopo più di tre anni dal precedente lavoro in studio, Backspacer è Il nono album di inediti realizzato dai Pearl Jam.
Con Gonna See My Friend, brano d’apertura, l’incipit del disco risulta aggressivo ed incalzante, connotato da un sapore prettamente americano. Sulle prime le note ci avvicinano ad un’atmosfera adolescenziale ma, con lo scorrere dei secondi, il suono si carica di vigore e violenza: le chitarre, grosse e sporche ma morbide e comprensibili, si accomodano su di una sezione ritmica rabbiosa eppure priva di isterismo. Gli occasionali accenti melodici si risolvono in una conclusione ritmica, ossessiva e contundente: la parte finale di un irrazionale momento di sfogo.
L’ascolto prosegue con Got Some, pezzo che comincia con un moto incontrollato ed animalesco, in cui si percepisce una carica irrazionale, uno scopo violento, un impulso distruttore a fatica controllato con progressivi, sapientemente dosati, elementi strutturali. Anelito ad un apollineo rigore che agisce, per contrasto, in maniera da sottolineare tutto l’accento furioso di chi non vuole tenere conto di nessun altra opinione se non della propria.
Sprigiona marcata sensualità la mistura musicale di The Fixer, terzo brano del disco che, sospinto da una batteria affidabile e sicura, procede con incedere roccioso e consapevole. Si avverte il piacere di suonare quello che si è concepito a prescindere dal pubblico e da qualsivoglia uditorio. L’invenzione melodica è indovinatissima ed originale; il pezzo entra in testa e funziona come singolo di successo.
Col brano seguente, Johnny Guitar, l’impasto musicale si mantiene compatto ma il cantato si fa più nervoso ed in certi momenti quasi parlato. Eddie Vedder, capace di poliedriche creazioni vocali, dà prova di saper uscire dalle proprie corde realizzando una linea melodica varia e complicata: di certo l’elemento più particolare di questa traccia.
Il fade out introduce, cauto e premuroso, Just Breathe, brano in cui il calore della chitarra acustica, accompagnata da minimali elementi di supporto, va a braccetto con la fantastica voce del cantante: davvero immensa. L’arrangiamento, col crescere del brano, si fa progressivamente più ricco e complesso, senza però compromettere il sapore essenziale della canzone che vede muoversi ad un livello superiore sempre la trainante voce del frontman.
Con Amongst The Waves si conserva una certa dolcezza compositiva e d’arrangiamento in modo che il flusso musicale, ancorché organizzato per tracce, mantenga una linearità di sviluppo. Il gusto è sempre americano ed evocatore del tòpos del viaggio: sembra di scorgere paesaggi, colori, tramonti. C’è un rigenerante senso di slegamento, come si galleggiasse in cielo senza il pericolo della caduta.
Unthought Known propone temi musicali diversi rispetto ai pezzi precedenti. C’è qualcosa, nella chitarra pulita e nel palm-muting (con una probabile punta di flanger), che richiama echi Wish-listiani; ma a questo incedere graduale e misurato fa da contrappunto un crescendo ritmico e decisamente grosso, reso comunque melodico da un pianoforte insistito. Siamo in pieno calati all’interno di una dimensione che ricorda tanti brani dei Coldplay: un prodotto ben fatto ma non originale, quasi inutile e privo di personalità.
La mestizia del disorientato fun dei Pearl Jam viene spazzata via da Supersonic, ottavo pezzo del disco che, sospinto da una batteria carica di accenti pienamente punk, riavvicina l’ascoltatore alla natura più personale del gruppo: un brano che funziona, nello sviluppo del disco, come una sorta di bicchiere di acqua e zucchero dopo il mancamento. Al minuto e venti c’è addirittura un accento di sapore heavy metal che fa sorgere dal più profondo dell’animo un ricco “…AH!!!”. La canzone prosegue poi verso la conclusione ovviamente uguale a se stessa: un pezzo del tutto rock!
Il disorientamento da grunge snaturato però risorge con Speed of Sound, canzone melodica e dolcissima. Quello che potrebbe sembrare scarso apprezzamento da parte di chi scrive è tuttavia cancellato dall’incedere commovente di questa ispiratissima canzone, rispetto alla quale non si può restare indifferenti: quasi che gli occhi, impediti dall’umido, vedano sciogliersi intorno il mondo. In sintesi, connotato da momenti diversi di opposta qualità, questo brano può dirsi abbastanza riuscito.
L’approccio di Force of Nature è duro e vigoroso; la mistura musicale, in certe fasi ritmica eppure melodica, è al cento per cento rock. I suoni sono davvero molto belli ed indovinati; ma il tutto viene compromesso, al minuto 2.34, da un lieve pianoforte che, orribile, è in piena distonia con tutto il brano ed il suo marziale incedere.
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La conclusione del disco è affidata a The End: incredibile! Al di là delle facili ironie il brano, dopo un inizio ispirato ma indifferente, si sviluppa in maniera originale e fantastica: senza dubbio all’altezza della storia e della fama del gruppo. Un afflato sentimentale autentico, reso da una voce calda e da sonorità tenui (chitarra acustica e suggestivi archi), che si conclude tuttavia in maniera brusca: come una cornetta improvvisamente messa giù.
Le considerazioni finali su questo disco tengono conto della qualità assoluta dei P.J., del loro ruolo fondamentale nel panorama musicale degli ultimi venti anni, del fatto che rappresentano un caposaldo nella storia del rock; ma pure di una certa stanchezza compositiva.
Voto: 6 e ½.
LA SCHEDA:
Backspacer
Pearl Jam
Etichetta: Universal Music Group
1. Gonna See My Friend (2:48)
2. Got Some (3:02)
3. The Fixer (2:57)
4. Johnny Guitar (2:50)
5. Just Breathe (3:25)
6. Amongst The Waves (3:58)
7. Unthought Known (4:08)
8. Supersonic (2:40)
9. Speed of Sound (3:24)
10. Force of Nature (4:04)
11. The End (2:57)