Tutti a dare addosso a Spotify e alla fine tutti lo amano. Io l’ho scoperto da poco tempo grazie alla mia compagna musicofila e devo dire che già l’adoro.
Posso già immaginare la reazione di quelli che appartengono alla mia generazione con un piede nell’analogico e l’altro nel digitale. Direbbero: “Come ti permetti? Tu che sei nato con l’alta fedeltà ascolti un freddo streaming come un adolescente?” Cari miei coevi, calmatevi, i tempi cambiano e anche noi nostalgici possiamo adeguarci. Vedete, io appartengo alla vostra generazione partita dal nastro, transitata per il vinile e approdata al CD.

Ancora oggi adoro il rito iniziatico di sfilare un vinile dalla busta, appoggiarlo sul piatto, sentire il rumore erotico della puntina sul disco e accomodarmi sul divano. Ricordo anche il momento esatto in cui ho sentito per la prima volta un CD meravigliandomi della superba qualità sonora. Ma c’è un aspetto sul quale dobbiamo convenire. All’epoca del supporto rigido abbiamo sentito molta meno musica di oggi. Per la difficoltà di reperire i dischi a causa anche del prezzo elevato soprattutto quando eravamo giovani squattrinati. Con lo streaming oggi abbiamo un repertorio di musica molto più vasto rispetto a prima. Personalmente ho scoperto dei dischi vecchi con lo streaming e non con i supporti rigidi di un tempo. Quando parlo di streaming mi riferisco ovviamente anche a piattaforme come YouTube, iTunes, Tidal, ecc. Sono cosciente del fatto che la qualità audio dello streaming non è comparabile a quella di un impianto di alta fedeltà.

Molti sostengono che la qualità delle registrazioni di un tempo era molto più “calda” e avvolgente di quella di oggi e che le varie piattaforme di streaming alla fine comprimono la qualità sonora. Un’altra affermazione ricorrente è quella secondo cui la musica di oggi è qualitativamente inferiore rispetto a quella dei grandi classici. Sono in parte d’accordo con queste tesi. Vero è che certi dischi degli anni ’70 suonano ancora oggi in maniera pazzesca e molte produzioni di oggi cercano di riprodurla. Altrettanto veritiera l’affermazione riguardo la compressione qualitativa dei file audio sui servizi di streaming. Vorrei provare a controbattere entrambe le tesi proponendo qualche riflessione. Se è vero che lo streaming comprime la qualità audio tuttavia essa è molto accettabile se viene riprodotta da un impianto decente e non da un paio di auricolari o peggio ancora dal telefono in vivavoce.

All’epoca del supporto rigido, per motivi di grande distribuzione, inevitabilmente ascoltavamo poco o niente le produzioni indipendenti poiché gli artisti poco conosciuti riuscivano si è no a sfornare un solo disco e poi venivano distribuiti poco o nulla. Bisognava caparbiamente andare a procurarsi cassette pirata degli artisti non mainstream. Anche l’aspetto della registrazione e produzione era molto più costosa per le etichette che dovevano investire ingenti capitali in studi di registrazione, arrangiatori, musicisti, eccetera. Nell’epoca del digitale gli artisti indipendenti possono praticamente registrare i loro dischi a casa e autodistribuirsi sui servizi di streaming.
Grazie a Spotify ho scoperto artisti indipendenti che fanno musica molto più interessante dei cosiddetti giganti. Perché è questo che conta, la qualità della musica non il mezzo di riproduzione. Come dire: meglio il contenuto del contenitore. Il male assoluto non è Spotify, ma semmai la cattiva musica che si sente in giro nei circuiti ufficiali.
Lorenzo Sorbo