Sta per arrivare in Italia FUSION, la nuova workstation del prestigioso marchio americano Alesis. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Giovanni Zucchi della Esound, product manager E-MU Systems e responsabile tecnico per i marchi Alesis, E-MU e Phonic, il quale ci ha svelato un po’ di segreti su questo favoloso prodotto che sta per rivoluzionare il mercato delle workstation tuttofare.

Uno strumento dal cuore italiano
Quando compriamo strumenti musicali di marchi stranieri famosi come Alesis abbiamo sempre l’impressione che queste strepitose macchine tecnologiche piovano improvvisamente dal cielo, che siano state inventate da chissà quale irrangiugibile genio al di là di ogni umana immaginazione e invece, pensate un po’, gran parte dei suoni “acustici” che troveremo nella nuova workstation della Alesis, in vendita entro la fine del 2005, sono stati ideati, campionati ed editati da un nostro connazionale, Giovanni Zucchi, pioniere del MIDI e della computer music in Italia, uno dei primi ad organizzare corsi di insegnamento di MIDI e notazione musicale informatica insieme al direttore d’orchestra prof. Tagliabue, programmatore e sound designer per dischi di artisti come Eros Ramazzotti e Ornella Vanoni, creatore del primo CD-sample per campionatori Akai quando ancora i CD non erano in commercio, e di molte altre librerie campionate per strumenti E-MU Systems nonché sound designer per le famose tastiere Solton quali MS-50 e MS-60; un professionista con un infinito curriculum musicale e un bagaglio culturale davvero degno di nota. E’ anche lui nel team degli sviluppatori di Fusion (inserire fotografia Alesis_Fusion.jpg opportunamente tagliata su due colonne), un progetto nato dalla stretta collaborazione tra ingegneri giapponesi e tecnici da tutto il mondo, avendo avuto l’importante compito di fornire alla Alesis ben venti gigabytes di campioni tutti originali da cui i progettisti tireranno fuori i suoni migliori da inserire nella memoria ROM dello strumento che sarà immesso sul mercato a breve.
Che cos’è Fusion
Il nome sta ad indicare, appunto, la “fusione” fra quattro tipi di sintesi in quanto troveremo, in Alesis Fusion, un motore a sintesi PCM con possibilità di campionamento, un sintetizzatore FM, una sezione Virtual Analog e un processore di sintesi a modelli fisici, tutti già compresi nello strumento senza dover installare alcuna opzione. Il cuore di Fusion è un sistema a doppio processore corredato da ben sette DSP Alesis che, insieme, assicurano una completa flessibilità nella gestione delle diverse funzioni dello strumento. Ma Fusion non è solo un sintetizzatore, c’è di più: è una vera e propria Digital Audio Workstation! Infatti sul pannello posteriore della tastiera, oltre ai consueti connettori per input e output audio/dati, troviamo una sezione comprendente 8 ingressi analogici (Fig. 1 – La Fusion comprende un vero e proprio registratore digitale a 8 canali) a livello di linea usati, udite udite, da un registratore multitraccia digitale incorporato nello strumento, praticamente un Alesis HD24! All’interno di Fusion c’è un Hard Disk serial ATA da 40Gb che, volendo, può essere sostituito con HD di dimensioni maggiori, e che viene usato dalla sezione multitraccia nonché dal campionatore interno per salvare le proprie librerie oppure per salvare e caricare in qualsiasi momento presets, songs, settaggi di sistema e quant’altro. Insomma, da oggi in poi il tastierista non solo avrà a disposizione uno strumento versatile in grado di generare qualsiasi tipo di sonorità, ma potrà portare con sé sul palco un intero studio di registrazione in un unico flight case.
Come si presenta
Un doppio imballo di cartone assicura lo strumento durante il trasporto nel momento in cui, eccitati come dei bimbi, torniamo in studio subito dopo aver comprato il nostro nuovo giocattolino! All’interno troviamo la tastiera, un manuale stampato da ben 284 pagine, le note di garanzia, i cavi e la solita bustina di antiossidante. Il nostro test è stato effettuato con la versione a 61 tasti semipesati, la Fusion 6HD gentilmente speditami direttamente da Giovanni Zucchi. Il design è strabiliante, esteticamente sembra venuta dal futuro, pesa appena 13 Kg, è larga 90 cm, profonda 34 e alta appena 6 cm, delle dimensioni talmente ridotte che ho dovuto avvicinare i portanti del mio stand altrimenti non c’entrava. Istintivamente, la prima cosa che ho fatto prima ancora di metterla in corrente, è stata mettere le mani sui tasti per sentirne la sensazione e devo dire che mi piacciono molto, sembrano diversi da qualunque altra tastiera che abbia mai provato prima: al tocco sono un po’ più duri dei tasti del Motif, rimbalzano come quelli di un K2661 e, sbirciando sotto, scopro che il segreto forse sta nel fatto che sotto ad ogni tasto è stata applicata una placchetta di metallo per aumentarne il peso (Fig. 2 – Particolare della pesatura della tastiera), come nella vecchia Kawai K5. I pulsanti dei controlli sono tutti gommati e con delle luci all’interno che si accendono o cambiano colore a seconda della funzione, i pomelli dei potenziometri sono in plastica cromata e le ruote di pitch bend e modulation non sono in realtà delle ruote ma delle levette gommate che, quando in azione, fanno illumiare di blu la ruota trasparente sottostante (Fig. 3 – Le ruote di modulazione retroilluminate), davvero coreografico! Tutto lo chassis è in alluminio satinato grigio e l’assemblaggio in genere sembra molto solido e robusto, sicuramente a prova di trasporti selvaggi durante i live. In una parola: affascinante.
In funzione: i suoni interni
Dopo averla accesa, per un momento ho spento le luci nello studio e ho scoperto il secondo aspetto coreografico di questo strumento: tutti i pulsanti sul pannello si illuminano di arancione e al centro brilla il grosso display retroilluminato da una luce blu, uno spettacolo al quanto suggestivo ma poi ho dovuto riaccendere la luce. Per prima cosa la Fusion esegue il boot, caricando il sistema operativo e le mappature dei suoni in rom, impiegando circa 8 secondi. Sapendo che all’interno c’è un hard disk mi aspettavo di sentirne il rumore e invece non si sente per niente, se non avvicinando l’orecchio e nel completo silenzio. Ottimo, non avrei sopportato uno strumento rumoroso. Collego i jack di uscita al mio impianto e comincio a suonare il primo preset che si presenta: “Holy Grail Piano”. Da notare che prima ancora di cominciare a suonare ho eseguito l’aggiornamento della rom, la versione 1.05 scaricabile dal sito della Alesis. Ancora non l’ho detto? La Fusion ha una flash-rom da 64 Mb facilmente aggiornabile via Compact Flash, nella quale risiede il sistema operativo e tutti i dati preset fra cui anche i campioni. Un sistema di compressione dei campioni denominato “TTA lossless audio compression codec” permette di ottenere fino a 120 Mb di campioni in soli 64 Mb senza perdere nemmeno un bit in fatto di qualità, e grazie agli aggiornamenti che la Alesis metterà a disposizione periodicamente, è possibile ottenere sempre l’ultimo sistema operativo e/o i suoni. Di solito il primo preset di una tastiera, per molti, rappresenta una sorta di biglietto da visita grazie al quale il musicista comincia a maturare le sue impressioni riguardo il nuovo strumento; nella Fusion il suono del pianoforte, presente in diverse variazioni, è stato campionato dal nostro Zucchi direttamente da un piano gran coda Fazioli, è a tre layers e suona a dir poco ottimamente, molto dinamico e presente, ottimo sia per la classica che per pop e jazz. Tutti i suoni interni sono ordinati in sei banchi (A, B, C, Electronica, Synth drums e GM) da 128 posizioni ciascuno richiamabili attraverso i tasti banks, le lettere dalla A alla P e i numeri da 1 a 8 che si trovano sul lato destro del pannello frontale (Fig. 4 – I tasti di selezione di programmi e banchi), oppure con i tasti di navigazione inc e dec oppure ancora con la jog wheel, e sono organizzati in categorie (Piano, Chromatics, Organs, ecc.). Come in quasi tutte le workstations, anche qui ci sono i programmi e le combinazioni che la Alesis chiama, rispettivamente, Program e Mix; ogni Mix può essere composto da un massimo di 16 programs che possono essere usati in modalità overlay, split, o tutti insieme, mentre la struttura di un program varia a seconda della sintesi utilizzata. A questo punto la domanda nasce spontanea: ma quante voci di polifonia ci sono? Ebbene, data l’architettura modulare di questo strumento, non c’è un numero fisso di voci a disposizione, si possono avere più o meno voci a seconda del tipo di sintesi utilizzato da ciascun program. Si pensi piuttosto che un program in modalità Sample Playback può avere fino a 272 voci di polifonia! Basteranno? Come ogni tastierista che suona in un gruppo, la mia attenzione verteva soprattutto sui suoni tipicamente tastieristici, e cioè pianoforti acustici, piani elettrici, organi, strings, brass, pad e lead analogici. Il piano acustico, come ho già detto prima, è più che soddisfacente mentre non posso dire altrettanto degli altri suoni ad eccezione degli organi, degli strings e dei suoni synth che, a mio avviso, necessitano di un editing migliore. Per quanto riguarda gli organi, i campioni interni sono sufficienti per ottenere qualsiasi combinazione di drawbars ma la cosa più interessante che ho trovato è la possibilità di ottenere la percussione single-triggered, proprio come in un Hammond vero, grazie ai potenti inviluppi che offre la sintesi di Fusion. L’effetto rotary speaker suona bene, morbido ed avvolgente, ma forse in certi presets necessita di un po’ di tweaking. I suoni synth invece sono a dir poco ottimi proprio grazie al motore Virtual Analog che consente non solo di riprodurre sonorità analogiche sfruttando i vari componenti di un synth vero ma è addirittura modulare, ovvero è possibile aggiungere ed eliminare VCO, VCF, inviluppi, LFO e collegarli fra di loro liberamente attraverso la pagina dedicata al routing degli elementi. Ehem… non vi ricorda un altro strumento di color rosso? Una cosa che piacerà a molti: cambiando program non si smorza il suono e le note attualmente in play continuano a suonare finché non si rilasciano i tasti. Beh, il rovescio della medaglia è che se cambia pure l’effetto insieme al program a volte si sente un leggero click.
Scendiamo nei dettagli
I dodici tasti ai lati del display sono denominati soft buttons perché, a seconda della pagina in cui siamo, assumono una funzione diversa e corrispondono a dei comandi che vengono visualizzati a video. In questo modo tutte le operazioni di programmazione si rendono facilissime, grazie anche alla grafica chiara e ben leggibile usata dal sistema operativo. Sulla destra troviamo i tasti MIX, PROGRAM, SONG, SAMPLER, MIXER e GLOBAL, ognuno dei quali consente di accedere alla relativa sezione del sistema. Per ogni program caricato in memoria, il display ne mostra il nome e il tipo di sintesi utilizzata (Fig. 5 – La schermata Program). Premendo il tasto edit posto accanto alla jog wheel si accede ad un mondo di infinite possibilità! Ma procediamo per ordine, per prima cosa analizziamo il funzionamento di un program basato sul sample playback. La struttura è piuttosto semplice: due oscillatori a multicampionamenti addirittura modulabili in FM da sorgenti esterne oppure fra di loro stessi, e tre filtri, uno passa-basso per ogni oscillatore e uno variabile per tutto il program; gli oscillatori si possono mappare in key-span oppure in velocity switch con tanto di cross-fade, possono essere modulati da un massimo di otto inviluppi e otto LFO i quali, a loro volta, possono essere modulati da altre fonti o dai controller fisici. Infine, l’output può essere direzionato verso l’uscita diretta oppure verso l’effetto insert che, purtroppo, è uno solo per ogni program, al di fuori dei due processori di effetti master e dell’equalizzatore finale. Una cosa che ho scoperto mettendo le mani su questo strumento è che è davvero facile da capire e da usare, rendendo quasi inutile la lettura di quelle 284 pagine di manuale! La struttura di un program a sintesi VA, invece, è un po’ più complessa benché facile da capire (Fig. 6 – La pagina EDIT di un program in sintesi VA). Si possono inserire fino a tre oscillatori con forme d’onda di base comprendenti dente di sega, quadra, sinusiode, rumore bianco, rosa, rosso o anche una sorgente sonora esterna; un solo filtro selezionabile fra passa-basso, passa-alto, passa-banda, band-stop e band-boost, a 1, 2, 4, 6 oppure 8 poli; inoltre possiamo inserire fino a otto LFO e otto inviluppi multipunto. L’editing è facilitato dalla visualizzazione grafica delle forme d’onda sia degli LFO che degli inviluppi e diventa un vero spasso quando, nella pagina del routing, si cominciano a collegare gli elementi fra di loro. Da non trascurare la presenza di un Sample&Hold con curva di azione liberamente editabile, e la possibilità di hard-sync fra gli oscillatori. Il risultato ottenuto dalla sintesi VA della Fusion è un suono bello grosso ma anche molto pulito, oserei dire “un po’ troppo digitale”, e i filtri non sono auto-oscillanti, quindi niente fischi spaccatimpani alla Moog. Il filtro che mi piace di più è il band-boost a 8 poli e, cosa importantissima, la risposta ai controlli manuali di cutoff e resonance è molto ma molto trasparente, senza scatti improvvisi e indesiderati. E ora passiamo alla sintesi FM. Proprio come in una DX7, anche qui ci sono i classici sei operatori ma invece di una serie di algoritmi preimpostati è possibile collegare gli operatori fra di loro tramite la pagina Router dell’editing. Il resto è già storia. Peccato solo che non sia possibile effettuare il dump sysex dei suoni DX7, sarebbe stata una vera chicca! E ora la sintesi a modelli fisici, in grado di simulare strumenti a fiato di tutti i generi, anche di generi del tutto inesistenti. Qui, invece degli oscillatori, la sorgente del suono è rappresentata dai “modelli”: Reed Model per gli strumenti ad ancia come il sax e Wind Model per strumenti come flauto, oboe, shakuaki, ecc. Ogni modello viene creato dall’utente combinando fra di loro gli elementi di uno strumento a fiato come ancia/bocchino, labbro/bocchino e la colonna d’aria. Il parametro fondamentale è la pressione dell’aria (breath) che influenza la generazione del suono. Tuttavia, non troveremo nella Fusion un ingresso per un breath controller né un ribbon controller, pertanto gli unici controlli che possiamo usare per modulare l’espressione di un wind instrument sono la modulation wheel, un pedale d’espressione oppure uno dei quattro controlli rotativi assegnabili. Altre possibilità di alterazione del suono sono il filtro, gli otto LFO e gli otto inviluppi addizionali che possono essere assegnati opzionalmente a qualsiasi parametro del modello. Fra i banchi preset troveremo dozzine di modelli già pronti all’uso ma pochi di questi simulano strumenti reali. In modalità MIX, come già accennato prima, si possono creare combinazioni complesse usando fino a 16 presets contemporaneamente e quattro arpeggiatori. C’è un solo banco ROM da 128 Mix, di cui molti dedicati ad accompagnamenti ritmici con le zone di split. Una cosa carina è che i quattro pulsanti assegnabili posti sotto ai controlli rotativi possono servire per triggerare variazioni come fill-in, cambi di arpeggi e cambi di preset per alcune tracce, mentre resta possibile, in qualsiasi momento, cambiare il tempo degli arpeggiatori, agire sul filtro, sull’equalizzatore oppure sui parametri assegnati ai quattro knobs, alla modulation wheel e ai pulsanti assegnabili S1 e S2. Con i tasti di trasporto Play e Stop si può interrompere o far ripartire il playback degli arpeggiatori. E se un Mix ci ispira in modo particolare tanto da volerci registrare una song completa, possiamo usare la comodissima funzione “Generate Song” che automaticamente crea una nuova song vuota con tracce, presets e arpeggi prelevati dal Mix sorgente, e ci invia direttamente alla modalità SONG. La modalità SONG della Fusion è praticamente un software a sé stante, paragonabile tranquillamente ad un potente sequencer audio-midi come quelli che siamo abituati ad usare sul nostro computer. Ogni song può registrare fino a 16 tracce fra midi e audio grazie, soprattutto, agli otto ingressi bilanciati analogici posti sul retro dello strumento. In altre parole, nella Fusion c’è un vero e proprio registratore multitraccia ad otto canali 24 bit 44.1 KHz, in grado di registrare contemporaneamente otto tracce audio e otto midi! Facciamo un esempio pratico: sono in sala prove col gruppo e, dopo aver faticato tre giorni di seguito per “montare” un pezzo, voglio registrarlo per sentire gli errori e perfezionare l’arrangiamento. Normalmente dovrei portarmi dietro un hard disk recorder portatile, un registratore a bobine o a cassette, un computer portatile con una scheda audio firewire ad otto ingressi, oppure il pc di casa con tanto di case, monitor, mouse, tastiera e… Windows!
Con la Fusion non devo far altro che collegare le uscite del mixer agli ingressi analogici, cosicché posso registrare la batteria sui primi 5 canali, la chitarra sul 6, il basso sul 7, la voce sull’8 e i miei suoni sulle restanti 8 tracce midi, il tutto in presa diretta, e ho a disposizione ben 40Gb di spazio, e qualora non bastassero, posso collegare un hard disk esterno per mezzo del connettore Serial-ATA posto sul retro dello strumento. A registrazione completata, posso mettermi comodamente seduto a fare editing sulle tracce registrate, visualizzare le forme d’onda e le griglie di notazione, fare tagli e incollaggi, aggiungere effetti, dissolvenze incrociate, quantizzare le parti midi, sovraincidere tracce audio, effettuare il missaggio con tanto di automazioni, insomma tutto quello che normalmente farei con Cubase, Sonar, Protools e simili (Fig. 7 – Il mixer della Fusion). A questo punto voi direste che lavorare su un computer è sempre più comodo che su un piccolo display monocromatico, e non vi do torto. Ed è qui che entrano in gioco altri due aspetti importanti della Fusion: l’uscita ADAT e la porta USB, attraverso le quali possiamo trasferire le tracce registrate precedentemente in studio, in sala prove o sul palco sull’hard disk interno della Fusion, direttamente nel nostro computer. Meglio di così? Infine, tr
oviamo all’interno di Fusion un potente campionatore stereo in grado di gestire fino a 512 campioni per ogni multicampionamento, facilissimo da usare, con i suoi due ingressi separati con controllo di gain posti sul retro, e possibilità di editing fra cui looping, normalizzazione e cross-fading. La memoria RAM interna dedicata al campionatore è di 64 Mb espandibile a 192 Mb tramite, ahimé, dei moduli di memoria proprietari Alesis e installabili solo da personale qualificato in quanto bisogna aprire l’intero strumento. Il formato dei campionamenti è Alesis ma è possibile importare campioni Akai e prossimamente anche altri formati come E-MU, Roland e… udite udite… presto sarà possibile anche eseguire campioni GIGA con streaming direttamente da disco!
Conclusioni
Facciamo un po’ di conti: in una Fusion c’è un campionatore come un Akai S5000, una DX7, un synth VA come l’Alesis ION, un synth a modelli fisici come il VL-1, un registratore digitale come un Adat HD24, ci sono software al pari di un Cubase e prossimamente forse anche una sorta di Gigastudio (Fig. 8 – La Fusion è un vero e proprio studio di registrazione portatile)… ma quanto dovrebbe costare uno strumento simile? Ah, c’è anche una masterkeyboard a 61 tasti semipesati oppure 88 pesati con aftertouch e 4 controlli rotativi, per non parlare anche di un modulo GM. La sorpresa è che una Fusion 6HD è in vendita attualmente negli USA ad un prezzo “street-price” di 1699 dollar, praticamente un regalo!I campioni interni, a mio avviso, sono ancora da migliorare, e sicuramente prima che la vedremo nei negozi italiani la Alesis rilascerà nuovi aggiornamenti sia del sistema operativo che della wave-rom. Tuttavia non abbiamo da preoccuparci perché la Esound offrirà un CD completamente gratuito contenente nuovi banchi di suoni già pronti per la Fusion, creati dal nostro Giovanni Zucchi, che troverete direttamente nella confezione dello strumento al momento dell’acquisto e che potrete copiare facilmente sull’hard disk interno. Nel CD troveremo suoni di altissima qualità fra cui pianoforti acustici, organi Hammond, piani Rhodes, clavinet, bassi, batterie acustiche, chitarre, archi, fiati, tutti campionati accuratamente nei migliori studi di registrazione italiani per mano di noti musicisti professionisti. Insomma non ho altro da aggiungere a quanto già detto, posso dire solo che dopo aver scritto questo articolo non mi resta altro che godermi il mio (peccato che non sia mio veramente) nuovo giocattolone tecnologico.
Guido scognamiglio