C’eravamo tanto amatiC’eravamo tanto amati

Diego Cordua

Mi trovavo in un noto locale romano con la mia ragazza, ed ammiravo estasiato una performance dei Fitness Forever. Dovrei dire “magnifica performance”, ma sarei pleonastico.
Ad un tratto, come spesso succede nelle loro performance, vengono eseguiti alcuni brani dei Valderrama 5. Dovrei dire “magnifici pezzi”, ma sarei pleonastico anche qui.

Fitness Forever
Fitness Forever

In che rapporto sono iFitness Forever ed i Valderrama 5? Ve lo spiego in due parole: hanno in comune il genio che ha partorito la stragrande maggioranza delle loro opere d’arte musicali, ossia Carlos Valderrama (non il calciatore, intendiamoci). I Valderrama 5 sono ormai nella mitologia di quella nicchia di pubblico che, sparso un po’ in tutta Italia, ha apprezzato le doti di un esercito di giovani che andavano in giro a divertirsi, prima ancora che divertire. Micio, Diego Rodriguez, Olio, Squalo, Carlos e quelle altre 18-20 persone che orbitavano – congiuntamente o disgiuntamente – nel gruppone erano tipi che sudavano. E che talora, ancora oggi, continuano a sudare in alcune “reunion”.
Carlos, di tanto in tanto, nei concerti dei FF continua a suonare anche qualche pezzo dei Valderrama 5. Ed oltre a generare il delirio degli affezionati, fa anche sorridere gli ospiti d’onore delle loro serate, ossia le vecchie (si fa per dire) matricole che siedono nel pubblico o tra i banchi dei fonici.
Ma che cosa potrebbe accadere qualora uno dei Valderrama 5 dicesse ai Fitness Forever “Questo è un nostro brano e vogliamo un Tot euro per ogni esecuzione?”.
Quest’immagine mi fa ridere al solo pensiero… Ma usciamo dal caso di specie e passiamo a parlare di quel gran problema che è la gestione delle opere collettive.

La regola d’oro

“In tempo di pace si fissino le regole per i tempi di guerra”. Non ricordo chi l’abbia detto prima di me, ma poco importa: è un dogma indispensabile da seguire, sempre, tanto più quando parliamo di diritti d’autore ed in particolare del diritto di sfruttamento economico dell’opera.
Cerchiamo di restringere il più possibile il campo di nostro interesse, per evitare divagazioni (così il mio Boss sarà oltremodo orgoglioso di me).
La più classica delle situazioni, alla quale pertanto ci dedicheremo, è trovarsi con un novero di canzoni, integrate in un album la cui identità progettuale è ben definita.
Detta così sembra semplice, ma in realtà non lo è. Infatti si aprono ben tre scenari, tutti necessariamente da sottoporre ad una precisa definizione:

1. L’album può essere considerato opera a sé stante, la cui identità è talmente “forte” da schiacciare idealmente le singole identità delle tracce che lo compongono. Intendiamoci: in pochi vi seguiranno su questa strada, materialmente concepibile su progetti musicali abbastanza visionari e complessi… ma in ogni caso siamo dinanzi ad un’opera “complessa”, il cui contributo di ciascun autore è inscindibile dal contributo degli altri.
2. Un’opera “complessa” – e qui siamo già sul pianeta terra – può anche essere la singola canzone in cui i contributi apportati (melodia, testo, arrangiamento, etc.) sono, come sopra, non distinguibili;
3. Più verosimilmente, l’album potrà essere un’opera “collettiva”, in cui i singoli contributi sono ben distinguibili e “rivendicabili” dai vari artisti, pur riconoscendo un diritto a sé in capo al coordinatore del progetto-album. In questo scenario avremo, dunque, un diritto in capo a chi ha sudato otto camicie per mettere insieme le varie tracce, oltre a singoli diritti in capo all’autore/agli autori che hanno creato le singole tracce.
Questi sono soltanto i tre scenari più diffusi nella vita reale, verificabili nel magico mondo delle produzioni artistiche. La fantasia (o la realtà?) potrebbe fornirci ben altre situazioni, ma sforeremmo dallo scopo didascalico di queste chiacchierate e, soprattutto, finirei col tarparvi le ali.

I contenuti

Se comprendiamo i principi che regolano le fattispecie sopra esemplificate, riusciremo a definire e gestire in modo ottimale i rapporti tra coautori.
Le ipotesi n. 1 e 2 sono riconducibili all’art. 10 del r.d. 633 del 1941, la nostra nota “stella polare” sul diritto d’autore. Una volta definito come inscindibile l’apporto di ciascun coautore, allora i diritti d’autore andranno ripartiti tra tutti i coautori, presumibilmente in parti uguali e salvo patto contrario. Altresì, i diritti morali (ossia il diritto di “rivendicare la paternità dell’opera e di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell’opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione”) potranno essere esercitati “individualmente da ciascun coautore”. L’opera, in tal caso, non può essere pubblicata, se inedita, né può essere modificata o utilizzata in forma diversa da quella della prima pubblicazione, senza l’accordo di tutti i coautori. Ma attenzione: eventuali capricci possono essere superati davanti all’Autorità giudiziaria, che potrà essere interpellata per autorizzare la pubblicazione, la modificazione o la nuova utilizzazione dell’opera.
L’ipotesi 3 rientra nell’area dell’opera collettiva, ossia (secondo l’art. 3 l.d.a.) l’opera costituita dalla riunione di opere o di parti di opere, con “carattere di creazione autonoma, come risultato della scelta e del coordinamento ad un determinato fine”. Per non scontentare (giustamente) nessuno, restano in piedi “i diritti di autore sulle opere o sulle parti di opere di cui sono composte”.
Quindi coesisteranno, nell’opera collettiva, due distinti diritti d’autore (art. 7 l.d.a.): uno in capo a chi “organizza e dirige la creazione dell’opera” ed uno in capo al c.d. “elaboratore”, nei limiti dell’opera apportata.

Cosa definire prima di tutto?

Da quanto sopra esposto possiamo dire che è fondamentale:
– Definire eventuali accordi di ripartizione dei diritti d’autore diversi rispetto a quanto prescrive l’art. 10 della l. 633: in pratica, se i contributi sono diversi e lo si vuol valorizzare, mettiamolo nero su bianco e quantifichiamo (anche in termini percentuali, banalmente) le diverse quote di sfruttamento dell’opera.
– Come ben suggerisce l’art. 40 l.d.a., prendiamo la sana abitudine – che hanno in tanti, e ci sarà una ragione….. – di dare a Cesare quel che è di Cesare. Non mi riferisco a Cremonini, come al solito, ma alla bella pratica di segnare, accanto ad ogni brano, il suo autore, indicando ad esempio chi ha creato la melodia e chi il testo. Infatti, “Il collaboratore di opera collettiva [omissis] ha diritto, salvo patto contrario, che il suo nome figuri nella riproduzione della sua opera nelle forme d’uso”.
– Pensare che ogni vicenda umana ha un inizio ed una fine. Anche una band rientra in questa regola. Quindi, pensiamo a fissare delle regole su come “liquidare” i rapporti con colui/coloro che ad un certo punto della loro vita decideranno, per qualsiasi motivo, di prendere altre strade!

I rapporti “infra-gruppo”.

Una volta ogni tanto, voglio esser serio. Questa puntata vuol essere qualcosa di più di una semplice descrizione di come poter regolare i rapporti tra componenti di una band musicale. Leggendo tra le righe sarà facile capirlo.
Soprattutto in periodo di crisi, la nostra creatività ha valore immenso. Ma prima di pensare a cosa è successo ai Genesis, ai Bluvertigo o ai Luna Pop, vogliamo provare a rispettare chi condivide con noi un sogno, un’avventura, sacrifici e notti insonni in sala registrazione, ispirazioni fumose e botte di genio?
Vogliamo capire che il cervello, l’ispirazione, l’arte sono roba preziosa? Vedo discreti suonatori lungo le strade, tanto a Napoli quanto a Roma, che s’accontentano. Se solo convertissero anche un terzo del tempo e delle energie spese per strada in qualcosa di più, farebbero scintille. Se solo valorizzassero loro stessi e la loro arte, darebbero un senso più profondo di quattro note copiate e strimpellate in una torbida banalizzazione.
Partire con piccoli ed umili passi non impedisce di puntare a volare alto….

Avv. Diego Cordua

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Diego Cordua, napoletano, classe 1982. E’ avvocato e lavora per una società di consulenza legale. E’, inoltre, collaboratore esterno di cattedra all’Università Suor Orsola Benincasa. Nel tempo libero è volontario per Amnesty International. Da sempre appassionato di musica, nei suoi tanti ed interminabili viaggi gli piace ascoltare di tutto, da Paolo Conte ai Police, passando per i Fitness Forever ed i Depeche Mode. Non dimentica, peraltro, il suo passato da chitarrista classico, una passione durata un quinquennio e poi messa (ancora per poco) a malincuore in cantina per motivi di tempo. Da questo mix mai sopito nasce la voglia di cooperare alla crescita del sito Age of Audio, nel ruolo di revisore di bozze e di autore dei contributi per la rubrica Articolo 33.
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