Nel panorama sempre più affollato della musica strumentale contemporanea, distinguersi non significa solo suonare bene, significa costruire un linguaggio.
Con Sunlight, il secondo capitolo del progetto Drift Lab, Manuele Montesanti non cerca semplicemente una direzione: la definisce.
Fin dalle prime battute, è evidente che questo lavoro non nasce per essere consumato, ma per essere attraversato. Sunlight è un disco che si sviluppa per stratificazioni: armoniche, timbriche, dinamiche. Un’architettura sonora che vive di equilibri sottili tra scrittura rigorosa e respiro improvvisativo.
La matrice jazz è presente, ma non è mai dominante. Piuttosto, viene assorbita in un sistema più ampio, dove elementi di musica cinematica, prog contemporaneo ed elettronica convivono senza gerarchie evidenti. Il risultato è un suono “ibrido” nel senso più maturo del termine: non una fusione superficiale, ma una sintesi consapevole.
Dal punto di vista compositivo, Montesanti lavora per sottrazione tanto quanto per accumulo. Le progressioni armoniche evitano soluzioni prevedibili, privilegiando movimenti laterali, sospensioni, modulazioni implicite. Non c’è mai una vera risoluzione definitiva ed è proprio questa tensione irrisolta a dare identità al disco.

Allo stesso tempo, proprio questa ricchezza diventa, a tratti, un limite. In alcuni passaggi emerge una certa densità esecutiva, con momenti in cui il virtuosismo dei musicisti prende il sopravvento sul respiro complessivo del brano. Avrei personalmente apprezzato qualche spazio in più, qualche pausa capace di valorizzare ulteriormente le dinamiche e rendere ancora più incisivo il discorso musicale.
Il pianoforte e i sintetizzatori diventano il centro gravitazionale del progetto, ma ciò che colpisce è la gestione dello spazio: ogni elemento è collocato con precisione quasi chirurgica. La produzione, estremamente pulita, non sacrifica mai la profondità. Anzi, amplifica la percezione tridimensionale del suono, rendendo ogni dettaglio parte integrante del discorso musicale.
Brani come Serendip evidenziano il lato più dichiaratamente jazzistico, grazie anche all’intervento del sax, mentre Evolving si presenta come una sorta di manifesto estetico: minimale, introspettivo, quasi sospeso. La title track Sunlight, invece, rappresenta il punto di equilibrio tra accessibilità e complessità, senza mai scadere nel prevedibile.
Dal punto di vista ritmico, il disco gioca spesso su metriche fluide e microvariazioni che sfuggono a una percezione immediata, ma che contribuiscono a creare un senso costante di movimento. Non c’è mai staticità, anche nei momenti più rarefatti.
È proprio questa tensione tra controllo e libertà a rendere Sunlight un ascolto esigente ma gratificante. È un album che richiede attenzione, perché al suo interno si nascondono intrecci musicali raffinati e passaggi armonici tutt’altro che scontati, capaci di rivelarsi pienamente solo con ascolti ripetuti.
Non è un disco commerciale, né prova ad esserlo. È un lavoro pensato per chi ama la musica come esperienza attiva, per chi trova valore nell’ascolto attento e nella scoperta dei dettagli.
In un contesto dove la tecnica spesso diventa fine a sé stessa, Drift Lab 2 sceglie una strada più ambiziosa: usare la tecnica per costruire significato. E nonostante qualche eccesso di densità, Sunlight resta un lavoro solido, coerente e profondamente musicale.
Alla prossima!