La musica fa spesso strani viaggi in cui generi e stili percorrono strade lontanissime per poi ricongiungersi e camminare insieme.
E’ un po’ questo il senso di “Somewhere in the East“, partito sicuramente da una matrice etnico-musicale Medio – Orientale per poi sconfinare dall’altra parte del globo, in America latina, Asia e occidente.
Ma andiamo per ordine
Simone Horus, musicista polistrumentista, specializzato in musica e percussioni del medioriente, percorre questo vasto tragitto musicale.
I brani sono in parte originali e in parte rivisitazioni di musica antica. “Kali Tandava Stotra” è una composizione ispirata ad un antico mantra indiano, “Pharaoh” è un brano originale ispirato alla musica classica egiziana e “Lamma Bada” è una reinterpretazione di un classico arabo-andaluso. I ritmi sono per lo più basati su una matrice egiziana e gli strumenti musicali adoperati fanno davvero il giro del mondo (handpan svizzero, darbuka egiziana, il flauto arabo del deserto e quello sciamanico dei nativi americani, e ancora, clarinetti etnici, tamburi a cornice mistici nordafricani e italiani, il digeridoo aborigeno australiano, l’oud liuto arabo, la citara arpa brasiliana, e tanti altri).
Non mancano omaggi e citazioni come il brano “Oriental Nights“, che rimanda a melodie e atmosfere della colonna sonora del famoso cartone Disney “Aladdin“.
Il risultato di questo lavoro è un insieme complesso, fatto di mille sfumature ben amalgamate in uno stile che potremmo definire “fusion globale”, un linguaggio che ha in sé un trait-d’union universale.
Dallo stile orientale, egiziano e arabo si sconfina nel Klezmer (il brano Arabic Blend utilizza il clarinetto tipico di questo genere itinerante) fino ad arrivare al Flamenco.
Interessante la rivisitazione in chiave etnica del noto brano “Lambada“, le cui melodie girano intorno alla scala araba Kurd: Simone Horus, lo interpreta con il Nay, flauto arabo, donandogli un sapore più orientale, salendo su un tappeto volante dal Brasile fino al Medio-Oriente.
Somewhere in the East diventa un contenitore di brani musicali particolari a tratti unici per la loro rarità. Una ricerca che l’artista ha portato avanti per oltre due anni, studiando culture e stili, evidenziando punti di contatto tra generi diversi, cercando collaborazioni, costruendo con le proprie mani strumenti musicali idonei a ricreare generi e atmosfere.
Dopo averne sviscerato la ricchezza estetico-musicale, la sorprendente varietà di suoni, di ritmi, di influenze, pronti a stupirci brano dopo brano, veniamo ora al cuore di questo lavoro. Esiste un mondo sotto la superficie di Somewhere in The East, quello appartenente alla ricerca spirituale, presente in maniera velata in tutto il disco.
Gli strumenti usati appartengono per lo più alle tradizioni ancestrali dei popoli del mondo, usati in riti e cerimonie.
Il diapason utilizzato nel disco é a 432 hz, una particolare accordatura del mondo antico ed oggi usata nella musica olistica, in ambiente spirituale e meditativo.
Il brano Muladhara Zar ne svela in maniera esplicita la natura mistica.
Il Cd è stato masterizzato presso la Native Tunes di Riccardo Toni a Roma e si è avvalso della collaborazione di diversi musicisti.
Shivani Bharti – voce
Claudio Mérico – oud
Matthew Reharmony – handpan
Riccardo Garcia Rubi – chiarra flamenco
Emanuela Belmonte – clarinetto klezmer
Jonathan Glück – violino.
Narici Altea – violoncello
Il CD è disponibile su



