Lo smartphone va spento a teatro? In questo caso assolutamente no!
Zafochi, opera scritta da Raffaele Cardone (Polistrumentista dei Marenia e ideatore dei Bidonvillarik verrà eseguita il 20 gennaio 2018 all’auditorium Vitale del Conservatorio di Avellino.
Abbiamo incontrato Raffaele per fargli qualche domanda mentre registrava un coro di bambini negli studi di Illimitarte.
Illimitarte è un’Associazione Culturale Musicale che aggrega giovani nell’area di Napoli Nord e da qualche anno è anche dotata di studi di registrazione, e distribuzione digitale delle opere prodotte dai giovani associati.
A. Campeglia: Cosa vuol dire “Zafochi”?
R.Cardone: Zafochi, in amarico (lingua etiope n.d.r.) vuol dire Alberi. Ho dato questo nome per una personale protesta ecologica contro la devastazione del pianeta compiuta dall’uomo. In effetti Zafochi è una preghiera ed un monito, vuole dire implicitamente vi prego, non continuate a ferirmi, altrimenti dovrò difendermi.
A.C.: Tu sei diplomato in musica elettronica, ramo Tecnico del Suono, ed in Tecnico di sala di registrazione ma il tuo background è ricco di altri studi (Diploma in chitarra nella storica Università della Musica di Roma n.d.r.) e collaborazioni che ti hanno portato sul Times, e tantissimi media mondiali, ci racconti come hai composto la tua opera e soprattutto come verrà realizzata dal vivo anche dal punto di vista tecnico?
R.C.: Zafochi è un raro caso di opera stratificata. Per comprendere come verrà eseguita bisogna immaginarsi 6 pianoforti sul palco connessi ad un sistema multitraccia digitale tramite dei semplici piezoelettrici Korg. I sei piezoelettrici vengono inviati ad un mixer DiGiCo con cui gestisco la quadrifonia e parte della rielaborazione del segnale. Tramite connessione USB i 6 segnali vengono inviati al Mac e con Audio API (Gestione delle fasce sonore prefissate residenti in un server virtuale e gestito con semplice HTML5 e Firefox) e DAW, dove avviene il processing dei segnali catturati dai piezo e la spazializzazione in realtime (la controllo con un Korg nanoKONTROL2 ed un Vestax Pad-One), e tornano al DiGiCo. In sintesi, seguo la partitura eseguita dai 6 pianisti (Che hanno il click nelle cuffie perché sincronizzati tra loro, con le mie fasce acusmatiche, con il video e con gli effetti (granularizzatori, armonizzatori, linee di ritardo, e qualche plug in realizzato da me con Max/MSP filtri in diverse configurazioni, etc) in real time.
A.C.: Quali sono state le criticità nella scrittura dell’opera?
R.C.: Era da tempo che volevo scrivere qualcosa che mettesse insieme più aspetti, quelli della disgregazione totale del linguaggio tonale, armonico, melodico e ritmico, l’elettronica, e l’alea anche durante la lettura. Ho chiesto ai pianisti anche di leggere lo spartito in verticale, immaginando una linfa che dalle radici giunga alle “foglie”, attraversando anche improbabili forme, ma sempre seguendo una delle 4 matematiche coinvolte (geometria, aritmetica, algebra, ed analisi n.d.r.). E volevo che il seme sonoro fosse proprio quel mix di sovrapposizioni frequenziali catturate dai piezoelettrici, rielaborate e fruite in quadrifonia dal pubblico.
A.C: In Zafochi quindi il pubblico in sala ascolta contemporaneamente il suono acustico dei pianoforti e la sua rielaborazione quadrifonica, ma ci sono anche delle fasce sonore prefissate, come le hai realizzate?
R.C.: Negli studi illimitarte a Villaricca ed in quelli dei Marenia a Copenaghen ho realizzato diverse fasce sonore prefissate. Sono intervenuti molti artisti, Maria Ylenia Trozzolo alle voci, Vittorio Bruno, alle percussioni etniche, Nicola Orabona alla Batteria, Melissa Scaricati ai Carillons,
Angela Panico alla voce recitante, ed i bambini de “il Cassetto di Cecilia”, tutti certi che il risultato sarebbe stato realmente inaspettato!

A.C.: L’opera ha anche una parte binaurale fruita dagli spettatori mediante lo streaming internet. Come l’hai realizzata?
R.C.: Mi è sempre piaciuto il mondo binaurale. In realtà ne sono appassionato da quando l’ascoltai nei Pink Floyd tanti anni fa. Per ore riascoltavo il disco e cercavo di immaginare una soluzione (che non avrei trovato senza studiare) su come fosse possibile mettere un suono in uno spazio tridimensionale. In effetti complesso lo è ancora oggi e non è questo il momento di fare una lezione su autocorrelazione, differenze di ampiezza e fase di un segnale e di quanto l’orecchio sia un organo affascinante. Ciò che è importante sapere è che esiste un database di “caratteristiche” delle varie “funzioni di trasferimento” della testa (HRTF) di cui tener conto e con cui viene convoluto il segnale (ho usato una testa di grandezza media di un adulto basandomi semplicemente su un metro empirico, altrimenti avrei dovuto “misurare” la testa ad ogni spettatore e affidargli un Raspberry Pi con un paio di cuffie – e non è detto che non lo faccia con Python3 in futuro).
Considerando che le alte frequenze sono direttive ho usato un algoritmo per simulare questa direttività e distanziando i suoni nel tempo (distanza interaurale), dando loro livelli diversi, uniti al fatto che se voglio posizionare un suono dietro la testa sarà “mascherato” dal filtro naturale passabasso che è il padiglione uditivo, per l’azimut è cosa fatta. Per l’elevazione è cosa ben più complessa ma ci aiutano le scanalature del padiglione uditivo che ci riportano il segnale riflesso dal pavimento e dal soffitto in un tempo x. Il segnale originale sovrapposto a se stesso distanziato nel tempo avrà come risultato un terzo segnale che possiederà nel manto frequenziale dei “buchi” e saranno sempre nello stesso posto in base al tempo di ritardo. Ecco svelato l’arcano dei combfilters (filtri a pettine n.d.r.).
Insomma se cancellano questa parte dell’intervista e non la leggerete mai sappiate che non condannerò mai Age Of Audio per averlo fatto!
A.C.: Come funziona lo streaming audio e che parte ha in Zafochi?
R.C.: Il server di Illimitarte ospita l’opera ed ho messo un QR code che porta al file. In base alla compatibilità del browser utilizzato, gli ascoltatori avranno l’Autoplay o meno. Potranno far partire la parte binaurale semplicemente inquadrano il QR code che troveranno al proprio posto. Il pubblico deve indossare le cuffiette (Attenti a L e R! Altrimenti non avremo l’effetto voluto!)
A.C..: Come mai hai deciso di eseguire la tua opera al Conservatorio Cimarosa di Avellino?
R.C.: Ho studiato sia per il triennio che il biennio al Conservatorio Cimarosa. Mi sono divertito molto e sono stato bene. Ho incontrato persone magnifiche lì. E quando il M° Carmela Palumbo mi ha coinvolto in questa avventura senza pensarci due volte le ho detto:” Ho il titolo, Alberi!”.
E poi ho subito immaginato tutta l’opera. Avevo bisogno di pianisti esperti, che non giudicassero l’opera per la sua scrittura in partitura (Vi assicuro che è davvero folle!) ma che l’eseguissero senza pregiudizi ed ho trovato una squadra vincente! Ivana Altieri, Carmela Palumbo, Maria Olimpia D’Urso, Vincenzo Fortunato, Marco Bruno e Luigi Gagliardi che dirigerà l’organico, hanno avuto fiducia in me e con la loro grande professionalità e sensibilità hanno trasformato le mie follie in quel dialogo che avevo in mente tra uomo e natura.
È doveroso ringraziare il Conservatorio di Avellino “Domenico Cimarosa, nella persona del Direttore il M° Carmelo Columbro, il Presidente Dott. Luca Cipriani, il M° Massimo Aluzzi e la scuola di Musica elettronica: Tecnico del Suono, senza i quali sarebbe stato impossibile realizzare tutto questo!
Altre info: www.raffaelecardone.it
¿El móvil se apaga en el teatro? En este caso, ¡absolutamente no!
Zafochi, obra escrita por Raffaele Cardone (multi-instrumentista de los Marenia y creador de los Bidonvillarik) fue representada el 20 de enero 2018 en el auditorio Vitale del conservatorio de Avellino.
Hemos quedado con Raffaele para hacerle algunas preguntas, mientras grababa un coro de niños en el estudio de Illimitarte.
Illimitarte es una Asociación Cultural Musical que agrupa jóvenes de la zona norte de la provincia de Nápoles y que desde hace algunos años está dotada de un estudio de grabación y distribución digital de las obras producidas por los jóvenes asociados.
A. Campeglia: ¿Qué significa “Zafochi”?
R.Cardone: Zafochi, en amhárico (idioma etíope) significa árboles. Puse este nombre a la obra por una protesta personal ecológica contra la destrucción de nuestro planeta por el ser humano. De hecho, Zafochi es una oración y al mismo tiempo un recordatorio que nos hace la tierra, casi como si quisiera decir: ¡Os lo ruego, no sigáis hiriéndome, de otro modo tendré que defenderme!
A.C.: Eres licenciado en Música Electrónica por el Conservatorio, en las ramas de Técnico de Sonido y Técnico de Estudio de Grabación, pero tienes un pasado rico en otros estudios (Diploma de Guitarra en la histórica Universidad de Música de Roma) y colaboraciones que te han llevado a aparecer en la revista Times y en muchos otros medios de comunicación, ¿nos cuentas cómo has creado tu obra y sobre todo cómo se hace en directo también desde el punto de vista técnico?
R.C.: Zafochi es un caso raro de obra estratificada. Para entender cómo se ejecuta necesitas imaginar seis pianos en el escenario, conectados a un sistema multipista digital con unos sencillos piezoeléctricos Korg. Los seis piezoeléctricos son enviados a un mezclador de audio DiGiCo con el que me ocupo de la cuadrafonía y parte de la reelaboración de la señal. Mediante una conexión USB las seis señales se envían al Mac y con Audio API ( Gestor de bandas sonoras predeterminadas en un servidor virtual manejado con un sencillo HTML5 y Firefox) y DAW se produce el procesamiento de la señales capturadas por los piezoeléctricos y la espacialización en tiempo real (la controlo con un Korg nanoKONTROL2 y un Vestax Pad-One), finalmente vuelven al DiGiCo. En pocas palabras, sigo la partitura ejecutada por los seis pianistas en tiempo real (los pianistas tienen la señal en los auriculares porqué están sincronizados entre ellos y con otros elementos: mis bandas acusmáticas, el vídeo y los efectos granulares y armonizadores, los efectos de retraso, algunos plug-in hechos por mi con Max/MSP y unos filtros de diferentes configuraciones).
A.C.: ¿Cuáles fueron las dificultades durante la composición de la obra?
R.C.: Desde hace mucho tiempo quería escribir algo que uniera varios aspectos: la disgregación del lenguaje tonal, armónico, melódico y rítmico, la electrónica y también el riesgo durante la lectura. Pedí a los pianistas leer la partitura verticalmente, imaginando la savia subiendo desde las raíces hasta las “hojas”, atravesando también formas insólitas, pero siempre siguiendo una de las cuatro matemáticas implicadas (geometría, aritmética, álgebra y análisis). Además quería que el eje del sonido fuese exactamente la mezcla de yuxtaposiciones frecuenciales capturadas por los piezoeléctricos, reelaboradas y disfrutadas en cuadrafonía por el público.
A.C.: En la obra Zafochi entonces el público escucha simultáneamente el sonido acústico de los pianos y su reelaboración cuadrafonica, pero hay también algunas bandas sonoras predeterminadas, ¿cómo las creaste?
R.C.: En los estudios de grabación de Illimitarte en Villaricca y en los de los Marenia en Copenhague creé varias bandas sonoras predeterminadas. Intervinieron muchos artistas: Maria Ylenia Trozzolo en las voces, Vittorio Bruno a los tambores, Nicola Orabona a la batería, Melissa Scaricati a los carillones, Angela Panico recitando su parte y los niños de “Il Cassetto di Cecilia”. ¡Todos estaban seguros de que el resultado era realmente sorprendente!
A.C.: La obra también tiene una parte binaural que los espectadores pueden escuchar recurriendo a internet y a sus móviles. ¿Cómo has realizado esta parte?
R.C.: Siempre me ha gustado el mundo binaural. En realidad, me interesa desde cuando escuché a Pink Floyd. Durante horas escuchaba sus discos e intentaba imaginarme (algo que nunca habría encontrado si no hubiera estudiado) cómo sería poner un sueño en un espacio tridimensional. En efecto, es algo muy complejo, pero no es el momento de una clase de autocorrelación, de diferencias de frecuencia, de señal del sonido o de cómo el oído es un órgano fascinante. Lo importante es saber que existe una base de datos de “características” de las varias “funciones de transferencia” con las cuales un hombre interconecta el sonido en su cabeza (Usé la cabeza del tamaño medio de un adulto basándome sencillamente en un criterio empírico, de otro modo hubiera querido “medir” las cabezas de cada uno de los espectadores y darle un Raspberry Pi con dos auriculares – y no es cierto que no lo vaya a hacer con Pyton3).
Teniendo en cuenta que las altas frecuencias son directivas, usé un algoritmo para simular esta directividad y distanciar los sonidos en el tiempo (distancia interaural), dándoles niveles diferentes, junto al hecho que si quiero posicionar un sonido detrás de la cabeza del espectador será “camuflado” por el filtro natural de paso bajo que es el conducto auditivo. Por la elevación es mucho más difícil, pero nos ayuda la forma misma del conducto auditivo que devuelve la señal reflejada por el suelo y por el techo en un tiempo x. La señal original superpuesta a sí misma y distanciada en el tiempo, tendrá como resultado una tercera señal que tendrá en el manto frecuencial unos “huecos” y serán siempre en el mismo lugar según el tiempo de retraso. Aquí está descifrado el acertijo de los combfilters. ¡Bueno si váis a borrar esta parte de la entrevista y no la váis a leer nunca, que sepáis que no lo voy a condenculpar ar a Age Of Audio por haberlo hecho!
A.C.: ¿Cómo funciona el audio en streaming y qué parte tiene en Zafochi?
R.C.: El servidor de Illimitarte acoge la obra y he puesto un código QR que lleva directamente al archivo. Según la compatibilidad del servidor empleado, los espectadores tendrán el Audioplay o no. Podrán empezar con la parte binaural sencillamente escaneando el código QR que encontrarán en su propio asiento. El público tendrá que ponerse los auriculares. (¡Atención con los auriculares L y R o no se conseguirá el efecto deseado!)
A.C.: ¿Por qué has decidido hacer tu obra en el Conservatorio Cimarosa de Avellino?
R.C.: Estudié en el Conservatorio Cimarosa. Me divertí mucho y estuve bien. Conocí personas maravillosas allí. Y cuando el maestro Carmelo Palumbo me metió en esta aventura, le dije sin pensarlo dos veces: ¡Tengo el título, árboles!
Y después, enseguida pensé toda la obra. Necesitaba pianistas profesionales que no juzgasen la obra por la escritura de su partitura (¡Les aseguro que es verdaderamente una locura!), sino que la ejecutasen sin perjuicios y encontré un equipo perfecto: Ivana Altieri, Carmela Palumbo, Maria Olimpia D’Urso, Vincenzo Fortunato, Marco Bruno y Luigi Gagliardi que dirige los músicos. Ellos creyeron en mí y con su gran profesionalidad y sensibilidad transformaron mis locuras en el diálogo entre hombre y naturaleza que yo tenía en mi cabeza.
Debo dar las gracias al Conservatorio de Avellino “ Domenico Cimarosa”, al maestro Carmelo Columbro, al Presidente Dr. Luca Cipriani, al maestro Massimo Aluzzi y a la escuela de música electrónica: “Tecnico del Suono”. Sin ellos, hubiera sido imposible realizar todo esto.