Clavier à lumières, uno strumento sinestetico

Paolo Cherubini
Clavière a lumiére. Progetto: Nicholas Kanozik's Light Organ (Clavière a lumiére)

Nel precedente articolo avevo discusso del synth ANS, acronimo del nome di Skrjabin a cui la macchina era dedicata, oggi parlerò del Clavier à lumières pensato proprio da Skrjabin stesso per l’esecuzione della sua opera <<Prometeo o il poema del fuoco>> nel 1910.

Lo strumento consiste in una tastiera che ad ogni nota o cambio d’armonia corrispondente proietta un fascio di luce colorata. I colori evidenziano gli stati d’animo evocati dalla musica e indicati da Skrjabin nella partitura secondo il sistema sinestetico (la parte del Clavier à lumières è indicata in partitura in chiave di sol su due righi di pentagramma: uno segue la scala cromatica, l’altro il circolo delle quinte).

Fig.1 – Tastiera e circolo delle quinte secondo il metodo sinestetico

È ancora dibattuto il fatto che Skrjabin sia stato un vero e proprio sinesteta, certo è che le associazioni di colore siano state influenzate da letture teosofiche e dagli scritti di Louis Bertrand Castel, matematico e gesuita francese che nel XVIII secolo ideò il clavicembalo oculare. Castel era convinto che suono e colore avessero uguali caratteristiche ovvero: la natura ondulatoria e l’essere fenomeni vibrazionali, la propagazione rettilinea, il cambiamento di direzione per effetto della riflessione e della rifrazione.

Fig.2 – Caricatura del clavicembalo oculare di Castel realizzata da Charles Germain de Saint Aubin

Lo strumento mostrato in figura funzionava in questo modo: alla pressione di un tasto, in un riquadro sopra al clavicembalo apparivano dei piccoli pannelli, che mostravano diversi colori preimpostati in base alla correlazione tra scala musicale e spettro cromatico. In altri esperimenti Castel utilizzò dei cristalli colorati di differenti dimensioni; tuttavia la sorgente luminosa disponibile a quei tempi, la candela, non era sufficientemente potente per produrre gli effetti desiderati. Castel lavorò inizialmente facendo corrispondere i colori dello spettro cromatico alle note della scala diatonica, iniziando dal Violetto per il Do e terminando la scala con il Porpora per il Do acuto.

Dopo la morte di Castel, avvenuta nel 1757, le sue idee continuano a circolare anche perché durante la sua esistenza poté mostrare il suo strumento a personalità quali Telemann, Montesquieu e Diderot, che nel 1753 dedica al clavicembalo oculare una voce dell’ Encyclopédie; lo stesso Rousseau raccontò di aver conosciuto Castel e visto il clavicembalo oculare. Successivamente il filosofo Moses Mendelssohn, nonno di Fanny e Felix, menzionava il clavicembalo di Castel nell’undicesima lettera sulle sensazioni. Nel 1768 Eulero lo descriveva alla principessa di Anhalt-Dessau sostenendo che di certo ne aveva già sentito parlare, anche se egli riteneva non fosse in grado di procurare piacere.

Dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti tra il 1876 e il 1877 Bainbridge Bishop inventa una sorta di clavicembalo oculare che nel primo esemplare consta di una tastiera con soli 4 tasti corrispondenti alle note la-re-fa-la e, altrettante finestrelle da cui sono proiettati dei colori. Successivamente lo stesso Bishop brevetterà il Color Organ che sfortunatamente non è arrivato fino a noi in quanto i 3 esemplari costruiti andarono distrutti in un incendio.

Fig.3 – Color Organ di Bainbridge Bishop e schema di funzionamento

Nel 1893 Bishop ci lascia una dettagliata descrizione del Color Organ nello scritto dal titolo <<A Souvenir of the Color Organ, with Some Suggestions in Regard to the Soul of the Rainbow and the Harmony of Light>> che riportiamo di seguito: “Ho costruito una serie di strumenti sperimentali, rimodellandoli e cambiandoli al fine di rendere più chiara l’idea e di ottenere l’effetto migliore. Il più soddisfacente che abbia costruito è formato da una lastra di vetro smerigliato semicircolare del diametro di circa un metro e mezzo, incorniciato come un quadro, e disposto nella parte superiore dello strumento. Su di essa vengono mostrati i colori. Lo strumento è dotato di piccole finestre con differenti vetrini colorati ed ogni finestra è dotata di un otturatore e costruita in modo che, premendo un tasto dell’organo, l’otturatore si apra e mostri il colore della sua luce. Questa luce, diffusa e riflessa su uno schermo bianco dietro la lastra di vetro smerigliato ed in parte anche sul vetro stesso, produceva un colore sfumato sulla tinta neutra del vetro… Ho posizionato lo strumento davanti ad una finestra illuminata dal sole, ma si può usare anche una luce elettrica posta dietro. Ho avuto alcuni problemi nel decidere come posizionare l’intervallo dei colori da usare, ma alla fine ho deciso di impiegare il rosso per il Do e di dividere lo spettro cromatico in 11 semitoni, aggiungendo il porpora per il Si, e un rosso più chiaro per il do all’ottava superiore, e di raddoppiare l’intensità ed il volume dei colori quando discendono di ottava. Le note più basse o della pedaliera e i relativi colori, sono riflessi uniformemente sull’intero vetro. L’effetto generale è quello di presentare agli occhi il movimento e l’armonia della musica, nonché i suoi sentimenti. Lo strumento può essere usato suonando suoni e colori, sia insieme che separatamente”.

Sempre sul finire del XIX secolo anche l’inglese Alexander Wallace Rimington, ignaro degli esperimenti del collega americano, costruì uno strumento simile a quello di Bishop chiamato anche questo Color Organ, il quale aveva il pregio di una maggiore intensità della luce prodotta grazie all’uso della corrente elettrica.

 

Fig.4 – Rimington insieme al suo strumento Color Organ

Nel 1895 Rimington dà alle stampe <<A new art: Color Music>> dove parla dello strumento che ha la forma esteriore di un organo dotato di una tastiera che produceva colori e di un proiettore. Rimington, che conosceva gli studi di Castel, si servì anche dei lavori di Hermann von Helmholtz per dare delle basi scientifiche alla sua opera paragonando la frequenza di ogni nota della scala cromatica alla frequenza dei colori. Tutto ciò catturò l’attenzione di Skrjabin che avrebbe voluto utilizzare tale strumento per rappresentare il suo <<Prometeo>>, ma non lo fece perché i cambiamenti dei colori risultavano troppo lenti. Un altro prototipo di Clavier à lumières venne costruito da Aleksander Mozer, fotografo e insegnante di elettromeccanica alla Scuola di istruzione tecnica superiore di Mosca; che consisteva in un disco di legno sul quale erano poste 12 lampadine che si accendevano con dei pulsanti. L’oggetto fu ritenuto troppo rudimentale dal compositore, per il fatto che si limitasse solamente ad accendere alcune lampadine colorate.

Fig.5 – Clavier à lumières di Alexander Mozer esposto al Museo Skrjabin di Mosca

La prima rappresentazione del Prometeo si tenne nel 1911 a Mosca, ma senza il Clavier à lumières e Skrjabin non ebbe mai modo di veder eseguita la sua opera con l’ausilio delle proiezioni luminose perché la prima volta in cui venne usato tale strumento fu nel 1915 alla Carnegie Hall di New York e Skrjabin era deceduto da un mese. I risultati non furono entusiasmanti dovuti anche al fatto che si scelse di proiettare dei fasci di luce colorati su uno schermo bianco; Clarence Lucas scrisse in merito: “Uno schermo bianco fu illuminato da raggi e fasci di luce di vari colori senza alcuna possibile connessione con la musica, che servivano solo a distrarre i sensi dell’uditorio da un ascolto troppo concentrato sulla musica.”

[A. E. Hull, A Great Tone-Poet: Scriabin, London, 1927, p. 227; trad. it. in L. Verdi, Kandinskij e Skrjabin, Lucca, Akademos, 1996 p. 62.]

Sarà nel 1962 a Kàzan che si renderà possibile eseguire per la prima volta il Prometeo con il flusso luminoso che seguiva lo sviluppo musicale, avvalendosi di nuovi macchinari predisposti dal locale Istituto di Aviazione. Il concerto venne così descritto: “Buio. Il pubblico ammutolì. Centinaia di persone in attesa e, come un grido, un sottile raggio abbagliante colpì il bordo dello schermo di proiezione. Si muoveva lungo la superficie. Il lento, timido raggio all’improvviso si innalzò e si diffuse (…). Si udì il suono delle prime note profonde, sommesse. E improvvisamente lo schermo di proiezione si unì a loro, cominciò a cantare. Una luce brillava e diventava sempre più luminosa, mentre le note suonavano più forte e più alte. E gli schermi rispondevano con un rosso abbagliante a quelle note, che sembravano non avere più abbastanza spazio nella sala, alle note di una lotta appassionata.”

[B. Galeev, Light. Music of the Designers’ Office Prometheus, in «Interface», III, 1974, p. 160; trad. it. in L. Verdi, op. cit., p. 63.]

In Italia la prima esecuzione con effetti luminosi si ebbe nel 1964 al Maggio musicale fiorentino.

Arrivando ai giorni nostri precisamente nel 2010, per celebrare il centenario della composizione viene eseguito il Prometeo dalla Yale Symphony Orchestra in maniera fedele alle indicazioni di Skrjabin, forse proprio come lo aveva immaginato nel 1910.

Nel video riportato in calce possiamo fruire di tale composizione sinestetica.

Buon ascolto.

                                                                      

Paolo Alessandro Andrea Cherubini Barberini

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Paolo Cherubini Barberini, è un sound engineer e sound designer laureato in Music Production & Engineering e in Music Performance, presso la University of Essex (UK), con al suo attivo diversi anni di esperienza nello studio di registrazione top class House of glass di Viareggio (LU). In campo audio ha effettuato ricerca microfonica in ambito sourround (5.1; 5.0) con DPA Microphones e Casale Bauer. Ha collaborato con diversi studi di registrazione italiani dove ha avuto l’opportunità di registrare con musicisti di caratura internazionale come: Alex Acuña, Gregg Bissonette, Sergio Bellotti e Amik Guerra. All’attività di studio di registrazione affianca anche quella di location recording, registrando ensemble di varia natura sia strumentali sia vocali che si esibiscono in concerti di musica classica e altri generi. Nel proprio studio, allure studio, svolge attività di net mixing & mastering e, di restauro audio Attualmente collabora con il magazine online Age Of Audio scrivendo articoli su curiosità relative al mondo musicale. Parallelamente all’attività musicale si specializza nella fotografia di architettura, seguendo quella che fin da bambino era stata una sua passione.
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