Esistono punti di partenza e punti d’arrivo. Esistono punti di transizione. Ciò che nell’arte fa, in termini di notorietà, la differenziazione tra queste tre coordinate è la capacità di spettacolarizzazione di un dato fenomeno artistico, sia essa spettacolarizzazione contemporanea o postuma.
 
Ogni punto d’arrivo è, poi, al contempo punto di una successiva partenza e quindi entrambi non sono altro che continue transizioni.
 
Questi due assunti servono a spiegare come alcuni movimenti musicali e alcuni artisti non siano stati, nel tempo, passati all’onore delle cronache ma relegati a un oblio underground noto a pochi; ciò indipendente dal loro effettivo valore artistico.
 
Cover- Primus – Sailing The Seas Of Cheese
 
Non è raro, infatti, dibattere con appassionati di musica o finanche con addetti ai lavori che, per un ostinato abito della mente, pongono tombali giudizi valutativi confinando a un genere o a un tempo la summa artistica espressa in musica; ciò semplicemente perché (al di là di ogni considerazione oggettiva) soggettivizzano ai loro ricordi e alla vissuta spettacolarizzazione la propria esperienza musicale, sia essa suonata che ascoltata, rendendola oggettiva ed ecumenicamente unica e vera.
 
 
Un esempio che può racchiudere e rappresentare quanto sopra espresso è nel rapporto tra il decennio 1966/1976 e 1990/2000: due decadi simili sotto il profilo strettamente artistico e della passione e qualità nel voler far musica, ma “mediaticamente” distinte e quindi con sorti diverse.
 
 
Il movimento di rivolta socio culturale che ha caratterizzato gli anni a cavallo tra la fine dei sessanta e gli inizi dei settanta ha prodotto sia un’urgenza d’espressione artistica del pensiero sia un’eco mediatica che è trasfusa in una spettacolarizzazione del fenomeno stesso rendendolo “paradossalmente” commerciale e per certi aspetti modaiolo: uno stile di vita interdisciplinare.
 
Come una conseguenza di ciò una cristallizzazione dei generi musicali e musicisti che sono stati assunti a icone depositarie di dogmi incontestabili.
 
Diversamente, il decennio musicale, inaugurato simbolicamente nel 1991 da quel capolavoro assoluto e crocicchio che è Spiderland degli Slint, orfano di una corrente ideologica alle spalle e di una qualsiasi forma di spettacolarizzazione, è passato inosservato anche alle orecchie di chi (appunto) avendo amato gli anni sessanta e settanta, non sarebbe dovuto restare insensibile ai tantissimi artisti che hanno dato alle stampe dischi di pregio assoluto …
 
Da qui l’intento di proporre, con cadenza mensile, partendo da dicembre, la recensione di dischi che hanno caratterizzato gli anni novanta ma che non hanno avuto i dovuti  e meritati onori, volendo così,
con una non celata provocazione, stimolare una maggiore apertura e un abbattimento dei tanti preconcetti che  purtroppo allignano in molti appassionati di musica.
 
di Marco Sica