Era il 2006, 2007, credo, mi trovavo a Firenze. Ai tempi stavo insieme a questa ragazza che aveva davvero una cerchia di amici universitari enorme. “Luca, ti devo presentare Nicco”. Entrai in questa casa piena di ragazze e ragazzi, studenti universitari come me.
Da poco avevo scoperto Fruity Loops e, senza soldi com’ero, usavo solo la versione demo (mi pare la versione 3) che mi permetteva di suonicchiare e di esportare un brano in formato wav. Non potevo salvare i progetti. Mi sentivo un figo, davvero. Nicco era in una stanza, con un MacBook bianco e una master. Aveva Reason.
Quella sera Nicco mi insegnò ad utilizzare Reason. A fine serata avevo gli occhi che brillavano nel vedere quel software così vicino a qualcosa che ricordasse l’hardware. Quella casa era piena di gente che faceva musica elettronica. All’epoca andavano tutti matti per gli Autechre.
Nicco viveva in quella stanza piccolissima piena di cose. Quella casa era un fermento di creatività. È stata la prima persona che ho conosciuto nella mia vita che faceva musica elettronica e che mi ha fatto fare il mio primo step in avanti, perché io all’epoca non sapevo davvero nulla.
La musica elettronica ha una caratteristica strutturale quasi intrinseca che la distingue da quasi tutti gli altri generi: quasi sempre si fa prevalentemente da soli, in casa o in studio, con strumenti che non richiedono altri esseri umani per funzionare. Chi lavora con sintetizzatori, sequencer e DAW può passare anni in una stanza senza mai avere un feedback esterno reale. Questo lo notai successivamente, al mio ritorno a Torino. Ero di nuovo da solo.
Questo isolamento non è neutro e ha conseguenze ben precise. Pensate ad esempio a Ralf Hütter dei Kraftwerk nel vedere che un sequencer poteva benissimo fare il suo lavoro di batterista. Non deve essere stato un bel momento. Tutti sappiamo che gli esseri umani calibrano la propria autopercezione delle competenze attraverso il confronto con i pari. In assenza di pari con cui confrontarsi, quella calibrazione non avviene, e il risultato è quasi invariabilmente una sottostima o una sovrastima delle proprie capacità.
Cosa voglio dire?
Forse non sei scarsa/o col tuo strumento, forse è perché hai pochi amici. L’altro giorno stavo ascoltando un podcast dove si parlava, tra le varie cose, dell’importanza dell’avere delle amicizie simili a te, ai tuoi gusti. È una cosa normalissima, credo. Queste amicizie ti aiutano a crescere. Per molti anni non ho avuto amicizie a livello musicale; quelle che ho vicino, che posso vedere magari nel fine settimana, hanno interessi totalmente distanti dai miei. Per anni ho patito questa condizione perché un po’ mi faceva sentire isolato, un po’ perché appunto vieni visto sempre come una persona un po’ strana. (A quanti di noi succede, eh?)
Da qualche anno però, soprattutto grazie a Synth Cafè e alle persone che ho avuto modo di conoscere meglio, ho scoperto persone che mi hanno dato molto: consigli, musica, capacità di formulare idee. Sono passato dal non far nulla per anni a fare oggi un botto di cose che mi fanno lavorare anche fino alle tre di notte. A volte ci sono stati anche scontri “idealistici” molto forti, che ho capito una volta assimilati. Ed è un bagaglio assurdo. Avere un’amica/o che ti dice “guarda, questa parte non suona, questo potresti farlo così, questo non va bene”, detto da una persona al tuo stesso livello, se non maggiore, è cosa da prendere davvero come oro colato. Ed è un peccato vedere tanti di noi che si sentono poco capaci, demotivati, al punto di incolparsi perché le cose non vanno come vorremmo, fino a mollare tutto.
Si finisce con il cercare idee nell’AI, che va benissimo, eh, ma avere una persona con dell’esperienza, che sa quello che dice e che magari ti conosce, è una cosa che l’AI oggi forse non può ancora darti. La verità, nella maggior parte dei casi, è più semplice e meno drammatica. Non si è scarsi. Si è soli nel momento sbagliato, circondati dalle persone sbagliate, o entrambe le cose insieme. Cosa si può fare in questi casi? Internet ci propina milioni di cose da vedere, ma non può darci un parere, un consiglio (a meno che noi non andiamo a cercare conforto in un’AI che ci dice che siamo bravissimi e forse i migliori al mondo).
CERCA DEI TUOI PARI AL TUO LIVELLO O SUPERIORI
C’è un principio che vale nella musica come in quasi ogni altro ambito della vita: il livello medio delle persone con cui ci si confronta tende a diventare il proprio livello di riferimento. Non perché si sia influenzabili in senso negativo, ma perché il contesto definisce la normalità. È un po’ come vivere in una sorta di ecosistema-bolla: in quel piccolo mondo siamo nella media e quindi, in un certo senso, siamo a nostro agio. Tuttavia, se la bolla è poco interessante e stimolante, può trasformarsi in una vera e propria prigione perché concretamente rischia di limitarci.
Stare a lungo in ambienti in cui la mediocrità è la norma consuma lentamente l’ambizione. Non all’improvviso, ma in modo graduale e quasi impercettibile. Pian piano si smette di chiedersi cosa si potrebbe fare meglio, perché intorno a sé nessuno sembra porsela, quella domanda. Anzi, forse non serve fare meglio. E a un certo punto ci si accorge di aver abbassato l’asticella senza aver preso una decisione consapevole. Il cercare persone stimolanti, che possono dare qualcosa in più alla nostra esistenza, è fondamentale perché è uno dei migliori modi per crescere e migliorarsi.
Circondarsi di persone che hanno già sviluppato qualcosa, una disciplina, una visione, una capacità di lavorare con costanza, è indispensabile se vogliamo migliorare anche noi stessi. Questo non significa inseguire il successo altrui o fare gli arrivisti. Significa esporsi a un modo di fare le cose che alza involontariamente la propria soglia. Si inizia a pretendere di più da se stessi non per competizione, ma per osmosi. Perché stare vicino a chi lavora con cura insegna, prima di tutto, cosa significa lavorare con cura. Scegliere con chi stare non è nemmeno arroganza. È una delle forme più concrete di rispetto verso se stessi e verso il proprio percorso.
NON CERCARE PER FORZA I GURU
Tutti abbiamo un guru nella propria vita, abbiamo letto i suoi libri, visto interviste e ascoltato i suoi consigli. Sicuramente guardare in alto serve, dà una direzione, mostra cosa è possibile. Il punto è non aspettarsi da quella persona una guida quotidiana. Chi è molto più avanti ha dimenticato com’è stare dove sei tu, o forse non ha più tempo. Il guru ha automatizzato cose che per te sono ancora difficili, ha lasciato indietro problemi che per te sono ancora aperti. Può ispirarti, può aprirti la testa su cose che non avevi considerato. Forse non è nemmeno così aggiornato. Insomma, prendi quello che c’è di buono e vai avanti.
CERCA LA TUA SPECIALIZZAZIONE
Non è detto che tu sia in grado di mixare perfettamente un brano. Magari non sei nemmeno in grado di montare l’ossatura o di scrivere un testo. Non è per forza un dramma. Hai idea di quante persone sono nella tua stessa situazione? Tantissime. Magari però te la cavi a creare suoni particolari, texture sonore pazzesche. Oppure sei abile nell’arrangiamento. Sfrutta queste cose a tuo favore. C’è la tacita condizione che chi fa musica elettronica conosce bene: quella di dover essere bravi in tutto: mixare, comporre, arrangiare, sound design, produzione, mastering. Come se il musicista completo fosse l’unico modello valido e tutto il resto fosse una forma di incompletezza. Non è assolutamente così. Proprio zero.
Questo non significa ignorare le proprie lacune. Significa capire e accettare che non tutte le lacune vanno colmate da soli. Alcune si colmano attraverso le persone giuste intorno a te. Se il mix non è il tuo punto forte, un pari che ha sviluppato quell’orecchio può compensare dove tu non arrivi. Chiedere un orecchio in più è fondamentale e, perché no, puoi fare lo stesso per lui in altro. Se la struttura armonica o la composizione ti mettono in difficoltà, qualcuno che le padroneggia può aprire possibilità che da solo non vedresti mai. Le relazioni giuste servono a costruire un sistema in cui le debolezze di uno diventano i punti di forza dell’altro e viceversa.
È esattamente così che funziona in quasi ogni altra disciplina creativa. Un regista non fa anche il direttore della fotografia. Uno scrittore ha un editor. Un architetto lavora con gli ingegneri. La collaborazione non è una scorciatoia per chi non sa fare le cose, anzi, è il modo in cui le cose complesse vengono fatte bene. La specializzazione, nel tempo, si trasforma moltissime volte nel tuo segno riconoscibile: il tuo strutturare i brani in un certo modo, il tuo modo di fare suoni è esattamente quella cosa che fa dire a chi ascolta “questo è lui” dopo tre secondi. Trovare quella cosa, svilupparla con profondità e circondarsi di persone che completano ciò che manca è una strategia molto più solida che cercare di diventare bravi in tutto. Questo lo penso davvero.
SE TI VUOI ISOLARE FALLO IN UNO SPAZIO LIMINALE
Non conoscevo la parola “liminale” fino a poco tempo fa. Eppure, è un concetto bellissimo. Esiste un momento che quasi ogni musicista conosce, anche senza avergli dato un nome. Non è il momento in cui si lavora: quello è definito, ha una direzione, ha un obiettivo. E non è il momento in cui si riposa: quello è vuoto, staccato. È il momento nel mezzo, lo spazio liminale appunto: la camminata senza destinazione precisa, il tragitto in macchina, la doccia, i minuti prima di dormire. Quello stato sospeso in cui la mente non è né concentrata né spenta è semplicemente libera di vagare. Gli psicologi lo chiamano default mode network: la rete neurale che si attiva quando non si è focalizzati su un compito specifico. È controintuitivo, ma è in quella modalità che il cervello fa alcune delle sue elaborazioni più complesse: connette informazioni distanti, risolve problemi che durante il lavoro attivo sembravano irrisolvibili, genera associazioni che la concentrazione diretta non avrebbe mai prodotto.
Quello spazio, quella soglia tra il fare e il non fare, è un territorio di transizione in cui molte cose sono sospese, in cui si è temporaneamente liberi quasi senza accorgersene. Ed è quasi sempre lì che nascono le idee migliori. Non davanti al sintetizzatore, non durante una sessione, ma dopo, o prima, o nel mezzo di qualcos’altro. Spesso, a lavoro, ho tantissimo tempo per pensare (non fraintendetemi, il mio lavoro è di concentrazione); lavorando tantissimo tempo su una cosa sola, spesso mi capita di portare i pensieri altrove, pensieri che poi sviluppano idee che probabilmente hanno bisogno di quei momenti lì, perché in altri casi difficilmente arrivano. È quasi una sorta di dormiveglia vigile, un soprappensiero, ecco. Ideare e trovare un proprio spazio liminale è quindi una pratica creativa a tutti gli effetti. Molte volte mi capita di avere idee musicali mentre vado a lavoro: a quel punto prendo il registratore del telefono e al volo fischietto o canto un motivetto, consapevole che se non lo registrassi, l’idea irrimediabilmente sparirebbe poco dopo.
BUTTATI
Buttati subito. C’è una cosa che ho imparato nel tempo, un po’ per caso e un po’ per necessità: aspettare il momento giusto è quasi sempre una scusa. Per chi come me suona sintetizzatori e aggeggi vari, questo molte volte si traduce in un problema serissimo, che in alcuni casi ti porta letteralmente a non suonare. La cosa è subdola: si chiama procrastinazione da perfezionismo. Hai mai pensato cose del tipo “finirò quel brano quando avrò sufficientemente denaro per comprare quel synth”, “aspetto quel PREAMP lì per registrare cose nuove” e via dicendo?
Come una maledizione, bisognerà aspettare di essere abbastanza bravi. Bisognerà aspettare di avere lo strumento giusto, aspettare che l’idea sia abbastanza sviluppata da meritare di essere realizzata, aspettare che qualcuno ti dica che puoi farlo. Una delle mie fisse è quella di non iniziare un video per Instagram se non ho TUTTA la scena nella mia mente. È una fissa assurda, anzi, una fossa. Se non hai tutto quello che vorresti avere: fai qualcosa lo stesso. Nessuno si accorgerà che quel sintetizzatore lì è un plugin e non quel sintetizzatore che vorresti comprare da tempo. Iniziare un progetto con un amico può essere davvero terapeutico: si possono definire tempi, darsi scadenze e obiettivi. Nessuno dei due baderà così tanto a quello che si ha in quel momento perché probabilmente il fare sarà più importante dei mezzi a disposizione. Vuoi fare una cosa un po’ pazza? Apri Instagram, cerca un musicista che ti piace e proponi una collaborazione. Io l’ho fatto qualche tempo fa girando su TikTok. Ho trovato per caso un gruppo indie e da lì abbiamo sviluppato dei brani che abbiamo anche pubblicato. Ma se non fossi uscito un attimo dalla mia comfort zone, non avrei mai concluso nulla.
Il problema della comfort zone non è che sia brutta o sbagliata. È comoda per definizione, e la comodità ha il suo valore. Il problema è che dopo un po’ smette di insegnarti qualcosa. Continui a fare le stesse cose, con gli stessi strumenti, nello stesso modo, e ti sorprendi che il risultato sia sempre uguale. Non è colpa tua è semplicemente quello che succede quando ci si ferma.
Buttarsi non significa fare cose a caso. Significa accettare di non sapere ancora come andrà a finire. Provare un genere che non hai mai esplorato, collaborare con qualcuno con un approccio completamente diverso dal tuo. Suonare uno strumento in un modo per cui non era stato pensato. Pubblicare qualcosa prima di sentirti pronto. Proprio quella roba lì che ti fa venire un po’ d’ansia è spesso la direzione giusta.
LO STRUMENTO COME APPARTENENZA AD UNA COMUNITÀ
C’è un fenomeno che chiunque frequenti le comunità musicali online ha osservato almeno una volta: lo strumento che diventa virale all’interno di un gruppo. In poco tempo, decine di persone lo comprano, lo mostrano, ci fanno video. Si crea una massa critica di contenuti, di confronti, di patch condivise. Una comunità dentro la comunità. Non è necessariamente una cosa negativa. Uno strumento condiviso crea un linguaggio comune: si può parlare di specifiche, di patch create, di problematiche e di “trucchetti”. Queste cose indubbiamente aumentano il senso di community e creano affiatamento, al punto tale che dallo strumento nascono community che parlano proprio di quello strumento. Si genera così un confronto più preciso e più fertile di quello che si avrebbe con strumenti diversi e, in certi casi, spinge a esplorare uno strumento in profondità proprio perché c’è qualcuno accanto che lo conosce quanto te e ti mostra angoli che da solo non avresti trovato.
Il rischio però esiste, ed è sottile. Quando tutti suonano lo stesso strumento nello stesso contesto, quasi sempre c’è una tendenza naturale alla convergenza estetica. Si ascoltano gli stessi suoni, si seguono gli stessi approcci, ci si confronta sempre con lo stesso riferimento. L’identità sonora individuale tende a diluirsi in quella del gruppo, non per limitazione ma quasi per osmosi. Dopo un po’ è difficile capire dove finisce l’influenza della comunità e dove inizia il proprio suono. Ti è mai successo di comprare uno strumento per sentirti partecipe di una comunità?
C’è poi una dinamica di acquisto che vale la pena nominare con onestà: a volte lo strumento viene comprato prima di tutto per appartenere, per far parte di una conversazione, per condividere un riferimento, per sentirsi dentro a qualcosa. Il senso di appartenenza ha un valore reale, molto tangibile. Ma quando l’acquisto precede l’esigenza musicale, il risultato è spesso uno strumento poco usato e una crescita che non avviene. Valuta bene quindi i pro e contro di ogni nuovo acquisto: le community dedicate a un singolo strumento sono ambienti ricchi di persone probabilmente con i tuoi stessi gusti.
IL SUONO CHE SEI LO HAI GIÀ
Il contrario di tutto quello che ti ho detto? No, assolutamente. C’è qualcosa di più profondo nel cercare il proprio suono che non riguarda solo la musica. Riguarda chi si è. Ci siamo detti che le amicizie giuste sono importanti, verissimo. La cosa più importante però sei tu. Tu devi rimanere tu.
Copiare, nel senso di inseguire sistematicamente l’identità di qualcun altro, magari di chi stimiamo perché è il nostro “idolo”, è una forma di sfiducia verso se stessi. E può risultare davvero massacrante inseguirlo perché non si arriverà mai davvero a raggiungerlo. È una posizione che logora, perché si sta sempre rincorrendo qualcosa che per definizione non si può raggiungere.
La crescita vera passa attraverso la direzione opposta. Non verso il modello da imitare, ma verso quello che si ha già e non si è ancora imparato a riconoscere. Ed è qui che le persone giuste diventano decisive in un modo che va oltre la tecnica. Chi ti conosce davvero, chi sa da dove vieni, chi ha ascoltato il tuo percorso nel tempo, può dirti qualcosa che nessun tutorial e nessun guru può dirti: continua a essere te stesso.
È un regalo raro. E si trova quasi esclusivamente in quella cerchia piccola di persone che tifano per te senza secondi fini, che ti dicono la verità quando serve, che riconoscono il tuo suono appena lo ascoltano. Costruire quella cerchia è forse la cosa più importante che un musicista possa fare per se stesso. Non il sintetizzatore giusto, non il pedale giusto, ma le persone giuste. Il resto vien da solo.
Alla prossima!