Bentornati sulle pagine di Age of Audio, quello che mi accingo a scrivere è un piccolo insieme di consigli per chiunque si appresti a scegliere un percorso di studi relativi alla produzione audio professionale.
La necessità di questa mia riflessione ha ragion d’essere, in special modo, in questo periodo di ultimo quarto dell’anno, in cui mi arrivano tanti messaggi di amici o conoscenti in cui mi chiedono consigli su scuole di musica ad indirizzo tecnico a cui iscriversi. Purtroppo la risposta è estremamente complessa: non si può ridurre ad un semplice suggerimento a questa o quell’altra scuola.
Per mia esperienza, tutte le realtà didattiche, che siano pubbliche o private, hanno pregi e problematiche diversi; quindi, la risposta alla domanda, non può che venire dall’analisi della personalità e delle competenze che la persona che vuole intraprendere questa strada ha come bagaglio personale e da come immagina il suo percorso formativo.

Si suol dire che nella vita non si finisce mai di imparare; nel mondo della musica questa massima è assillantemente vera. La musica è un fiume tumultuoso in continua mutazione, che lascia traccia di tutto quello che è stato, i dischi. Nella nostra vita abbiamo un tempo limitato per conoscere, assimilare ed infine capire, quante più sfumature possibili di questa arte che accompagna la civiltà umana dal giorno in cui è nata. Che decidiamo di occuparci di giornalismo musicale, di tecnica di orchestrazione o di produzione di musica dance, ogni giorno e per sempre, fino alla morte, ci scontreremo con l’ineluttabile mole di ciò che non conosciamo, con i collegamenti che non riusciamo a vedere e con i suoni che non riusciamo a sentire.

E’ importante porre questo incipit, che è un comune sentire di tutti coloro che frequentano la musica quotidianamente, il quale identifica la consapevolezza non come uno status da raggiungere ma come una scala protesa verso il cielo in infinita costruzione.
L’ascesa di questa consapevolezza è disseminata di pietre miliari che studiamo per proseguire nel nostro percorso. Esse ci aiutano ad arrivare ad un livello percettivo più alto, dal quale possiamo osservare altre scale ed altre pietre miliari da raggiungere, interiorizzare e capire.
La nostra creatività, in questa ascesa, non è altro che la capacità di combinare i vocaboli che abbiamo appreso con la sintassi propria della nostra unica scintilla vitale. Possiamo metterci, da questo momento, alla ricerca del singolo elemento che ci permette di evolverci: la domanda.
La domanda
La domanda è il momento più importante della nostra crescita umana e professionale. Non esiste domanda senza pratica, senza ascolto e senza militanza. Quando ci arriva una risposta senza che ci siamo posti la domanda, spesso, questa ci scivola via prima di riuscire a capire dove collocarla. La domanda è frutto di una ricerca che incontra degli ostacoli: indica un percorso ed è la chiave per interiorizzarlo. Spesso le risposte arrivano quando arriviamo alla maturità di saper formalizzare le domande.
Per quello che riguarda la mia verticale esperienza professionale, ovvero la post-produzione, ho una idea molto chiara dello status mentale che bisogna assumere per apprendere: il problema è davvero questo, come si possa essere preparati ad assimilare quanto più è possibile dalla istituzione che deve fornirci le informazioni, qualsiasi essa sia.
Post Produzione
La post-produzione è un percorso lunghissimo che parte dall’ascoltare migliaia e migliaia di dischi. Parte dal frequentare musicisti, o meglio ancora, essere musicisti, impadronendosi degli strumenti sulla spinta della curiosità.
La curiosità è la spia che ci segnala se il percorso che stiamo seguendo ispira la nostra fantasia e ci coinvolge.
La disciplina che serve per lavorare negli studi di registrazione è il solo frutto della nostra curiosità; quella curiosità che ci spinge a chiederci come funziona il pick-up di un basso, come si accordano tutte quelle corde che tengono la pelle di uno djembe, da che parte del flauto esce il suono e come si orientano le riflessioni delle onde sulle pareti.

Scendendo ad un livello ancora più profondo entriamo in un mondo ancora più specialistico che è quello della post-produzione.
Qui giù servono competenze ancora più stratificate, specialmente oggi, dove il mondo del digitale la fa da padrone ma il suono che si ricerca è spesso derivato dalla cultura estetica non lineare della tecnologia analogica. Se in questo percorso non ci aiuta la curiosità di approfondire e comparare le tecniche originali della post produzione con quelle moderne, vivremo per sempre oppressi da miti e leggende che non saremo mai in grado di smontare ed assimilare.
Lavorare per la post produzione significa saper supplire alle necessità tecniche di chiunque abbia bisogno di noi, che sia una produzione stoner o una brit-pop, trap o di musica classica, quindi significa avere la cultura personale per poter capire ed interagire con quello che è successo in produzione. Esiste, lo ribadisco, un solo modo di essere preparati: ascoltare i dischi in maniera critica, imparando a dare importanza a tutti i dettagli, discutendo con persone competenti, imparando da loro la terminologia tecnica, maturando una opinione durante tutto questo percorso.

Dietro ogni gesto ci sono 10 dischi ascoltati e digeriti.
Frequentare musicisti è la strada più sana per accellerare i risultati; imparare come un musicista ascolta la musica, come segue l’ inter-play tra gli strumenti, come avverte emotivamente la dinamica, come memorizza la struttura man mano che si dipana, sono i soli modi proficui, per un neofita, di elevare la propria percezione fino a un livello più alto.
Il primo step per chi vuole fare questo lavoro, è essere certi che c’ è sempre molto altro da sentire, ma che in questo momento non siamo di arrivarci, per imperizia, per distrazione o per semplice incapacità di decifrare i dettagli, foss’ anche perché non li colleghiamo a un processo consapevole ma crediamo che facciano parte integrante del timbro naturale di quello che ascoltiamo.
Possiamo facilmente trovare intorno a noi persone che ci aiutano a percepire intonazioni, stratificazioni di strumenti e ambienti che per il nostro orecchio sono solo un messaggio residuale e tendono a non attirare la nostra attenzione. Il consiglio che che distribuisco a tutti i ragazzi che partono oggi e vogliono cominciare a lavorare con un sequencer, invece di cercare una scuola pubblica o privata è: andate su questo sito web: https://cambridge-mt
Da qui possono essere scaricati dei multi-traccia professionali di ogni genere, dal metal al folk al pop alla salsa, tutto a scopo didattico. Cercatene uno che vi piace, ascoltando le versioni che hanno fatto altri utenti. Poi scaricate il multi-traccia, apritelo in una digital audio workstation e date sfogo alla vostra sensibilità, anche solo usando i cursori del mixer.
Se un qualsiasi problema (non sapete installare la daw, non trovate processori, non vi va di clickare sulla pagina di cambridge o simili) si mette tra voi e il completare il mix, fatevi due domande.
Se riuscite a produrre un risultato qualsiasi allora forse è il momento di chiedersi come e dove studiare.

Sono da sempre convinto che la differenza la facciano 3 elementi:
*la qualità dei nostri monitor
*la qualità dei nostri trattamenti acustici
*la qualità della nostra cultura personale
Scegliere un percorso di studi è un momento importante, ma interiorizzare il processo di apprendimento è un momento che ci permette di tirare fuori il meglio da ogni esperienza di studio.
Vi ringrazio per essere arrivati fino a questo punto e vi faccio i migliori auguri per una carriera professionale che riempia il vostro cuore e la vostra vita di soddisfazioni.
Mille grazie ad Age of Audio per questo spazio.
Giovanni Roma