Nel 1993 i Labradford, duo di Richmond composto da Carter Brown e Mark Nelson, nel loro approccio alla riscoperta del suono analogico, danno alle stampe, per la Kranky, il primo lavoro discografico compiuto: Prazision, miscellanea di neo-psichedelica, musica ambientale e industriale.
Tre anni dopo, nel 1996, con l’aggiunta di Bobby Donne, i Labradford pubblicano un piccolo omonimo capolavoro, capace di coniugare il fascino retrò del Kraut anni settanta con il nuovo e coevo linguaggio musicale proprio del suo tempo.

E così, il sound originario di Prazision, con i suoi fantasmi erranti per paesaggi desolati post industriali, assume in Labradford un lento incedere ritmato e profondo, saturando l’atmosfera di calda tensione; complice anche la voce che diventa sommesso messale da catatonica spiritualità.
Lo strumentale “Phantom Channel Crossing“, con il suo trascinato metallico di catene, introduce il disco e l’ascolto sino a condurlo verso la splendida Midrange, con il suo violino e la sua voce che si realizza nell’altra immortale ninna nanna da subconscio tormentato che è Pico.
A seguire Cipher, asfissiante vento atomico, buco nero sul cui orizzonte degli eventi ruota la cadenzata, solenne e “noise” Lake Speed, brano carico d’avanguardia classica e di minimalismo contemporaneo in cui la voce si fa posare dalle progressioni armoniche e disturbare dalle interferenze di suono.
Con Scenic Recovery (se possibile) si abita un ancora più claustrofobico e oscuro mondo popolato da patterns ritmici di basso e percussioni, dissonanti violini, twang di chitarra e da una viola lamentata. La voce diviene impercettibile e bisbigliata come in un’autistica preghiera.
Chiude il disco Battered, ballata noir dai rintocchi e dai vuoti pieni di densità, un brano che, nella sua ondivaga apertura finale, congeda un’opera perfetta- nella sua unicità.
Marco Sica