Grazie all’avvento della computer-music e in assenza di grandi major alle spalle, sempre più spesso artisti indipendenti trovano spazio nel mare magnum del panorama musicale mondiale.
Sonorità nuove e interessanti, generi musicali ibridi, al sapor di crossover, indie e worldmusic, per i quali i leader dello streaming on line fanno fatica a trovare delle categorizzazioni. Incontriamo oggi Dhenny Darko, ex ingegnere gestionale per Eko Music Group (l’odierna Algam Eko francese) che il 14 Giugno scorso pubblica il suo irriverente Dilemma Shakespeariano su tutte le piattaforme di streaming, tratto dall’album Sono Vergine di prossima uscita.

Umberto Bravo: Ciao Dhenny, bentrovato! Ci siamo imbattuti sul video del tuo brano Dilemma Shakespeariano che ci ha incuriosito per la sua spudorata irriverenza. Ma prima di chiederti del singolo, ci parli un po’ di Dhenny Darko? Come sei arrivato oggi a produrre la tua musica in maniera indipendente?
Dhenny Darko: Ciao Umberto! Grazie per l’invito innanzitutto. Credo che la domanda giusta però debba essere ‘come mai ci sono arrivato solo oggi?’. Sono Dhenny Casandri, in arte Dhenny Darko, un ingegnere gestionale che ha capito da poco e in modo definitivo di essere un musicista prima di ogni cosa. Fin da quando ho terminato l’università di Ingegneria ho capito che sarebbe stato di vitale importanza riuscire ad applicare l’ingegneria alla mia passione primaria, la musica. Passione, questa, che ho sempre coltivato sin da quando avevo 12 anni. Infatti, dopo la laurea e il periodo di tirocinio, avevo iniziato anche il master in ingegneria del suono a Tor Vergata. Nel frattempo, però, venni assunto da Eko Music Group per la quale ho sviluppato l’app proprietaria ThinkQ per il controllo qualità sulle chitarre e strumenti a corda insieme al liutaio Roberto Fontanot. Per questo e ed altri motivi, che definirei contingenti, ho dovuto costringermi ad accantonare la mia passione per la musica e di procrastinare il sogno di propormi come artista. Non ci sono mai riuscito poiché appena mi era possibile scappavo in studio col desiderio di immortalare su traccia i beat che mi venivano in mente.
U.B.: Quindi finalmente hai prodotto la tua opera prima lo scorso Giugno?
D.D.: In realtà, no. Devo dirti che non sono proprio agli esordi della mia carriera musicale. Nel 2013 ho già prodotto un album di 22 brani di cui non vi è traccia in giro né tantomeno sul web. Un album autoprodotto e, direi, fatto in casa. Il fatto che non ci sia nulla in giro di quel prodotto musicale fa già comprendere che mi è servito soprattutto a dare sfogo a quella che era la mia passione, che mi è servito per fare esperienza, a capire come potevo esprimermi e soprattutto quali fossero realmente i mezzi a mia disposizione nel momento in cui mi sarei proposto al grande pubblico, come sto facendo adesso. Penso che quella fase rappresenti per me la stessa cosa che Michimix rappresenta per Caparezza, per intenderci: una palestra per qualcosa di più grande.
U.B.: Quindi di quei brani non si può ascoltare nulla? Non si trova nulla on line?
D.D.: No, on line non c’è nulla poiché l’intenzione è quella di dare una nuova immagine di me, un’immagine più matura e consapevole del percorso artistico che sto intraprendendo. Di quell’album ho venduto 300 copie: pochi hanno e avranno la possibilità di riascoltarlo.

U.B.: La passione c’è sempre stata, dici, ma come hai scoperto di averla? C’è un ricordo preciso del momento in cui hai capito di averla?
D.D.: Mi sono appassionato alla musica sin da piccolo, ma ricordo in particolare un brano, Suspicious Mind di Elvis Presley che mi ha rapito fin dal primo ascolto. Da lì poi ho avuto la fase in cui ascoltavo i Beatles e altri grandi della musica internazionale, poi il rock degli anni 90 tra cui i Guns N’ Roses. Grazie a questi ascolti ho sentito molto presto il desiderio di creare qualcosa di mio. Mi sono avvicinato, quindi, alla computer-music usando programmi come HipHop Ejay per creare i primi beat, per poi passare a FL studio. Le mie prime produzioni musicali erano Hip Hop pur amando e ascoltando quotidianamente il rock e il pop/punk, come quello dei Blink 182. A quel tempo era il genere che ascoltavo di più. Mio padre è stato fondamentale nella mia formazione, la mia vena artistica la devo a lui. Anche se la sua vita ha preso una piega diversa, è sempre stato amante dell’arte ed aveva la passione della pittura. Involontariamente è stato lui a farmi comprendere che ero molto più attratto da suoni percussivi come quelli della chitarra e della batteria invece che da suoni melodici come quelli di un piano, a discapito, però, del suo desiderio di vedermi pianista. Capii presto che Bach e Beethoven non facevano per me e boicottavo tutte le lezioni di piano del corso al quale mi aveva iscritto. Lo convinsi, quindi, e con non poca fatica, a farmi suonare la chitarra prima e la batteria. A proposito della batteria, avevo una vera ossessione nei confronti di Travis Barker dei Blink182 e in particolare della sua tecnica nel settare la batteria. Eric Cisbani è stato il mio primo insegnante di batteria. Studiai con lui, però, solo 6 mesi perché, purtroppo per me, la sua carriera musicista turnista decollò, portandolo a suonare con artisti del calibro di Ornella Vanoni, Ron, etc
U.B.: Mi sembra di capire che il richiamo della computer-music è stato fondamentale per te. Come gestivi questo dualismo dell’essere ingegnere da una parte e dall’altro il desiderio di creare musica?
D.D.: Non è stato facile. Sono passato attraverso varie fasi, ma durante tutte ho sempre avvertito tensione nel mostrarmi come l’artista che oggi so di essere. Innanzitutto perché la prima formazione è stata quella di tipo ingegneristico, e questa rappresentava il rassicurare i miei genitori, in particolare mio padre, sul concetto del posto fisso al quale lui teneva molto. In secondo luogo perché sin da piccolo sulle mie insicurezze incombeva l’incubo di rimanere col sedere per terra in una società dove è importante pensare dapprima al sostentamento economico e poi alle passioni. Ma succede di accorgersi di non avere la coscienza a posto e si arriva ad un punto in cui ci si rende conto che la vita che si fa non la si riconosce come veramente propria. Oggi la mia vena artistica mi dà la consapevolezza di aver fatto un passo che mi fa dormire tranquillo e mi fa svegliare felice. Ogni giorno non vedo l’ora di arrivare in studio e mettermi a creare. É stata una decisione sofferta, ma ad un certo punto è diventata una scelta obbligata, dettata dal malcontento che vivevo nel quotidiano. L’unico modo per essere felici è quello di perseguire i propri sogni, e il mio sogno era ed è quello di fare musica.

U.B.: Come avviene la tua produzione musicale oggi?
D.D.: In ambito software, il passaggio a Logic in ambiente Mac, dopo una fase con Cubase, è stato fondamentale per la mia produzione musicale. Considera che fino a poco tempo fa non c’era tutta la disponibilità di tutorial che c’è oggi su YouTube e si era costretti a studiare il manuale. Non avevo neanche idea di come si posizionassero i monitor per l’ascolto ideale, per intenderci, ho dovuto investire tante energie per ottenere una formazione in tal senso. E poi, in genere, tendo ad annoiarmi presto e cerco subito trovare nuove modalità di espressione. Tra le mie prime produzioni musicali ci sono beat di ogni natura, fortemente condizionati dal mood in cui ero in quel momento, spesso condizionato dalle relazioni amorose. Ho un home-studio che mi rende libero di creare come voglio, almeno per ciò che concerne uno scheletro di un brano. Solo quando porto il brano dalla fase grezza ad una fase in cui sono soddisfatto a livello sonoro, passo al mixing e al mastering.
U.B.: Come definiresti la tua musica se volessi categorizzarla in qualche modo? Quanto della musica che ascolti influenza il tuo sound?
D.D.: Ho sempre trovato ispirazione musicale dividendomi tra il rock, il pop/punk e l’hip hop e mi sono mosso per parecchio tempo tra questi tre generi, faticando per trovare una mia identità. Oggi si fa presto a dire rapper o trapper ma credo che al di là della definizione o della categoria, l’importante è che l’artista senta di aver trovato un’identità espressiva e sonora. Per ciò che concerne i miei ascolti, sono stato e sono molto eclettico nei gusti. Gli Slipknot e i Korn, gruppi heavy metal statunitensi degli anni 90, poi i Muse, fino ad arrivare a gruppi dei giorni nostri come gli Sticky Fingers, una band australiana che fa un genere caratterizzato da un rock reggae/indie e ti fai un’idea del tipo di sonorità che possono permeare tutto l’album di 10 tracce che presenterò presto. Con gli amici musicisti con cui ho creato i brani l’intento è stato quello di trovare un sound che porti il marchio DD. Per me questa è una grande conquista.
U.B.: E per Dilemma Shakespeariano in particolare, quale direzione sonora hai seguito? Ci parli del brano?
D.D.: Ho volutamente dato un imprinting di crossover tra i generi che ho citato prima alla sonorità del pezzo. Se pensi alla chitarra graffiante sul beat molto veloce, il rap che si alterna al cantato, sono tutte scelte stilistiche fortemente influenzate dai miei ascolti. L’ibrido che ne è venuto fuori mi fa rende orgoglioso dell’unicità del sound. Tutto l’album è intriso di sonorità diverse. D’altronde ti ho già detto prima che mi annoio subito e se ho a mia disposizione mezzi diversi per poter esprimere mood diversi, perché non usarli, no? Per Dilemma Shakespeariano, c’è una storia abbastanza lunga alle spalle in quanto è nato nel 2012, passato attraverso varie fasi di stallo nella produzione in cui, con il bassista Matteo Tordini ed il chitarrista Marco Martellini, ero fermamente convinto che il tipo di sound che avevamo già dato allora al pezzo, di lì a 5/6 anni sarebbe stato quello verso il quale il mondo dell’hip hop avrebbe dirottato. Infatti, dopo un po’, personaggi come Willie Peyote diventarono più popolari, proponendo un tipo di sound molto simile. Pensa che tra la rosa di brani che ho, Dilemma Shakespeariano è stato l’ultimo in termini di produzione musicale, perché non aveva ancora il ritornello che oggi tutti possono ascoltare e che è diventato il punto di forza del pezzo. Per ciò che concerne il testo, prendendo ispirazione dal famoso dubbio amletico, dell’essere o non essere, in quel caso del vivere con sofferenza, cioè l’essere, o rifiutare la vita, rischiando così di morire, cioè il non essere, ho provato ad applicare lo stesso principio dell’indecisione sull’identità, quella individuale, fortemente influenzata da quella collettiva. Il testo invita implicitamente, e soprattutto in chiave ironica, all’abbandono di qualsiasi forma di competizione che porta al prevaricamento di uno sull’altro, specialmente in modo verbale. Nel testo, questo aspetto, l’ho tradotto con le parole lingua letale, che è la prima arma ad essere usata di chi, per affermare il proprio io su quello degli altri, vuole anestetizzare e quindi zittire. L’istinto animale invece è il comportamento adottato invece da questi per tirare fuori il peggio dagli altri col fine di mettere loro in cattiva luce. Il testo è ricco di allegorie e metafore per denunciare quello che da troppo tempo avviene nella società, le sue contraddizioni, i buoni propositi degli slogan spesso strumentalizzati a favore di un egoismo di tipo opportunistico. Però non è da leggere come un testo di denuncia o di ammonizione. Io stesso, involontariamente, sono spesso vittima di questi meccanismi che inducono il singolo a contrapporsi e a voler primeggiare in qualche modo anziché eccellere e brillare di luce propria. Il bersaglio della canzone non è la comunità, che è vittima in questo caso della società, a cui è rivolta la canzone. Nasce quindi da una analisi personale della società in cui vivo e da una autoanalisi feroce che mi ha indotto a capire tante cose della mia personalità, ed è per questo che il testo e il video sono spudoratamente ironici. Ho aspettato tutto questo tempo dal 2012 perché, col senno di poi, capisco che non ero ancora pronto. Ci sono stati degli impedimenti a livello personale, dovevo laurearmi e spesso auto-boicottavo il mio essere musicista, ma se oggi sono riuscito a proporre finalmente la mia musica è grazie alla mia determinazione e in parte anche grazie alle relazioni amorose ‘tossiche’ che ho avuto, fonte di motore. Il fatto è che, stranamente, più queste andavano male, più mi veniva l’ispirazione per la scrittura dei testi. Oggi ho un album pronto e non vedo l’ora che sia fuori.

U.B.: Come si intitola l’album e di quante tracce è composto?
D.D.: Di una decina di traccia e si chiama Sono Vergine. L’ho chiamato così per due motivi: il primo perché quando mi presento a qualcuno, aggiungo il segno zodiacale al nome e cognome e quello della vergine non viene mai accolto con molto entusiasmo, il secondo motivo, quello più veritiero, è perché è come mi sento quando intendo ripartire dopo qualsiasi esperienza che ha lasciato dei segni, quasi come un voler resettare tutto e fare in modo che la mia predisposizione ai rapporti umani non sia stata pregiudicata.
U.B.: A chi ti sei affidato per il mixing e il mastering?
D.D.: Paolo Ojetti presso il Castaway studio ha curato il mixing e il mastering, mentre Leonardo Fontanot ha arricchito le produzioni musicali e collaborato con Paolo nella fase del mixing. Tutta la parte grezza l’ho fatta in parte da solo, ho un home-studio di quelli basic che mi consente di essere indipendente nella produzione di tracce, altre volte con l’aiuto di Matteo Tordini. Tuttora collaboro con loro. Sono molto soddisfatto di ciò è stato fatto perché sono uno che non sia accontenta e so bene come vorrei che il pezzo suoni. In special modo per la voce, ho sempre timore che nel master si perdano delle sfumature o degli accenti che sono importanti per le chiusure delle rime.
U.B.: Il brano è accompagnato da un video nel quale sembri esserti divertito molto, o sbaglio?
D.D.: Assolutamente! Non potevo non trattare con ironia un tema come quello di cui parla il brano e cercare di strappare un sorriso al pubblico. Ti dico subito che il badget, aspetto importantissimo per chi si autofinanzia come me, non era di certo quello che Lady Gaga aveva a disposizione per il suo ultimo video, quindi bisognava fare innanzitutto i…conti con quello. Il video è stato girato in 5 location diverse in due giorni, diretto da Alessio Giorgetti. Non ho seguito uno storyboard e non ho sentito il bisogno di affidare la rappresentazione in immagini di quello che dico nel testo a comparse o attori, per cui sono stato me stesso, correndo, ballando e…lanciandomi col paracadute! L’idea del riflettore da interrogatorio è venuta durante il making del video, per mettere in evidenza il dualismo che vivo tutti i giorni, quello di un individuo che si divide tra l’essere ingegnere e essere artista che, come un superman metropolitano, appena ce n’è bisogno smette i panni dell’uno per indossare quelli dell’altro. L’uno, l’ingegnere, è quello serio e quadrato, l’altro, il musicista, apparentemente nascosto, non vede l’ora di poter uscire fuori per dar sfogo alla sua creatività. Nel video ci sono entrambi. Il video, oltre alla produzione dell’intero album, è stato fondamentale per dar finalmente corpo a quella che credevo essere l’anima alternativa, quella da musicista, della mia personalità. Oggi so che sono fondamentalmente un musicista che cerca in tutti modi di rendere questa passione il suo mestiere, ed essere conosciuto per questa.

U.B.: Domanda di rito: quali sono i tuoi progetti per il futuro?
D.D.: Ho appena passato la smart audition per il Tour Music Fest ed il 12 Settembre avrò una seconda audizione a Pescara. Sto curando un po’ questi aspetti della carriera di musicista soprattutto per farmi conoscere perché credo sia importante associare ad un brano ed una voce anche la faccia di chi lo ha composto, per veicolare meglio la musica. Non intendo ancora lanciare l’lp intero ma altri 4 singoli accompagnati da video, primo tra tutti il brano Ho la testa in loop che uscirà a fine Luglio/inizio Agosto, per proporre un altro mio mondo musicale in termini di sonorità diversa rispetto al primo singolo, con una virata verso un genere più dancehall/reggaeton ma comunque contaminato dal mio background. Non ti ho ancora detto che sono anche ballerino, e adorando la dancehall e avendo anche insegnato danza hiphop e breakdance per 6 anni per potermi sostenere durante il periodo dell’università, voglio far confluire tutte quelli che possono essere considerati talenti nella ‘costruzione’ della mia immagine, di quello che so fare a livello artistico.
U.B.: Un consiglio per chi volesse intraprendere la carriera di musicista?
D.D.: Armatevi di tanta determinazione nel perseguire l’obiettivo prefissato e sappiate che il proverbio ‘chi si accontenta gode’ è falso.
U.B.: Dove è possibile seguirti on line?
D.D.: Sono su Facebook, Instagram, YouTube e su Spotify!
U.B.: Allora alla prossima Dhenny!
D.D.: Grazie mille, alla prossima!