L’icona indie per eccellenza è tornato dopo tre anni con un nuovo disco molto atteso e immediatamente balzato ai vertici delle classifiche di vendita.
In questi anni Brunori è riuscito ad emergere dalla nicchia underground e conquistare un pubblico trasversale che include sia i giovani ventenni che i brizzolati quarantenni forse più nostalgici della canzone d’autore. Bisogna dirlo, oggigiorno i cantautori sembrano quasi una razza in estinzione considerando il panorama attuale dominato quasi esclusivamente dai trapper. Uno dei meriti di Brunori, perciò, è stato proprio quello di aver rivalutato la figura del cantautore puro. Comincio subito col dire che il disco è molto godibile e, nel mare magnum di uscite discografiche, sicuramente presenta una sua identità distintiva. Azzardo anche l’idea che sia un disco in cui i testi siano per certi versi più interessanti delle musiche.

Francamente non se ne può più di quei testi Indie dove si arriva a cantare il bugiardino dei farmaci perché fa figo e non perché non si cosa raccontare. Con Brunori, invece, siamo a un altro livello. Le tematiche sono sempre quelle e non si scappa: amore, relazioni, precarietà, tempo che passa ma l’acume con cui vengono trattate fa la differenza e Brunori lo fa in modo maturo e mai scontato. Riesce a cogliere gli smarrimenti di una società liquida con grande ironia e penetrazione. Cuce piccole storie quotidiane di provincia nelle quali molti si possono riconoscere. Del resto, basta vederlo nelle tante interviste dove si apprezza subito la sua acuta autoironia e la capacità di non prendersi mai troppo sul serio, virtù così poco praticata nell’epoca del narcisismo digitale.
Ho ascoltato il disco come si faceva una volta, tutto intero come se fosse un vinile. E devo dire che la prima qualità risiede proprio nel fatto che “scorre” bene come se le tracce fossero cucite l’una all’altra senza soluzione di continuità. Immediatamente vengono in mente tre luminari della canzone italiana a cui Brunori s’ispira: Lucio Dalla, Francesco De Gregori e Rino Gaetano. La loro presenza stilistica si sente qua e là in tutte le canzoni, innegabilmente a mio avviso.
Come in “La canzone che hai scritto tu” che nel suo incipit musicale, nel groove e nella linea melodica del cantato riporta immediatamente a “Com’è profondo il mare.” Stessa cosa per “Bello appare il mondo” che ricorda sia la degregoriana “Cercando un altro Egitto” che il tipico stile canoro di Rino Gaetano con le sue strofe “urlate” e in crescendo. Certo, con questo non voglio accusare Brunori , ci mancherebbe altro. Del resto, da sempre nell’arte funziona un po’ come nella legge di Lavoisier: nulla si crea, ma tutto si trasforma. Eppure a un brizzolato quarantenne come me non sono sfuggite le parentele artistiche, forse meno a un ventenne che probabilmente ha perso d’orecchio il repertorio della canzone d’autore degli anni 70.
Ad ogni modo la produzione e gli arrangiamenti sono di prim’ordine essendo affidati ad un collaudato Taketo Gohara, produttore che negli anni si è fatto notare per la sua perizia con artisti come Capossela e Negramaro.

Il pianoforte regna sovrano in quasi tutte le tracce, ma gli arrangiamenti non disdegnano l’uso di archi, cori e sintetizzatori dosati con molto gusto e mai sovrabbondanti. Le canzoni più riuscite, per me, sono due. “Per due che come noi”, diventato fulmineamente quasi un inno generazionale sul senso delle relazioni di lunga durata e “Quelli che arriveranno”, una storia “strappalacrime” vista dagli occhi ingenui di un bambino.
Un disco decisamente di un pop raffinato, con canzoni che entrano nella testa per la loro levità e per la piacevolezza. Non sarà un disco musicalmente memorabile, ma si erge notevolmente in alto per lirismo e personalità, cosa assai rara nell’epoca dello streaming infinito.
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