Women in Red – In prova: Gibson ES 335 TD 1960 Custom Shop – Gibson ES345 Stereo

Bruno Mazzei

 
Protagonista di un passato incredibilmente glorioso, caratterizzato da una produzione assolutamente eccelsa, anche mamma Gibson, come Fender, ha vissuto a ridosso degli anni ottanta una debugle legata alle mode del nuovo “manierismo rock” e dei suoi miti. Decennio buio nel quale imbracciare una Les Paul equivaleva a guidare un camion in una gara di Formula Uno e suonare una Stratocaster o una Tele significava sfidare a tennis un avversario “tutto carbonio ed aerodinamica” con racchetta di legno, corde di budello e scarpe in tela…

Fig.1 Women in red
 
…Ibanez, Steinberger, Hamer, Jackson, Kramer, Valley Arts, Schon e tante altre case produttrici proponevano nuove forme e materiali, erano equipaggiate con pick up iper-aggressivi, leve super tecnologiche ed avevano trasformato le Gibson in dinosauri e le Fender in due semplici pezzi di legno avvitati fra di loro con quattro viti parker, munite di pick up generatori di rumore allo stato puro e leve del vibrato –nel caso della Strato- idonee a scordare lo strumento. Il trend, insomma, innescò l’inesorabile “calo delle vendite” cui seguì crisi finanziaria, qualitativa e creativa ed i vari tentativi compiuti dalle due storiche major di stare al passo con i tempi si scontrarono con la necessità del contenimento dei costi. Necessità aggravata dal “fronte nipponico”, impenitente imitatore e sviluppatore dei progetti altrui nonché imbattibile concorrente per il costo della manodopera.

Progressivamente Fender e Gibson cominciano a perdere lo stile e la filosofia costruttiva che avevano ispirato la precedente produzione. Nel 1985 la Fender, in piena crisi finanziaria e di identità, era alle soglie del fallimento ed il marchio fu venduto dalla CBS ad un gruppo di investitori privati che fondarono il nuovo stabilimento di Brea. Nello stesso anno la Gibson, fu ceduta in blocco dal gruppo Norlin.


 
La ripresa

In particolare la Gibson sembra aver maggiormente sofferto la “china della ripresa” che, in casa Fender, è durata meno di un decennio grazie all’eccezionale visione di marketing della nuova proprietà che, in breve tempo, l’ha riportata ai vertici assoluti. Una “vision” –quella di Fender- assolutamente nitida: storia, qualità, endorsement, innovazione e segmentazione di mercato. E’ difficile stabilire quanto i produttori incidano sulle tendenze o quanto queste ultime, scaturenti da complessi intrecci sociologici, influenzino la produzione dei primi. Probabilmente la verità è nel mezzo e l’influenza è reciproca. Nel settore chitarristico si sono sommate varie circostanze. Il ritorno ai suoni “grunge”, rozzi, semplici e primitivi ha riequilibrato la ridondante e barocca complessità dei suoni anni ottanta, infarciti di tracce, immagini, orchestrazioni e sequenze: Anche una chitarra, una batteria o un sax dovevano ormai esser necessariamente campionati. E se aggiungiamo la moda del vintage ed il lievitare di prezzo raggiunto dagli strumenti elettrici d’epoca, il gioco è fatto.

Fatto sta che all’improvviso, nel mondo della sei corde, accade qualcosa: iniziano a scomparire i “bloccacorda” dalle palette, i capotasti in acciaio, i roller alle sellette, i ponti pieni di brucole. Si scopre che i “pick-up-super-palestrati” suonano uguali un po’ dovunque ed in mano a chiunque e quei tasti super jumbo agevolano solo gli amanti delle iper velocità. Già nel 1983 -ad esempio- l’ancora una volta “pioniera” Fender, lancia la serie “Vintage” che determinerà le future fortune del gruppo.
 
In casa Gibson

Come accennavamo, a metà degli anni ottanta la gloriosa fabbrica di strumenti a corda “Gibson fine guitars and mandolins” -come da un vecchio slogan aziendale- era ormai lontana dai fasti del passato caratterizzato dai pregiati intarsi in abalone, le selezionatissime essenze di provenienza africana (ebano e mogano) e canadese (acero), i piani armonici in abete “hand carved” e quelli in acero “flamed”. Dimenticate pure le verniciature nitro impeccabili, le raffinate meccaniche di produzione teutonica in multiplo bagno in oro, gli astucci in legno finemente rivestiti e cuciti o i più futuristici (e recenti) “Protector” a prova di depressurizzazione aerea. Anche le semplici bruchures a corredo dei vecchi strumenti Gibson erano un vero e proprio capolavoro, segno di prestigio del marchio, di grande attenzione ai dettagli e di “focus” sul cliente finale.

Ma all’inizio del nuovo millennio la gloriosa casa di strumenti a corda ha intrapreso una importante ristrutturazione aziendale che, a parte le incertezze produttive iniziali, l’ha riportata ai vertici mondiali come dimostra la qualità ed il pregio degli strumenti che ci accingiamo a testare.
 
ES 335 TD: Un po’ di storia

Il modello ES 335 TD (la sigla significa: Electric Spanish – 335 Dollars – Thinline Double pick up) fu introdotto nel 1958 ed è legato alla grande attenzione che la Gibson ha immediatamente rivolto alla ricerca ed allo sviluppo nel settore della chitarra elettrica. Con questo modello la casa di Kalamazoo volle coniugare i due universi della chitarra arch-top (dove era leader assoluto dai primi del ‘900) e della chitarra elettrica che proprio in quegli anni viveva la sua inesorabile ascesa.

Potremmo ritenere ingenua e pionieristica l’idea che sta alla base di questo progetto: Una arch-top elettrificata con cassa a fascia bassa per ridurre l’effetto larsen. Ma questa realizzazione è andata ben oltre le aspettative ed alla Gibson, evidentemente, sapevano cosa stavano realizzando. Il mix solid body/arch top, la selezione dei legni (multistrato d’acero per piano armonico e fondo, acero massello per fasce e blocco centrale, mogano per il manico e palissandro per la tastiera), ha introdotto un vero e proprio standard nel settore della chitarra moderna con risultati timbrico-funzionali unici. La 335 vanta la suonabilità di una solid body con action finanche bassissime, agevole accessibilità alle ultime posizioni grazie alla congiunzione del manico alla cassa al 19° tasto. Gode della silenziosità e dell’eleganza dei pick-up humbucking ed è estremamente confortevole da suonare – specie in piedi con tracolla- grazie alla sottigliezza delle fasce ed all’ampia superficie di contatto fra il generoso body e l’esecutore.

Ma la 335 è anche una arch-top. La presenza della cassa acustica (spessore 4,5 cm.) e delle classiche buche ad “f”, assicurano quel sapore “wet” ricercato soprattutto dai jazzisti. Insomma, all’alta frequenza di risonanza garantita dal blocco longitudinale acero-mogano (body/manico), incollati con sistema “bolt in” di grande robustezza (cd. long tenon), fa da contraltare la componente acustica che, sebbene anch’essa di grande rigidità strutturale (multistrato d’acero piegato a caldo), garantisce un voicing più vellutato delle solid body e l’impareggiabile possibilità di fare dell’effetto larsen un solido “alleato” artistico. Ed eccoci al punto: la ES 335 innesca. All’unisono o -a seconda delle diverse componenti ambientali- un ‘ottava sopra o su altra armonica.  In questo strumento il concetto di “sostegno” diventa qualcosa di completamente diverso e nuovo. E questa caratteristica è spiccatamente legata all’utilizzo di suoni saturi: In contesti clean anche i jazzisti hanno potuto (e possono) godere di uno strumento non permeabile alle incontrollabili risonanze delle arch-top tradizionali. Il che ha determinato l’enorme successo del progetto in un epoca in cui le amplificazioni live hanno avuto crescita esponenziale.

La caratteristiche fisiche della 335 hanno quindi messo in evidenza la sua enorme versatilità e la conseguente possibilità di impiego in qualunque genere musicale: dal jazz tradizionale al blues, dal funky, alla fusion sino al rock.

La produzione della ES335 è terminata nel 1981 (quella della 345 Stereo l’anno succesivo) ed è stata ripresa in seguito con l’introduzione della “335 Reissue”, prodotta dal 1985 a Nashville e dal 1999 nell’attuale stabilimento di Memphis.


 
Caratteristiche tecniche generali

Tipo: Semiacustica a fascia bassa e buche ad “f”. Doppia spalla mancante stile “Venetian”
Body: Laminato in tre strati a fibra contrapposta (acero/pioppo/acero). Block centrale in tre strati d’acero. Top e fondo piegati a caldo con stampo a pressione. Controfasce in acero. Binding singolo su fascia superiore ed inferiore.
Manico: Mogano in pezzo unico
Verniciatura: Nitrocellulosa
Tastiera: Palissandro con intarsi in abalone (naturale o sintetico a seconda dei periodi) nelle forme dot/block/parallelogram a seconda delle versioni/epoche.
Tasti: 22 tasti medium size in nickel/argento.
Scala: 62,9 cm
Pick up: 2 humbuking (P.A.F., Original Humbucking, Classic ’57 a seconda dei periodi di produzione. P90 in alcuni periodi/versioni).
Selettore: Toggle tre posizioni (neck – parallel neck/bridge – bridge)
Controlli: Volume/tono pick up al manico – volume/tono pick up al ponte
Paletta: In tre pezzi, inclinazione di 17°. Giglio e logo Gibson in abalone.
Meccaniche: Tre per lato, sigillate.
Capotasto: In materiale plastico.
Battipenna: Sospeso, in tre strati celluloide/plastica (nero/bianco/nero)
Hardware: Nickelato.
Ponte: Ttune-o-matic.
Attaccacorde: Stop Tailpiece.

ES 335 & ES 345: Gemelle diverse.

Le “cuginastre” di cui trattiamo appartengono, nonostante il DNA comune, ad universi produttivi abbastanza lontani. Grandi similitudini strutturali ma discrete differenze costruttive derivanti dal diverso contesto di produzione. Vediamo.

ES 335 TD 1960 (Historic Collection) 50th Anniversary Edition -V.O.S. – Antique faded cherry.

E’ abbastanza evidente come Gibson abbia seguito la “scia Fender” per riappropriarsi delle quote di mercato a suo tempo perdute: ha affidato al marchio Epiphone la produzione consumer mentre al suo interno ha affiancato una serie “Standard” ad una  produzione “Custom”. Ed anche alla Gibson da qualche tempo il Custom Shop di Memphis ha intrapreso una ricerca filologica sempre più dettagliata delle varie annate della passata produzione affiancando –utilizzando ancora la terminologia di casa Fender- modelli “NOS” (strumenti con caratteristiche di annata ma nuovi di fabbrica) a modelli “Closet” (strumenti con caratteristiche di una certa annata ma con segni –artificiali- di usura come fossero stati moderatamente utilizzati nel tempo).

Oggi trattiamo di una “Closet” di casa Gibson, che qui prende il nome “V.O.S.” La serie V.O.S. (Vintage Original Specs) si prefigge il compito di riprodurre il più fedelmente possibile le caratteristiche di uno strumento di una specifica annata, fornendolo di un’estetica ed di un feel da strumento vissuto.Devo dire che nutro idee contrastanti rispetto la strategia degli strumenti invecchiati artificialmente. Se da un lato mi infastidisce l’idea del “vintage fasullo” o del chitarrista che ostenta lo strumento sfasciato da “old man”, dall’altro devo riconoscere –mediamente- una migliore suonabilità di queste chitarre, una eccelsa sensazione “tattile”, oltre che un indubbio fascino estetico che elimina l’impressione fredda e “vetrosa” degli strumenti “hi gloss” nuovi di fabbrica. Inoltre queste edizioni, di massima, utilizzano materiali selezionati e di qualità.

La chitarra in prova è nuova di zecca ed è datata dalla fabbrica 20 Maggio 2010. E’ una riedizione della ES 335 TD prodotta verso la metà del 1960 ed è inoltre un modello celebrativo dei cinquant’anni di produzione. Viene fornita con certificato di autenticità rilasciato dal Custom Shop. Dal punto di vista filologico si presenta molto fedele all’originale del 1960 anche se in realtà le 335 del ’60 differenziavano da quelle degli anni precedenti esclusivamente per il manico slim, la disponibilità delle nuove colorazioni “natural” e “cherry” (in aggiunta al sunburst originario) e le manopole dei potenziometri con cover superiore a specchio (Fig.1).

Questa “Faded Cherry” (letteralmente: rosso ciliegia sbiadito) è mooooolto bella e riproduce con incredibile fedeltà l’ossidazione di una chitarra con cinquant’anni di vita. Del pari l’harware nikelato evidenzia l’ossidazione ed i micro-graffi provocati da una pluridecennale attività di pulizia. (Fig.2 e Fig.3)

Ottima la fattura delle curvature di piano armonico e fondo: da qualche anno la Gibson sembrava averne completamente perso la ricetta (Fig.4). La lucidatura “semi gloss”  (sorry… Faded) appare leggera e ben eseguita ed il fondo sottostante lascia trasparire le leggere venature dell’acero: uno spettacolo!

Ulteriore plauso va fatto alla gradazione dello cherry: era dai tempi di Kalamazoo che non si vedeva più un “rosso ciliegia” dignitoso ma improbabili finiture rosse di scarsa eleganza. Insomma: 10 e lode per il look  (Fig.5).

Lo strumento si presenta piuttosto leggero (poco meno di 3,6 Kg) e colpisce subito per la notevole acusticità da spento. Il modello non riporta il nr. di serie sul retro della paletta (come da produzione di quegli anni) ma solo sull’etichetta all’interno del body e sulla documentazione fornita a corredo (Fig.6).
Caratteristica principale, come detto, è il tipico manico sottile (slim taper neck) che ha caratterizzato la produzione Gibson anni ’60 in forza dell’allora crescente domanda di chitarre  “fast” e con manici sufficientemente robusti per sostenere cordiere a scalatura leggera: Forse in quegli anni iniziava l’epoca del rock? Il modello a disposizione presenta una action non proprio bassissima ma, del pari, una notevole morbidezza e facilità esecutiva.

Vista la classe dello strumento, ho abbassato l’altezza delle corde -senza dover agire sul truss rod-  e lo strumento non ha palesato nessun difetto di tastiera e nessuna diminuzione timbrica o di volume.(Fig.7)

Come molte Gibson dotate di humbuking, anche questo modello presenta la fastidiosa inclinazione dei pick up (specie quello al manico) dovuta all’accoppiamento dei mounting ring (piatti) al top (carved). Per mia personale fissazione, mi sono armato di microtrapano Dremel, piccole teste abrasive e di lucidatura, di tanta pazienza ed ho sagomato i citati supporti di plastica conformandoli al body. Ho evitato, insomma, la tecnica “veloce” di piegare con una pinza le staffette di ancoraggio poste alla base dei pick up ed ho reso i due trasduttori perfettamente paralleli al telo delle corde. La mia percezione è stata quella di un discreto recupero timbrico generale (Fig.8). A proposito: i pick-up sono gli eccelsi Classic ’57… tutto perfetto se non fosse che nel 1957 il modello in questione non esisteva ancora…

La suonabilità:

La leggerezza complessiva rende comoda questa chitarra anche da seduti ed il fastidioso sbilanciamento dal lato del body -tipico delle 335- è del tutto trascurabile. In piedi e con tracolla, gli amanti di questo genere di strumento troveranno il massimo del comfort. Il manico è davvero sottile anche se, personalmente, preferisco manici medium-fat. Questo slim neck, fra l’altro, è davvero …slim!! (Fig.9)

e la sua sezione sembra l’unica imperfezione filologica compiuta dal Custom Shop Gibson: I rari strumenti anni sessanta che ho avuto modo di provare evidenziavano sempre un pronunciato “C neck”, mentre la sezione del manico di questa riedizione ha una tendenziale sezione a “D”. Finemente riprodotta, invece, la forma del tacco ed il suo sottile sbalzo di congiuntura al corpo. Particolari, questi, che ci risparmiano l’inestetico e massiccio tacco a semicerchio della produzione più recente (Fig.10).
Per il resto, la finitura “aged” infonde una generale sensazione di familiarità e di benessere al contatto: Da vera e propria chitarra “posseduta da sempre”.
 

 

Inseriamo il jack negli ampli:

La chitarra è stata testata con il (mio solito) Fender Hot Rod Deluxe, con un Fender Twin Reverb, un Fender Deluxe Reverb e con un Mesa Boogie Lone Star. Per i distorti ho utilizzato un VoodooLab Sparkle Drive ed un Radial Trimode. Il cavo utilizzato è stato il Reference e le corde D’Addario 0.10/46.

Va subito detto che gli ampli Fender (specie l’Hot Rod che qui fa sentire tutti i suoi limiti strutturali) mal digeriscono gli humbuking specie ad alto volume: Figurarsi ad utilizzare un semplice Wha. Consapevoli di ciò siamo andati avanti comunque, diminuendo talora il volume della chitarra ed ignorando i vari crunch “sgraziati” che venivano fuori ad una semplice plettrata più forte. Molto meglio il Mesa che, però, non suona Fender… specie in gamma bassa.

I suoni puliti: il settaggio di fabbrica dello strumento (action alta e pick up inclinati e molto bassi) ha fornito una iniziale sensazione di chiarezza timbrica, lontana dal “vocione” tenorile tipico delle Gibson. Dopo le varie regolazioni la situazione è decisamente migliorata. La voce di questa 335 è diversa da quella delle sorelle della serie standard di qualche tempo fa ed è caratterizzata da una particolare enfasi delle frequenze medio-alte. Una generale brillantezza che tuttavia non si trasforma mai in acidità timbrica in quanto la voce dello strumento resta sempre levigata e morbida grazie alla buona acustica naturale. Non dimentichiamo poi che questa VOS è nuova di fabbrica. Imputo in gran parte il risultato timbrico descritto all’utilizzo dello slim neck accoppiato ad una cassa acustica leggera e risonante. Infatti provando anche una 335 Custom Shop riedizione del ’59 con fat neck (anch’essa di produzione 2010), è risulta essere decisamente più baritonale.

Per ulteriori considerazioni timbriche rimando alla parte comparativa con la ES 345 Stereo che, a parità di pick-up ma con manico medium-fat e cassa più pesante, risulta suonare in modo abbastanza differente. In questa sede basti comunque dire che il calore in questa Gibson ’60 c’è tutto anche se lo strumento strizza l’occhio più al jazz-blues di Carlton che al sound profondo e scuro dei bopper della tradizione.
 
I distorti

Non ho ritenuto testare questo strumento con ampli hi-gain, nonostante la redazione li avesse resi disponibili. La vocazione “fusion” di questa chitarra non me lo ha suggerito. Ho utilizzato un overdrive e, per mero dovere di cronaca, un distorsore ma il mio gusto personale mi ha fatto prediligere nettamente il primo. Ritengo, infatti, che la 335 spinta molto in distorsione perda personalità dinamica e, proprio per la sua componente acustica, diventi espressivamente confusa. Insomma esagerando con il distorsore trovo la 335 poco controllabile e a tratti fastidiosa. Tutt’altra storia in ambito crunch dove “la signora” sussurra, grida ed innesca a piacimento rispondendo al plettro in modo ineccepibile. Ascoltando questa Custom Shop in saturazione mi è tornato spesso in mente (se non fosse per l’esecutore) Larry Carlton con il suo suono denso e nasale, quasi da voce nel…megafono: Ascoltate il live con Lukater, confrontate le rispettive timbriche e…cercate di capirmi…

In conclusione

Questa riedizione è uno strumento fantastico. Dati tecnici ed estetici a parte, ne ho potuto apprezzare le notevolissime doti dinamiche facilitate da una acustica naturale “out of standards” ed  agevolate da una tastiera impeccabile che non evidenzia difetti (Fig.11).
 

 
Come tutti gli strumenti di gran qualità ha un grande bilanciamento, sia fra le corde (bassi e cantini) che nelle varie posizioni della tastiera. Se il “vintage fasullo” della serie V.O.S. et similia ci lascia in preda al dubbio di essere vittime di una spudorata operazione di marketing, resta la consolazione della sostanza che in strumenti come quello in prova è davvero molta.

ES 345 TD Stereo Faded Red


Come accennato, nel 1999 la produzione della serie ES è stata trasferita da Nashville ai nuovi stabilimenti di Memphis e qui sembra essersi ripetuto ciò che già accadde nel 1985 nel precedente trasferimento Kalamazoo-Nashville. Le prime produzioni Memphis mi hanno lasciato davvero molto perplesso, sia per le geometrie generali degli strumenti che per le finiture davvero modeste: sembrava di imbracciare strumenti economici di altra marca. E’ evidente che il tutto sia stato dovuto ad un iniziale “rodaggio” del nuovo stabilimento, dei macchinari e delle maestranze. La qualità è rapidamente migliorata sino agli attuali livelli di (quasi) eccellenza.

La 345 Stereo in prova è stata fabbricata nel 2003 e ritengo sia un modello di transizione in quanto inizialmente prodotto come semplice “reissue” e di li a poco scomparso dal catalogo per riapparire per qualche tempo nella produzione “Historic Collection” del Custom Shop. Il sospetto è confermato da altri indizi come l’astuccio che riporta la scritta “B.B.King” (carenza di astucci,  incertezze di marketing o tentativo di unificare con grossolana semplificazione i due strumenti?) ed il fatto che la stessa B.B. King Signature “Lucille” (che poco ha a che fare con la ES 345 Stereo) è stata prodotta anch’essa a fasi alterne per poi approdare autonomamente nel catalogo del Custom Shop. Ascriverei quindi questo esemplare alla seconda produzione Memphis, ovvero a quella qualitativamente superiore rispetto alla fase di  start up ma non ancora nelle mani dei “Master Builders” del Custom Shop Memphis. Nell’anno in corso, infine, non ho trovato più traccia di questo modello nei cataloghi della casa. Storicamente la 345 Stereo nasce come versione più rifinita della 335.
 
Le differenze salienti fra i due modelli in prova possono così riassumersi:

•    Hardware dorato;
•    Doppio binding su top e fondo;
•    Battipenna lungo;
•    Segnatasti “parallelogram”;
•    Possibilità di splittare i due pick-up su due amplificatori diversi tramite un doppio jack di ingresso, ferma restando la possibilità di utilizzare la circuitazione standard utilizzando un unico jack;
•    Presenza del “Variatone”, dispositivo switch a 6 posizioni per diverse configurazioni/filtraggi dei pick up. (Fig. 12,13,14,15)
 


 
Lo strumento in prova, estremamente accattivante per il contrasto cromatico fra la finitura rosso vivo e l’harware dorato,(Fig.16) è quindi una “reissue” prodotta a Memphis. Siamo lontani dalle ricercatezze filologiche della cugina V.O.S. (valga per tutte la colorazione “red” ben lontana dallo cherry delle 345 Stereo d’epoca) ma siamo di fronte ad un oggetto davvero bello e ben realizzato.
 

 
Come accennato, il peso è maggiore rispetto alla VOS (3,9Kg ca.) ed il suono da spento, pur sufficientemente generoso, è sensibilmente inferiore in volume e riproduzione di bassi. Ovviamente sul peso complessivo incide la presenza dell’ulteriore hardware (Vaiatone, doppio jack di ingresso, ulteriore cablaggi interni e battipenna lungo) ma lo stesso non è tale da giustificare gli oltre trecento grammi di differenza. Discreto il bilanciamento da seduti ma non come per la V.O.S. Il manico è un medium-fat, anch’esso con sezione lievemente a “D”. La tastiera è precisa (non come la VOS) ed anche qui sono consentite action piuttosto basse. I tasti sono più alti rispetto alla 335 ‘60, hanno bordi spigolosi, poco smussati e a sezione quadrata: Bisogna abituarsi ad una iniziale sensazione di fastidio; la loro posatura mostra qualche rara e trascurabile pecca. Idem gli intarsi “parallelogram” che riportano qualche sporadica stuccatura (Fig.17).
 

 
La scolpitura del top e del fondo è piuttosto “plane” ed un po’ anonima: Nulla a che vedere con la sinuosa 335 del Custom Shop.
Come accennato, i pick up sono identici alla “Cherry” del ‘60 (Classic ’57).

I suoni puliti

Il maggior peso, la più generosa vernice “hi gloss”, conferiscono allo strumento un feel più elettrico che semi-acustico anche se, paradossalmente, questa ES345, vuoi per gli anni di servizio, vuoi per il generoso manico in mogano, ha davvero tanti bassi  da elettrificata. La voce complessiva è “molto Gibson” nel senso di una decisa proiezione in gamma medio-bassa con timbriche scure e vellutate che la avvicinano maggiormente al versante jazz che a quello blues. Un merito –questo- che si sconta decisamente in termini di versatilità; accompagnare con questa chitarra in una ritmica funky, ad esempio, è davvero difficile a meno di non abbassare il volume per diminuire il segnale d’uscita: Gli ampli Fender vanno in totale crisi. La costruzione “pesante” –inoltre- incide decisamente sulla dinamica dello strumento che resta decisamente a favore della V.O.S.  Quest’ultima, in fatto di dinamica, non conosce limiti di espressione anche con pennate da… corde spezzate. A proposito delle differenze timbrico/costruttive fra le due “old ladies”, va rilevato che mentre la serie 335 ha i due grani di sostegno del ponte tune-o-matic direttamente avvitati nel top, la 345 presenta due boccole femmina in ottone inserite a pressione in due fori appositamente torniti sul piano armonico con sistema di tenuta “millerighe”. In pratica le vibrazioni trasmesse dal tune-o-matic sono “filtrate”  da queste due piccole masse che conferiscono alla 345 maggior linearità a discapito delle escursioni dinamiche e delle sfumature espressive. Parliamo comunque di dettagli (Fig.18).
 

 
I distorti

Analoghe sono le considerazioni rispetto alla 335 per quanto concerne l’utilizzo dei distorsori piuttosto che di overdrive. Nonostante il carattere maggiormente “elettrico”, l’abbondanza di frequenze basse ed il correlativo minor equilibrio bassi-cantini, rende  i suoni hi gain ancor meno praticabili: Un semplice TS9 (nella prova ho utilizzato uno Sparkle Drive della VoodooLab) basta ed avanza per tirare fuori lo spirito dello strumento. In queste condizioni anche questa 345 suona alla grande, forse con meno personalità della più blasonata cugina ma con eguale (e forse maggiore) aggressività e spessore in basso.

La fine della storia

Eh…si… una Gibson è sempre una Gibson e queste due splendide signore dal loock un po’ attempato -ma di gran classe- ne sono la riprova. Se la volessi fare semplice direi che parliamo di strumenti robusti ed affidabili, professionali e dal gran suono. Se volessi invece ragionare d’altro, direi che è encomiabile il fatto che il mercato sia rimasto tanto legato (o sia tornato a legarsi) a queste chitarre “old fashion” che al di la del valore intrinseco, progettuale e timbrico, appaiono in decisa controtendenza al concetto di modernità. Ed è pure encomiabile lo sforzo dei produttori che sono riusciti ad offrire al mercato riproduzioni d’epoca a volte maniacali, simulando –in alcuni casi- finanche le bruciature di una sigaretta mantenuta ferma fra il mi basso e la paletta a causa del chitarrista con le mani impegnate a suonare. Ma il business fa questo ed altro e crea – se necessario- tutti i sapori. E li crea ad ogni costo, anche se il “vecchio” liutaio con il grembiule imbrattato di colla e polvere, ricurvo a scolpire ed intarsiare deve essere sostituito da una macchina a controllo numerico.

Si ringrazia Paolo Colacicco fer il reportage fotografico e l’impaginazione grafica  www.djfresella.it 
Protagonista di un passato incredibilmente glorioso, caratterizzato da una produzione assolutamente eccelsa, anche mamma Gibson, come Fender, ha vissuto a ridosso degli anni ottanta una debugle legata alle mode del nuovo “manierismo rock” e dei suoi miti. Decennio buio nel quale imbracciare una Les Paul equivaleva a guidare un camion in una gara di Formula Uno e suonare una Stratocaster o una Tele significava sfidare a tennis un avversario “tutto carbonio ed aerodinamica” con racchetta di legno, corde di budello e scarpe in tela…

Fig.1 Women in red
 
…Ibanez, Steinberger, Hamer, Jackson, Kramer, Valley Arts, Schon e tante altre case produttrici proponevano nuove forme e materiali, erano equipaggiate con pick up iper-aggressivi, leve super tecnologiche ed avevano trasformato le Gibson in dinosauri e le Fender in due semplici pezzi di legno avvitati fra di loro con quattro viti parker, munite di pick up generatori di rumore allo stato puro e leve del vibrato –nel caso della Strato- idonee a scordare lo strumento. Il trend, insomma, innescò l’inesorabile “calo delle vendite” cui seguì crisi finanziaria, qualitativa e creativa ed i vari tentativi compiuti dalle due storiche major di stare al passo con i tempi si scontrarono con la necessità del contenimento dei costi. Necessità aggravata dal “fronte nipponico”, impenitente imitatore e sviluppatore dei progetti altrui nonché imbattibile concorrente per il costo della manodopera.

Progressivamente Fender e Gibson cominciano a perdere lo stile e la filosofia costruttiva che avevano ispirato la precedente produzione. Nel 1985 la Fender, in piena crisi finanziaria e di identità, era alle soglie del fallimento ed il marchio fu venduto dalla CBS ad un gruppo di investitori privati che fondarono il nuovo stabilimento di Brea. Nello stesso anno la Gibson, fu ceduta in blocco dal gruppo Norlin.


 
La ripresa

In particolare la Gibson sembra aver maggiormente sofferto la “china della ripresa” che, in casa Fender, è durata meno di un decennio grazie all’eccezionale visione di marketing della nuova proprietà che, in breve tempo, l’ha riportata ai vertici assoluti. Una “vision” –quella di Fender- assolutamente nitida: storia, qualità, endorsement, innovazione e segmentazione di mercato. E’ difficile stabilire quanto i produttori incidano sulle tendenze o quanto queste ultime, scaturenti da complessi intrecci sociologici, influenzino la produzione dei primi. Probabilmente la verità è nel mezzo e l’influenza è reciproca. Nel settore chitarristico si sono sommate varie circostanze. Il ritorno ai suoni “grunge”, rozzi, semplici e primitivi ha riequilibrato la ridondante e barocca complessità dei suoni anni ottanta, infarciti di tracce, immagini, orchestrazioni e sequenze: Anche una chitarra, una batteria o un sax dovevano ormai esser necessariamente campionati. E se aggiungiamo la moda del vintage ed il lievitare di prezzo raggiunto dagli strumenti elettrici d’epoca, il gioco è fatto.

Fatto sta che all’improvviso, nel mondo della sei corde, accade qualcosa: iniziano a scomparire i “bloccacorda” dalle palette, i capotasti in acciaio, i roller alle sellette, i ponti pieni di brucole. Si scopre che i “pick-up-super-palestrati” suonano uguali un po’ dovunque ed in mano a chiunque e quei tasti super jumbo agevolano solo gli amanti delle iper velocità. Già nel 1983 -ad esempio- l’ancora una volta “pioniera” Fender, lancia la serie “Vintage” che determinerà le future fortune del gruppo.
 
In casa Gibson

Come accennavamo, a metà degli anni ottanta la gloriosa fabbrica di strumenti a corda “Gibson fine guitars and mandolins” -come da un vecchio slogan aziendale- era ormai lontana dai fasti del passato caratterizzato dai pregiati intarsi in abalone, le selezionatissime essenze di provenienza africana (ebano e mogano) e canadese (acero), i piani armonici in abete “hand carved” e quelli in acero “flamed”. Dimenticate pure le verniciature nitro impeccabili, le raffinate meccaniche di produzione teutonica in multiplo bagno in oro, gli astucci in legno finemente rivestiti e cuciti o i più futuristici (e recenti) “Protector” a prova di depressurizzazione aerea. Anche le semplici bruchures a corredo dei vecchi strumenti Gibson erano un vero e proprio capolavoro, segno di prestigio del marchio, di grande attenzione ai dettagli e di “focus” sul cliente finale.

Ma all’inizio del nuovo millennio la gloriosa casa di strumenti a corda ha intrapreso una importante ristrutturazione aziendale che, a parte le incertezze produttive iniziali, l’ha riportata ai vertici mondiali come dimostra la qualità ed il pregio degli strumenti che ci accingiamo a testare.
 
ES 335 TD: Un po’ di storia

Il modello ES 335 TD (la sigla significa: Electric Spanish – 335 Dollars – Thinline Double pick up) fu introdotto nel 1958 ed è legato alla grande attenzione che la Gibson ha immediatamente rivolto alla ricerca ed allo sviluppo nel settore della chitarra elettrica. Con questo modello la casa di Kalamazoo volle coniugare i due universi della chitarra arch-top (dove era leader assoluto dai primi del ‘900) e della chitarra elettrica che proprio in quegli anni viveva la sua inesorabile ascesa.

Potremmo ritenere ingenua e pionieristica l’idea che sta alla base di questo progetto: Una arch-top elettrificata con cassa a fascia bassa per ridurre l’effetto larsen. Ma questa realizzazione è andata ben oltre le aspettative ed alla Gibson, evidentemente, sapevano cosa stavano realizzando. Il mix solid body/arch top, la selezione dei legni (multistrato d’acero per piano armonico e fondo, acero massello per fasce e blocco centrale, mogano per il manico e palissandro per la tastiera), ha introdotto un vero e proprio standard nel settore della chitarra moderna con risultati timbrico-funzionali unici. La 335 vanta la suonabilità di una solid body con action finanche bassissime, agevole accessibilità alle ultime posizioni grazie alla congiunzione del manico alla cassa al 19° tasto. Gode della silenziosità e dell’eleganza dei pick-up humbucking ed è estremamente confortevole da suonare – specie in piedi con tracolla- grazie alla sottigliezza delle fasce ed all’ampia superficie di contatto fra il generoso body e l’esecutore.

Ma la 335 è anche una arch-top. La presenza della cassa acustica (spessore 4,5 cm.) e delle classiche buche ad “f”, assicurano quel sapore “wet” ricercato soprattutto dai jazzisti. Insomma, all’alta frequenza di risonanza garantita dal blocco longitudinale acero-mogano (body/manico), incollati con sistema “bolt in” di grande robustezza (cd. long tenon), fa da contraltare la componente acustica che, sebbene anch’essa di grande rigidità strutturale (multistrato d’acero piegato a caldo), garantisce un voicing più vellutato delle solid body e l’impareggiabile possibilità di fare dell’effetto larsen un solido “alleato” artistico. Ed eccoci al punto: la ES 335 innesca. All’unisono o -a seconda delle diverse componenti ambientali- un ‘ottava sopra o su altra armonica.  In questo strumento il concetto di “sostegno” diventa qualcosa di completamente diverso e nuovo. E questa caratteristica è spiccatamente legata all’utilizzo di suoni saturi: In contesti clean anche i jazzisti hanno potuto (e possono) godere di uno strumento non permeabile alle incontrollabili risonanze delle arch-top tradizionali. Il che ha determinato l’enorme successo del progetto in un epoca in cui le amplificazioni live hanno avuto crescita esponenziale.

La caratteristiche fisiche della 335 hanno quindi messo in evidenza la sua enorme versatilità e la conseguente possibilità di impiego in qualunque genere musicale: dal jazz tradizionale al blues, dal funky, alla fusion sino al rock.

La produzione della ES335 è terminata nel 1981 (quella della 345 Stereo l’anno succesivo) ed è stata ripresa in seguito con l’introduzione della “335 Reissue”, prodotta dal 1985 a Nashville e dal 1999 nell’attuale stabilimento di Memphis.


 
Caratteristiche tecniche generali

Tipo: Semiacustica a fascia bassa e buche ad “f”. Doppia spalla mancante stile “Venetian”
Body: Laminato in tre strati a fibra contrapposta (acero/pioppo/acero). Block centrale in tre strati d’acero. Top e fondo piegati a caldo con stampo a pressione. Controfasce in acero. Binding singolo su fascia superiore ed inferiore.
Manico: Mogano in pezzo unico
Verniciatura: Nitrocellulosa
Tastiera: Palissandro con intarsi in abalone (naturale o sintetico a seconda dei periodi) nelle forme dot/block/parallelogram a seconda delle versioni/epoche.
Tasti: 22 tasti medium size in nickel/argento.
Scala: 62,9 cm
Pick up: 2 humbuking (P.A.F., Original Humbucking, Classic ’57 a seconda dei periodi di produzione. P90 in alcuni periodi/versioni).
Selettore: Toggle tre posizioni (neck – parallel neck/bridge – bridge)
Controlli: Volume/tono pick up al manico – volume/tono pick up al ponte
Paletta: In tre pezzi, inclinazione di 17°. Giglio e logo Gibson in abalone.
Meccaniche: Tre per lato, sigillate.
Capotasto: In materiale plastico.
Battipenna: Sospeso, in tre strati celluloide/plastica (nero/bianco/nero)
Hardware: Nickelato.
Ponte: Ttune-o-matic.
Attaccacorde: Stop Tailpiece.

ES 335 & ES 345: Gemelle diverse.

Le “cuginastre” di cui trattiamo appartengono, nonostante il DNA comune, ad universi produttivi abbastanza lontani. Grandi similitudini strutturali ma discrete differenze costruttive derivanti dal diverso contesto di produzione. Vediamo.

ES 335 TD 1960 (Historic Collection) 50th Anniversary Edition -V.O.S. – Antique faded cherry.

E’ abbastanza evidente come Gibson abbia seguito la “scia Fender” per riappropriarsi delle quote di mercato a suo tempo perdute: ha affidato al marchio Epiphone la produzione consumer mentre al suo interno ha affiancato una serie “Standard” ad una  produzione “Custom”. Ed anche alla Gibson da qualche tempo il Custom Shop di Memphis ha intrapreso una ricerca filologica sempre più dettagliata delle varie annate della passata produzione affiancando –utilizzando ancora la terminologia di casa Fender- modelli “NOS” (strumenti con caratteristiche di annata ma nuovi di fabbrica) a modelli “Closet” (strumenti con caratteristiche di una certa annata ma con segni –artificiali- di usura come fossero stati moderatamente utilizzati nel tempo).

Oggi trattiamo di una “Closet” di casa Gibson, che qui prende il nome “V.O.S.” La serie V.O.S. (Vintage Original Specs) si prefigge il compito di riprodurre il più fedelmente possibile le caratteristiche di uno strumento di una specifica annata, fornendolo di un’estetica ed di un feel da strumento vissuto.Devo dire che nutro idee contrastanti rispetto la strategia degli strumenti invecchiati artificialmente. Se da un lato mi infastidisce l’idea del “vintage fasullo” o del chitarrista che ostenta lo strumento sfasciato da “old man”, dall’altro devo riconoscere –mediamente- una migliore suonabilità di queste chitarre, una eccelsa sensazione “tattile”, oltre che un indubbio fascino estetico che elimina l’impressione fredda e “vetrosa” degli strumenti “hi gloss” nuovi di fabbrica. Inoltre queste edizioni, di massima, utilizzano materiali selezionati e di qualità.

La chitarra in prova è nuova di zecca ed è datata dalla fabbrica 20 Maggio 2010. E’ una riedizione della ES 335 TD prodotta verso la metà del 1960 ed è inoltre un modello celebrativo dei cinquant’anni di produzione. Viene fornita con certificato di autenticità rilasciato dal Custom Shop. Dal punto di vista filologico si presenta molto fedele all’originale del 1960 anche se in realtà le 335 del ’60 differenziavano da quelle degli anni precedenti esclusivamente per il manico slim, la disponibilità delle nuove colorazioni “natural” e “cherry” (in aggiunta al sunburst originario) e le manopole dei potenziometri con cover superiore a specchio (Fig.1).

Questa “Faded Cherry” (letteralmente: rosso ciliegia sbiadito) è mooooolto bella e riproduce con incredibile fedeltà l’ossidazione di una chitarra con cinquant’anni di vita. Del pari l’harware nikelato evidenzia l’ossidazione ed i micro-graffi provocati da una pluridecennale attività di pulizia. (Fig.2 e Fig.3)

Ottima la fattura delle curvature di piano armonico e fondo: da qualche anno la Gibson sembrava averne completamente perso la ricetta (Fig.4). La lucidatura “semi gloss”  (sorry… Faded) appare leggera e ben eseguita ed il fondo sottostante lascia trasparire le leggere venature dell’acero: uno spettacolo!

Ulteriore plauso va fatto alla gradazione dello cherry: era dai tempi di Kalamazoo che non si vedeva più un “rosso ciliegia” dignitoso ma improbabili finiture rosse di scarsa eleganza. Insomma: 10 e lode per il look  (Fig.5).

Lo strumento si presenta piuttosto leggero (poco meno di 3,6 Kg) e colpisce subito per la notevole acusticità da spento. Il modello non riporta il nr. di serie sul retro della paletta (come da produzione di quegli anni) ma solo sull’etichetta all’interno del body e sulla documentazione fornita a corredo (Fig.6).
Caratteristica principale, come detto, è il tipico manico sottile (slim taper neck) che ha caratterizzato la produzione Gibson anni ’60 in forza dell’allora crescente domanda di chitarre  “fast” e con manici sufficientemente robusti per sostenere cordiere a scalatura leggera: Forse in quegli anni iniziava l’epoca del rock? Il modello a disposizione presenta una action non proprio bassissima ma, del pari, una notevole morbidezza e facilità esecutiva.

Vista la classe dello strumento, ho abbassato l’altezza delle corde -senza dover agire sul truss rod-  e lo strumento non ha palesato nessun difetto di tastiera e nessuna diminuzione timbrica o di volume.(Fig.7)

Come molte Gibson dotate di humbuking, anche questo modello presenta la fastidiosa inclinazione dei pick up (specie quello al manico) dovuta all’accoppiamento dei mounting ring (piatti) al top (carved). Per mia personale fissazione, mi sono armato di microtrapano Dremel, piccole teste abrasive e di lucidatura, di tanta pazienza ed ho sagomato i citati supporti di plastica conformandoli al body. Ho evitato, insomma, la tecnica “veloce” di piegare con una pinza le staffette di ancoraggio poste alla base dei pick up ed ho reso i due trasduttori perfettamente paralleli al telo delle corde. La mia percezione è stata quella di un discreto recupero timbrico generale (Fig.8). A proposito: i pick-up sono gli eccelsi Classic ’57… tutto perfetto se non fosse che nel 1957 il modello in questione non esisteva ancora…

La suonabilità:

La leggerezza complessiva rende comoda questa chitarra anche da seduti ed il fastidioso sbilanciamento dal lato del body -tipico delle 335- è del tutto trascurabile. In piedi e con tracolla, gli amanti di questo genere di strumento troveranno il massimo del comfort. Il manico è davvero sottile anche se, personalmente, preferisco manici medium-fat. Questo slim neck, fra l’altro, è davvero …slim!! (Fig.9)

e la sua sezione sembra l’unica imperfezione filologica compiuta dal Custom Shop Gibson: I rari strumenti anni sessanta che ho avuto modo di provare evidenziavano sempre un pronunciato “C neck”, mentre la sezione del manico di questa riedizione ha una tendenziale sezione a “D”. Finemente riprodotta, invece, la forma del tacco ed il suo sottile sbalzo di congiuntura al corpo. Particolari, questi, che ci risparmiano l’inestetico e massiccio tacco a semicerchio della produzione più recente (Fig.10).
Per il resto, la finitura “aged” infonde una generale sensazione di familiarità e di benessere al contatto: Da vera e propria chitarra “posseduta da sempre”.
 

 

Inseriamo il jack negli ampli:

La chitarra è stata testata con il (mio solito) Fender Hot Rod Deluxe, con un Fender Twin Reverb, un Fender Deluxe Reverb e con un Mesa Boogie Lone Star. Per i distorti ho utilizzato un VoodooLab Sparkle Drive ed un Radial Trimode. Il cavo utilizzato è stato il Reference e le corde D’Addario 0.10/46.

Va subito detto che gli ampli Fender (specie l’Hot Rod che qui fa sentire tutti i suoi limiti strutturali) mal digeriscono gli humbuking specie ad alto volume: Figurarsi ad utilizzare un semplice Wha. Consapevoli di ciò siamo andati avanti comunque, diminuendo talora il volume della chitarra ed ignorando i vari crunch “sgraziati” che venivano fuori ad una semplice plettrata più forte. Molto meglio il Mesa che, però, non suona Fender… specie in gamma bassa.

I suoni puliti: il settaggio di fabbrica dello strumento (action alta e pick up inclinati e molto bassi) ha fornito una iniziale sensazione di chiarezza timbrica, lontana dal “vocione” tenorile tipico delle Gibson. Dopo le varie regolazioni la situazione è decisamente migliorata. La voce di questa 335 è diversa da quella delle sorelle della serie standard di qualche tempo fa ed è caratterizzata da una particolare enfasi delle frequenze medio-alte. Una generale brillantezza che tuttavia non si trasforma mai in acidità timbrica in quanto la voce dello strumento resta sempre levigata e morbida grazie alla buona acustica naturale. Non dimentichiamo poi che questa VOS è nuova di fabbrica. Imputo in gran parte il risultato timbrico descritto all’utilizzo dello slim neck accoppiato ad una cassa acustica leggera e risonante. Infatti provando anche una 335 Custom Shop riedizione del ’59 con fat neck (anch’essa di produzione 2010), è risulta essere decisamente più baritonale.

Per ulteriori considerazioni timbriche rimando alla parte comparativa con la ES 345 Stereo che, a parità di pick-up ma con manico medium-fat e cassa più pesante, risulta suonare in modo abbastanza differente. In questa sede basti comunque dire che il calore in questa Gibson ’60 c’è tutto anche se lo strumento strizza l’occhio più al jazz-blues di Carlton che al sound profondo e scuro dei bopper della tradizione.
 
I distorti

Non ho ritenuto testare questo strumento con ampli hi-gain, nonostante la redazione li avesse resi disponibili. La vocazione “fusion” di questa chitarra non me lo ha suggerito. Ho utilizzato un overdrive e, per mero dovere di cronaca, un distorsore ma il mio gusto personale mi ha fatto prediligere nettamente il primo. Ritengo, infatti, che la 335 spinta molto in distorsione perda personalità dinamica e, proprio per la sua componente acustica, diventi espressivamente confusa. Insomma esagerando con il distorsore trovo la 335 poco controllabile e a tratti fastidiosa. Tutt’altra storia in ambito crunch dove “la signora” sussurra, grida ed innesca a piacimento rispondendo al plettro in modo ineccepibile. Ascoltando questa Custom Shop in saturazione mi è tornato spesso in mente (se non fosse per l’esecutore) Larry Carlton con il suo suono denso e nasale, quasi da voce nel…megafono: Ascoltate il live con Lukater, confrontate le rispettive timbriche e…cercate di capirmi…

In conclusione

Questa riedizione è uno strumento fantastico. Dati tecnici ed estetici a parte, ne ho potuto apprezzare le notevolissime doti dinamiche facilitate da una acustica naturale “out of standards” ed  agevolate da una tastiera impeccabile che non evidenzia difetti (Fig.11).
 

 
Come tutti gli strumenti di gran qualità ha un grande bilanciamento, sia fra le corde (bassi e cantini) che nelle varie posizioni della tastiera. Se il “vintage fasullo” della serie V.O.S. et similia ci lascia in preda al dubbio di essere vittime di una spudorata operazione di marketing, resta la consolazione della sostanza che in strumenti come quello in prova è davvero molta.

ES 345 TD Stereo Faded Red


Come accennato, nel 1999 la produzione della serie ES è stata trasferita da Nashville ai nuovi stabilimenti di Memphis e qui sembra essersi ripetuto ciò che già accadde nel 1985 nel precedente trasferimento Kalamazoo-Nashville. Le prime produzioni Memphis mi hanno lasciato davvero molto perplesso, sia per le geometrie generali degli strumenti che per le finiture davvero modeste: sembrava di imbracciare strumenti economici di altra marca. E’ evidente che il tutto sia stato dovuto ad un iniziale “rodaggio” del nuovo stabilimento, dei macchinari e delle maestranze. La qualità è rapidamente migliorata sino agli attuali livelli di (quasi) eccellenza.

La 345 Stereo in prova è stata fabbricata nel 2003 e ritengo sia un modello di transizione in quanto inizialmente prodotto come semplice “reissue” e di li a poco scomparso dal catalogo per riapparire per qualche tempo nella produzione “Historic Collection” del Custom Shop. Il sospetto è confermato da altri indizi come l’astuccio che riporta la scritta “B.B.King” (carenza di astucci,  incertezze di marketing o tentativo di unificare con grossolana semplificazione i due strumenti?) ed il fatto che la stessa B.B. King Signature “Lucille” (che poco ha a che fare con la ES 345 Stereo) è stata prodotta anch’essa a fasi alterne per poi approdare autonomamente nel catalogo del Custom Shop. Ascriverei quindi questo esemplare alla seconda produzione Memphis, ovvero a quella qualitativamente superiore rispetto alla fase di  start up ma non ancora nelle mani dei “Master Builders” del Custom Shop Memphis. Nell’anno in corso, infine, non ho trovato più traccia di questo modello nei cataloghi della casa. Storicamente la 345 Stereo nasce come versione più rifinita della 335.
 
Le differenze salienti fra i due modelli in prova possono così riassumersi:

•    Hardware dorato;
•    Doppio binding su top e fondo;
•    Battipenna lungo;
•    Segnatasti “parallelogram”;
•    Possibilità di splittare i due pick-up su due amplificatori diversi tramite un doppio jack di ingresso, ferma restando la possibilità di utilizzare la circuitazione standard utilizzando un unico jack;
•    Presenza del “Variatone”, dispositivo switch a 6 posizioni per diverse configurazioni/filtraggi dei pick up. (Fig. 12,13,14,15)
 


 
Lo strumento in prova, estremamente accattivante per il contrasto cromatico fra la finitura rosso vivo e l’harware dorato,(Fig.16) è quindi una “reissue” prodotta a Memphis. Siamo lontani dalle ricercatezze filologiche della cugina V.O.S. (valga per tutte la colorazione “red” ben lontana dallo cherry delle 345 Stereo d’epoca) ma siamo di fronte ad un oggetto davvero bello e ben realizzato.
 

 
Come accennato, il peso è maggiore rispetto alla VOS (3,9Kg ca.) ed il suono da spento, pur sufficientemente generoso, è sensibilmente inferiore in volume e riproduzione di bassi. Ovviamente sul peso complessivo incide la presenza dell’ulteriore hardware (Vaiatone, doppio jack di ingresso, ulteriore cablaggi interni e battipenna lungo) ma lo stesso non è tale da giustificare gli oltre trecento grammi di differenza. Discreto il bilanciamento da seduti ma non come per la V.O.S. Il manico è un medium-fat, anch’esso con sezione lievemente a “D”. La tastiera è precisa (non come la VOS) ed anche qui sono consentite action piuttosto basse. I tasti sono più alti rispetto alla 335 ‘60, hanno bordi spigolosi, poco smussati e a sezione quadrata: Bisogna abituarsi ad una iniziale sensazione di fastidio; la loro posatura mostra qualche rara e trascurabile pecca. Idem gli intarsi “parallelogram” che riportano qualche sporadica stuccatura (Fig.17).
 

 
La scolpitura del top e del fondo è piuttosto “plane” ed un po’ anonima: Nulla a che vedere con la sinuosa 335 del Custom Shop.
Come accennato, i pick up sono identici alla “Cherry” del ‘60 (Classic ’57).

I suoni puliti

Il maggior peso, la più generosa vernice “hi gloss”, conferiscono allo strumento un feel più elettrico che semi-acustico anche se, paradossalmente, questa ES345, vuoi per gli anni di servizio, vuoi per il generoso manico in mogano, ha davvero tanti bassi  da elettrificata. La voce complessiva è “molto Gibson” nel senso di una decisa proiezione in gamma medio-bassa con timbriche scure e vellutate che la avvicinano maggiormente al versante jazz che a quello blues. Un merito –questo- che si sconta decisamente in termini di versatilità; accompagnare con questa chitarra in una ritmica funky, ad esempio, è davvero difficile a meno di non abbassare il volume per diminuire il segnale d’uscita: Gli ampli Fender vanno in totale crisi. La costruzione “pesante” –inoltre- incide decisamente sulla dinamica dello strumento che resta decisamente a favore della V.O.S.  Quest’ultima, in fatto di dinamica, non conosce limiti di espressione anche con pennate da… corde spezzate. A proposito delle differenze timbrico/costruttive fra le due “old ladies”, va rilevato che mentre la serie 335 ha i due grani di sostegno del ponte tune-o-matic direttamente avvitati nel top, la 345 presenta due boccole femmina in ottone inserite a pressione in due fori appositamente torniti sul piano armonico con sistema di tenuta “millerighe”. In pratica le vibrazioni trasmesse dal tune-o-matic sono “filtrate”  da queste due piccole masse che conferiscono alla 345 maggior linearità a discapito delle escursioni dinamiche e delle sfumature espressive. Parliamo comunque di dettagli (Fig.18).
 

 
I distorti

Analoghe sono le considerazioni rispetto alla 335 per quanto concerne l’utilizzo dei distorsori piuttosto che di overdrive. Nonostante il carattere maggiormente “elettrico”, l’abbondanza di frequenze basse ed il correlativo minor equilibrio bassi-cantini, rende  i suoni hi gain ancor meno praticabili: Un semplice TS9 (nella prova ho utilizzato uno Sparkle Drive della VoodooLab) basta ed avanza per tirare fuori lo spirito dello strumento. In queste condizioni anche questa 345 suona alla grande, forse con meno personalità della più blasonata cugina ma con eguale (e forse maggiore) aggressività e spessore in basso.

La fine della storia

Eh…si… una Gibson è sempre una Gibson e queste due splendide signore dal loock un po’ attempato -ma di gran classe- ne sono la riprova. Se la volessi fare semplice direi che parliamo di strumenti robusti ed affidabili, professionali e dal gran suono. Se volessi invece ragionare d’altro, direi che è encomiabile il fatto che il mercato sia rimasto tanto legato (o sia tornato a legarsi) a queste chitarre “old fashion” che al di la del valore intrinseco, progettuale e timbrico, appaiono in decisa controtendenza al concetto di modernità. Ed è pure encomiabile lo sforzo dei produttori che sono riusciti ad offrire al mercato riproduzioni d’epoca a volte maniacali, simulando –in alcuni casi- finanche le bruciature di una sigaretta mantenuta ferma fra il mi basso e la paletta a causa del chitarrista con le mani impegnate a suonare. Ma il business fa questo ed altro e crea – se necessario- tutti i sapori. E li crea ad ogni costo, anche se il “vecchio” liutaio con il grembiule imbrattato di colla e polvere, ricurvo a scolpire ed intarsiare deve essere sostituito da una macchina a controllo numerico.

Si ringrazia Paolo Colacicco fer il reportage fotografico e l’impaginazione grafica  www.djfresella.it 
Protagonista di un passato incredibilmente glorioso, caratterizzato da una produzione assolutamente eccelsa, anche mamma Gibson, come Fender, ha vissuto a ridosso degli anni ottanta una debugle legata alle mode del nuovo “manierismo rock” e dei suoi miti. Decennio buio nel quale imbracciare una Les Paul equivaleva a guidare un camion in una gara di Formula Uno e suonare una Stratocaster o una Tele significava sfidare a tennis un avversario “tutto carbonio ed aerodinamica” con racchetta di legno, corde di budello e scarpe in tela…

Fig.1 Women in red
 
…Ibanez, Steinberger, Hamer, Jackson, Kramer, Valley Arts, Schon e tante altre case produttrici proponevano nuove forme e materiali, erano equipaggiate con pick up iper-aggressivi, leve super tecnologiche ed avevano trasformato le Gibson in dinosauri e le Fender in due semplici pezzi di legno avvitati fra di loro con quattro viti parker, munite di pick up generatori di rumore allo stato puro e leve del vibrato –nel caso della Strato- idonee a scordare lo strumento. Il trend, insomma, innescò l’inesorabile “calo delle vendite” cui seguì crisi finanziaria, qualitativa e creativa ed i vari tentativi compiuti dalle due storiche major di stare al passo con i tempi si scontrarono con la necessità del contenimento dei costi. Necessità aggravata dal “fronte nipponico”, impenitente imitatore e sviluppatore dei progetti altrui nonché imbattibile concorrente per il costo della manodopera.

Progressivamente Fender e Gibson cominciano a perdere lo stile e la filosofia costruttiva che avevano ispirato la precedente produzione. Nel 1985 la Fender, in piena crisi finanziaria e di identità, era alle soglie del fallimento ed il marchio fu venduto dalla CBS ad un gruppo di investitori privati che fondarono il nuovo stabilimento di Brea. Nello stesso anno la Gibson, fu ceduta in blocco dal gruppo Norlin.


 
La ripresa

In particolare la Gibson sembra aver maggiormente sofferto la “china della ripresa” che, in casa Fender, è durata meno di un decennio grazie all’eccezionale visione di marketing della nuova proprietà che, in breve tempo, l’ha riportata ai vertici assoluti. Una “vision” –quella di Fender- assolutamente nitida: storia, qualità, endorsement, innovazione e segmentazione di mercato. E’ difficile stabilire quanto i produttori incidano sulle tendenze o quanto queste ultime, scaturenti da complessi intrecci sociologici, influenzino la produzione dei primi. Probabilmente la verità è nel mezzo e l’influenza è reciproca. Nel settore chitarristico si sono sommate varie circostanze. Il ritorno ai suoni “grunge”, rozzi, semplici e primitivi ha riequilibrato la ridondante e barocca complessità dei suoni anni ottanta, infarciti di tracce, immagini, orchestrazioni e sequenze: Anche una chitarra, una batteria o un sax dovevano ormai esser necessariamente campionati. E se aggiungiamo la moda del vintage ed il lievitare di prezzo raggiunto dagli strumenti elettrici d’epoca, il gioco è fatto.

Fatto sta che all’improvviso, nel mondo della sei corde, accade qualcosa: iniziano a scomparire i “bloccacorda” dalle palette, i capotasti in acciaio, i roller alle sellette, i ponti pieni di brucole. Si scopre che i “pick-up-super-palestrati” suonano uguali un po’ dovunque ed in mano a chiunque e quei tasti super jumbo agevolano solo gli amanti delle iper velocità. Già nel 1983 -ad esempio- l’ancora una volta “pioniera” Fender, lancia la serie “Vintage” che determinerà le future fortune del gruppo.
 
In casa Gibson

Come accennavamo, a metà degli anni ottanta la gloriosa fabbrica di strumenti a corda “Gibson fine guitars and mandolins” -come da un vecchio slogan aziendale- era ormai lontana dai fasti del passato caratterizzato dai pregiati intarsi in abalone, le selezionatissime essenze di provenienza africana (ebano e mogano) e canadese (acero), i piani armonici in abete “hand carved” e quelli in acero “flamed”. Dimenticate pure le verniciature nitro impeccabili, le raffinate meccaniche di produzione teutonica in multiplo bagno in oro, gli astucci in legno finemente rivestiti e cuciti o i più futuristici (e recenti) “Protector” a prova di depressurizzazione aerea. Anche le semplici bruchures a corredo dei vecchi strumenti Gibson erano un vero e proprio capolavoro, segno di prestigio del marchio, di grande attenzione ai dettagli e di “focus” sul cliente finale.

Ma all’inizio del nuovo millennio la gloriosa casa di strumenti a corda ha intrapreso una importante ristrutturazione aziendale che, a parte le incertezze produttive iniziali, l’ha riportata ai vertici mondiali come dimostra la qualità ed il pregio degli strumenti che ci accingiamo a testare.
 
ES 335 TD: Un po’ di storia

Il modello ES 335 TD (la sigla significa: Electric Spanish – 335 Dollars – Thinline Double pick up) fu introdotto nel 1958 ed è legato alla grande attenzione che la Gibson ha immediatamente rivolto alla ricerca ed allo sviluppo nel settore della chitarra elettrica. Con questo modello la casa di Kalamazoo volle coniugare i due universi della chitarra arch-top (dove era leader assoluto dai primi del ‘900) e della chitarra elettrica che proprio in quegli anni viveva la sua inesorabile ascesa.

Potremmo ritenere ingenua e pionieristica l’idea che sta alla base di questo progetto: Una arch-top elettrificata con cassa a fascia bassa per ridurre l’effetto larsen. Ma questa realizzazione è andata ben oltre le aspettative ed alla Gibson, evidentemente, sapevano cosa stavano realizzando. Il mix solid body/arch top, la selezione dei legni (multistrato d’acero per piano armonico e fondo, acero massello per fasce e blocco centrale, mogano per il manico e palissandro per la tastiera), ha introdotto un vero e proprio standard nel settore della chitarra moderna con risultati timbrico-funzionali unici. La 335 vanta la suonabilità di una solid body con action finanche bassissime, agevole accessibilità alle ultime posizioni grazie alla congiunzione del manico alla cassa al 19° tasto. Gode della silenziosità e dell’eleganza dei pick-up humbucking ed è estremamente confortevole da suonare – specie in piedi con tracolla- grazie alla sottigliezza delle fasce ed all’ampia superficie di contatto fra il generoso body e l’esecutore.

Ma la 335 è anche una arch-top. La presenza della cassa acustica (spessore 4,5 cm.) e delle classiche buche ad “f”, assicurano quel sapore “wet” ricercato soprattutto dai jazzisti. Insomma, all’alta frequenza di risonanza garantita dal blocco longitudinale acero-mogano (body/manico), incollati con sistema “bolt in” di grande robustezza (cd. long tenon), fa da contraltare la componente acustica che, sebbene anch’essa di grande rigidità strutturale (multistrato d’acero piegato a caldo), garantisce un voicing più vellutato delle solid body e l’impareggiabile possibilità di fare dell’effetto larsen un solido “alleato” artistico. Ed eccoci al punto: la ES 335 innesca. All’unisono o -a seconda delle diverse componenti ambientali- un ‘ottava sopra o su altra armonica.  In questo strumento il concetto di “sostegno” diventa qualcosa di completamente diverso e nuovo. E questa caratteristica è spiccatamente legata all’utilizzo di suoni saturi: In contesti clean anche i jazzisti hanno potuto (e possono) godere di uno strumento non permeabile alle incontrollabili risonanze delle arch-top tradizionali. Il che ha determinato l’enorme successo del progetto in un epoca in cui le amplificazioni live hanno avuto crescita esponenziale.

La caratteristiche fisiche della 335 hanno quindi messo in evidenza la sua enorme versatilità e la conseguente possibilità di impiego in qualunque genere musicale: dal jazz tradizionale al blues, dal funky, alla fusion sino al rock.

La produzione della ES335 è terminata nel 1981 (quella della 345 Stereo l’anno succesivo) ed è stata ripresa in seguito con l’introduzione della “335 Reissue”, prodotta dal 1985 a Nashville e dal 1999 nell’attuale stabilimento di Memphis.


 
Caratteristiche tecniche generali

Tipo: Semiacustica a fascia bassa e buche ad “f”. Doppia spalla mancante stile “Venetian”
Body: Laminato in tre strati a fibra contrapposta (acero/pioppo/acero). Block centrale in tre strati d’acero. Top e fondo piegati a caldo con stampo a pressione. Controfasce in acero. Binding singolo su fascia superiore ed inferiore.
Manico: Mogano in pezzo unico
Verniciatura: Nitrocellulosa
Tastiera: Palissandro con intarsi in abalone (naturale o sintetico a seconda dei periodi) nelle forme dot/block/parallelogram a seconda delle versioni/epoche.
Tasti: 22 tasti medium size in nickel/argento.
Scala: 62,9 cm
Pick up: 2 humbuking (P.A.F., Original Humbucking, Classic ’57 a seconda dei periodi di produzione. P90 in alcuni periodi/versioni).
Selettore: Toggle tre posizioni (neck – parallel neck/bridge – bridge)
Controlli: Volume/tono pick up al manico – volume/tono pick up al ponte
Paletta: In tre pezzi, inclinazione di 17°. Giglio e logo Gibson in abalone.
Meccaniche: Tre per lato, sigillate.
Capotasto: In materiale plastico.
Battipenna: Sospeso, in tre strati celluloide/plastica (nero/bianco/nero)
Hardware: Nickelato.
Ponte: Ttune-o-matic.
Attaccacorde: Stop Tailpiece.

ES 335 & ES 345: Gemelle diverse.

Le “cuginastre” di cui trattiamo appartengono, nonostante il DNA comune, ad universi produttivi abbastanza lontani. Grandi similitudini strutturali ma discrete differenze costruttive derivanti dal diverso contesto di produzione. Vediamo.

ES 335 TD 1960 (Historic Collection) 50th Anniversary Edition -V.O.S. – Antique faded cherry.

E’ abbastanza evidente come Gibson abbia seguito la “scia Fender” per riappropriarsi delle quote di mercato a suo tempo perdute: ha affidato al marchio Epiphone la produzione consumer mentre al suo interno ha affiancato una serie “Standard” ad una  produzione “Custom”. Ed anche alla Gibson da qualche tempo il Custom Shop di Memphis ha intrapreso una ricerca filologica sempre più dettagliata delle varie annate della passata produzione affiancando –utilizzando ancora la terminologia di casa Fender- modelli “NOS” (strumenti con caratteristiche di annata ma nuovi di fabbrica) a modelli “Closet” (strumenti con caratteristiche di una certa annata ma con segni –artificiali- di usura come fossero stati moderatamente utilizzati nel tempo).

Oggi trattiamo di una “Closet” di casa Gibson, che qui prende il nome “V.O.S.” La serie V.O.S. (Vintage Original Specs) si prefigge il compito di riprodurre il più fedelmente possibile le caratteristiche di uno strumento di una specifica annata, fornendolo di un’estetica ed di un feel da strumento vissuto.Devo dire che nutro idee contrastanti rispetto la strategia degli strumenti invecchiati artificialmente. Se da un lato mi infastidisce l’idea del “vintage fasullo” o del chitarrista che ostenta lo strumento sfasciato da “old man”, dall’altro devo riconoscere –mediamente- una migliore suonabilità di queste chitarre, una eccelsa sensazione “tattile”, oltre che un indubbio fascino estetico che elimina l’impressione fredda e “vetrosa” degli strumenti “hi gloss” nuovi di fabbrica. Inoltre queste edizioni, di massima, utilizzano materiali selezionati e di qualità.

La chitarra in prova è nuova di zecca ed è datata dalla fabbrica 20 Maggio 2010. E’ una riedizione della ES 335 TD prodotta verso la metà del 1960 ed è inoltre un modello celebrativo dei cinquant’anni di produzione. Viene fornita con certificato di autenticità rilasciato dal Custom Shop. Dal punto di vista filologico si presenta molto fedele all’originale del 1960 anche se in realtà le 335 del ’60 differenziavano da quelle degli anni precedenti esclusivamente per il manico slim, la disponibilità delle nuove colorazioni “natural” e “cherry” (in aggiunta al sunburst originario) e le manopole dei potenziometri con cover superiore a specchio (Fig.1).

Questa “Faded Cherry” (letteralmente: rosso ciliegia sbiadito) è mooooolto bella e riproduce con incredibile fedeltà l’ossidazione di una chitarra con cinquant’anni di vita. Del pari l’harware nikelato evidenzia l’ossidazione ed i micro-graffi provocati da una pluridecennale attività di pulizia. (Fig.2 e Fig.3)

Ottima la fattura delle curvature di piano armonico e fondo: da qualche anno la Gibson sembrava averne completamente perso la ricetta (Fig.4). La lucidatura “semi gloss”  (sorry… Faded) appare leggera e ben eseguita ed il fondo sottostante lascia trasparire le leggere venature dell’acero: uno spettacolo!

Ulteriore plauso va fatto alla gradazione dello cherry: era dai tempi di Kalamazoo che non si vedeva più un “rosso ciliegia” dignitoso ma improbabili finiture rosse di scarsa eleganza. Insomma: 10 e lode per il look  (Fig.5).

Lo strumento si presenta piuttosto leggero (poco meno di 3,6 Kg) e colpisce subito per la notevole acusticità da spento. Il modello non riporta il nr. di serie sul retro della paletta (come da produzione di quegli anni) ma solo sull’etichetta all’interno del body e sulla documentazione fornita a corredo (Fig.6).
Caratteristica principale, come detto, è il tipico manico sottile (slim taper neck) che ha caratterizzato la produzione Gibson anni ’60 in forza dell’allora crescente domanda di chitarre  “fast” e con manici sufficientemente robusti per sostenere cordiere a scalatura leggera: Forse in quegli anni iniziava l’epoca del rock? Il modello a disposizione presenta una action non proprio bassissima ma, del pari, una notevole morbidezza e facilità esecutiva.

Vista la classe dello strumento, ho abbassato l’altezza delle corde -senza dover agire sul truss rod-  e lo strumento non ha palesato nessun difetto di tastiera e nessuna diminuzione timbrica o di volume.(Fig.7)

Come molte Gibson dotate di humbuking, anche questo modello presenta la fastidiosa inclinazione dei pick up (specie quello al manico) dovuta all’accoppiamento dei mounting ring (piatti) al top (carved). Per mia personale fissazione, mi sono armato di microtrapano Dremel, piccole teste abrasive e di lucidatura, di tanta pazienza ed ho sagomato i citati supporti di plastica conformandoli al body. Ho evitato, insomma, la tecnica “veloce” di piegare con una pinza le staffette di ancoraggio poste alla base dei pick up ed ho reso i due trasduttori perfettamente paralleli al telo delle corde. La mia percezione è stata quella di un discreto recupero timbrico generale (Fig.8). A proposito: i pick-up sono gli eccelsi Classic ’57… tutto perfetto se non fosse che nel 1957 il modello in questione non esisteva ancora…

La suonabilità:

La leggerezza complessiva rende comoda questa chitarra anche da seduti ed il fastidioso sbilanciamento dal lato del body -tipico delle 335- è del tutto trascurabile. In piedi e con tracolla, gli amanti di questo genere di strumento troveranno il massimo del comfort. Il manico è davvero sottile anche se, personalmente, preferisco manici medium-fat. Questo slim neck, fra l’altro, è davvero …slim!! (Fig.9)

e la sua sezione sembra l’unica imperfezione filologica compiuta dal Custom Shop Gibson: I rari strumenti anni sessanta che ho avuto modo di provare evidenziavano sempre un pronunciato “C neck”, mentre la sezione del manico di questa riedizione ha una tendenziale sezione a “D”. Finemente riprodotta, invece, la forma del tacco ed il suo sottile sbalzo di congiuntura al corpo. Particolari, questi, che ci risparmiano l’inestetico e massiccio tacco a semicerchio della produzione più recente (Fig.10).
Per il resto, la finitura “aged” infonde una generale sensazione di familiarità e di benessere al contatto: Da vera e propria chitarra “posseduta da sempre”.
 

 

Inseriamo il jack negli ampli:

La chitarra è stata testata con il (mio solito) Fender Hot Rod Deluxe, con un Fender Twin Reverb, un Fender Deluxe Reverb e con un Mesa Boogie Lone Star. Per i distorti ho utilizzato un VoodooLab Sparkle Drive ed un Radial Trimode. Il cavo utilizzato è stato il Reference e le corde D’Addario 0.10/46.

Va subito detto che gli ampli Fender (specie l’Hot Rod che qui fa sentire tutti i suoi limiti strutturali) mal digeriscono gli humbuking specie ad alto volume: Figurarsi ad utilizzare un semplice Wha. Consapevoli di ciò siamo andati avanti comunque, diminuendo talora il volume della chitarra ed ignorando i vari crunch “sgraziati” che venivano fuori ad una semplice plettrata più forte. Molto meglio il Mesa che, però, non suona Fender… specie in gamma bassa.

I suoni puliti: il settaggio di fabbrica dello strumento (action alta e pick up inclinati e molto bassi) ha fornito una iniziale sensazione di chiarezza timbrica, lontana dal “vocione” tenorile tipico delle Gibson. Dopo le varie regolazioni la situazione è decisamente migliorata. La voce di questa 335 è diversa da quella delle sorelle della serie standard di qualche tempo fa ed è caratterizzata da una particolare enfasi delle frequenze medio-alte. Una generale brillantezza che tuttavia non si trasforma mai in acidità timbrica in quanto la voce dello strumento resta sempre levigata e morbida grazie alla buona acustica naturale. Non dimentichiamo poi che questa VOS è nuova di fabbrica. Imputo in gran parte il risultato timbrico descritto all’utilizzo dello slim neck accoppiato ad una cassa acustica leggera e risonante. Infatti provando anche una 335 Custom Shop riedizione del ’59 con fat neck (anch’essa di produzione 2010), è risulta essere decisamente più baritonale.

Per ulteriori considerazioni timbriche rimando alla parte comparativa con la ES 345 Stereo che, a parità di pick-up ma con manico medium-fat e cassa più pesante, risulta suonare in modo abbastanza differente. In questa sede basti comunque dire che il calore in questa Gibson ’60 c’è tutto anche se lo strumento strizza l’occhio più al jazz-blues di Carlton che al sound profondo e scuro dei bopper della tradizione.
 
I distorti

Non ho ritenuto testare questo strumento con ampli hi-gain, nonostante la redazione li avesse resi disponibili. La vocazione “fusion” di questa chitarra non me lo ha suggerito. Ho utilizzato un overdrive e, per mero dovere di cronaca, un distorsore ma il mio gusto personale mi ha fatto prediligere nettamente il primo. Ritengo, infatti, che la 335 spinta molto in distorsione perda personalità dinamica e, proprio per la sua componente acustica, diventi espressivamente confusa. Insomma esagerando con il distorsore trovo la 335 poco controllabile e a tratti fastidiosa. Tutt’altra storia in ambito crunch dove “la signora” sussurra, grida ed innesca a piacimento rispondendo al plettro in modo ineccepibile. Ascoltando questa Custom Shop in saturazione mi è tornato spesso in mente (se non fosse per l’esecutore) Larry Carlton con il suo suono denso e nasale, quasi da voce nel…megafono: Ascoltate il live con Lukater, confrontate le rispettive timbriche e…cercate di capirmi…

In conclusione

Questa riedizione è uno strumento fantastico. Dati tecnici ed estetici a parte, ne ho potuto apprezzare le notevolissime doti dinamiche facilitate da una acustica naturale “out of standards” ed  agevolate da una tastiera impeccabile che non evidenzia difetti (Fig.11).
 

 
Come tutti gli strumenti di gran qualità ha un grande bilanciamento, sia fra le corde (bassi e cantini) che nelle varie posizioni della tastiera. Se il “vintage fasullo” della serie V.O.S. et similia ci lascia in preda al dubbio di essere vittime di una spudorata operazione di marketing, resta la consolazione della sostanza che in strumenti come quello in prova è davvero molta.

ES 345 TD Stereo Faded Red


Come accennato, nel 1999 la produzione della serie ES è stata trasferita da Nashville ai nuovi stabilimenti di Memphis e qui sembra essersi ripetuto ciò che già accadde nel 1985 nel precedente trasferimento Kalamazoo-Nashville. Le prime produzioni Memphis mi hanno lasciato davvero molto perplesso, sia per le geometrie generali degli strumenti che per le finiture davvero modeste: sembrava di imbracciare strumenti economici di altra marca. E’ evidente che il tutto sia stato dovuto ad un iniziale “rodaggio” del nuovo stabilimento, dei macchinari e delle maestranze. La qualità è rapidamente migliorata sino agli attuali livelli di (quasi) eccellenza.

La 345 Stereo in prova è stata fabbricata nel 2003 e ritengo sia un modello di transizione in quanto inizialmente prodotto come semplice “reissue” e di li a poco scomparso dal catalogo per riapparire per qualche tempo nella produzione “Historic Collection” del Custom Shop. Il sospetto è confermato da altri indizi come l’astuccio che riporta la scritta “B.B.King” (carenza di astucci,  incertezze di marketing o tentativo di unificare con grossolana semplificazione i due strumenti?) ed il fatto che la stessa B.B. King Signature “Lucille” (che poco ha a che fare con la ES 345 Stereo) è stata prodotta anch’essa a fasi alterne per poi approdare autonomamente nel catalogo del Custom Shop. Ascriverei quindi questo esemplare alla seconda produzione Memphis, ovvero a quella qualitativamente superiore rispetto alla fase di  start up ma non ancora nelle mani dei “Master Builders” del Custom Shop Memphis. Nell’anno in corso, infine, non ho trovato più traccia di questo modello nei cataloghi della casa. Storicamente la 345 Stereo nasce come versione più rifinita della 335.
 
Le differenze salienti fra i due modelli in prova possono così riassumersi:

•    Hardware dorato;
•    Doppio binding su top e fondo;
•    Battipenna lungo;
•    Segnatasti “parallelogram”;
•    Possibilità di splittare i due pick-up su due amplificatori diversi tramite un doppio jack di ingresso, ferma restando la possibilità di utilizzare la circuitazione standard utilizzando un unico jack;
•    Presenza del “Variatone”, dispositivo switch a 6 posizioni per diverse configurazioni/filtraggi dei pick up. (Fig. 12,13,14,15)
 


 
Lo strumento in prova, estremamente accattivante per il contrasto cromatico fra la finitura rosso vivo e l’harware dorato,(Fig.16) è quindi una “reissue” prodotta a Memphis. Siamo lontani dalle ricercatezze filologiche della cugina V.O.S. (valga per tutte la colorazione “red” ben lontana dallo cherry delle 345 Stereo d’epoca) ma siamo di fronte ad un oggetto davvero bello e ben realizzato.
 

 
Come accennato, il peso è maggiore rispetto alla VOS (3,9Kg ca.) ed il suono da spento, pur sufficientemente generoso, è sensibilmente inferiore in volume e riproduzione di bassi. Ovviamente sul peso complessivo incide la presenza dell’ulteriore hardware (Vaiatone, doppio jack di ingresso, ulteriore cablaggi interni e battipenna lungo) ma lo stesso non è tale da giustificare gli oltre trecento grammi di differenza. Discreto il bilanciamento da seduti ma non come per la V.O.S. Il manico è un medium-fat, anch’esso con sezione lievemente a “D”. La tastiera è precisa (non come la VOS) ed anche qui sono consentite action piuttosto basse. I tasti sono più alti rispetto alla 335 ‘60, hanno bordi spigolosi, poco smussati e a sezione quadrata: Bisogna abituarsi ad una iniziale sensazione di fastidio; la loro posatura mostra qualche rara e trascurabile pecca. Idem gli intarsi “parallelogram” che riportano qualche sporadica stuccatura (Fig.17).
 

 
La scolpitura del top e del fondo è piuttosto “plane” ed un po’ anonima: Nulla a che vedere con la sinuosa 335 del Custom Shop.
Come accennato, i pick up sono identici alla “Cherry” del ‘60 (Classic ’57).

I suoni puliti

Il maggior peso, la più generosa vernice “hi gloss”, conferiscono allo strumento un feel più elettrico che semi-acustico anche se, paradossalmente, questa ES345, vuoi per gli anni di servizio, vuoi per il generoso manico in mogano, ha davvero tanti bassi  da elettrificata. La voce complessiva è “molto Gibson” nel senso di una decisa proiezione in gamma medio-bassa con timbriche scure e vellutate che la avvicinano maggiormente al versante jazz che a quello blues. Un merito –questo- che si sconta decisamente in termini di versatilità; accompagnare con questa chitarra in una ritmica funky, ad esempio, è davvero difficile a meno di non abbassare il volume per diminuire il segnale d’uscita: Gli ampli Fender vanno in totale crisi. La costruzione “pesante” –inoltre- incide decisamente sulla dinamica dello strumento che resta decisamente a favore della V.O.S.  Quest’ultima, in fatto di dinamica, non conosce limiti di espressione anche con pennate da… corde spezzate. A proposito delle differenze timbrico/costruttive fra le due “old ladies”, va rilevato che mentre la serie 335 ha i due grani di sostegno del ponte tune-o-matic direttamente avvitati nel top, la 345 presenta due boccole femmina in ottone inserite a pressione in due fori appositamente torniti sul piano armonico con sistema di tenuta “millerighe”. In pratica le vibrazioni trasmesse dal tune-o-matic sono “filtrate”  da queste due piccole masse che conferiscono alla 345 maggior linearità a discapito delle escursioni dinamiche e delle sfumature espressive. Parliamo comunque di dettagli (Fig.18).
 

 
I distorti

Analoghe sono le considerazioni rispetto alla 335 per quanto concerne l’utilizzo dei distorsori piuttosto che di overdrive. Nonostante il carattere maggiormente “elettrico”, l’abbondanza di frequenze basse ed il correlativo minor equilibrio bassi-cantini, rende  i suoni hi gain ancor meno praticabili: Un semplice TS9 (nella prova ho utilizzato uno Sparkle Drive della VoodooLab) basta ed avanza per tirare fuori lo spirito dello strumento. In queste condizioni anche questa 345 suona alla grande, forse con meno personalità della più blasonata cugina ma con eguale (e forse maggiore) aggressività e spessore in basso.

La fine della storia

Eh…si… una Gibson è sempre una Gibson e queste due splendide signore dal loock un po’ attempato -ma di gran classe- ne sono la riprova. Se la volessi fare semplice direi che parliamo di strumenti robusti ed affidabili, professionali e dal gran suono. Se volessi invece ragionare d’altro, direi che è encomiabile il fatto che il mercato sia rimasto tanto legato (o sia tornato a legarsi) a queste chitarre “old fashion” che al di la del valore intrinseco, progettuale e timbrico, appaiono in decisa controtendenza al concetto di modernità. Ed è pure encomiabile lo sforzo dei produttori che sono riusciti ad offrire al mercato riproduzioni d’epoca a volte maniacali, simulando –in alcuni casi- finanche le bruciature di una sigaretta mantenuta ferma fra il mi basso e la paletta a causa del chitarrista con le mani impegnate a suonare. Ma il business fa questo ed altro e crea – se necessario- tutti i sapori. E li crea ad ogni costo, anche se il “vecchio” liutaio con il grembiule imbrattato di colla e polvere, ricurvo a scolpire ed intarsiare deve essere sostituito da una macchina a controllo numerico.

Si ringrazia Paolo Colacicco fer il reportage fotografico e l’impaginazione grafica  www.djfresella.it 
Protagonista di un passato incredibilmente glorioso, caratterizzato da una produzione assolutamente eccelsa, anche mamma Gibson, come Fender, ha vissuto a ridosso degli anni ottanta una debugle legata alle mode del nuovo “manierismo rock” e dei suoi miti. Decennio buio nel quale imbracciare una Les Paul equivaleva a guidare un camion in una gara di Formula Uno e suonare una Stratocaster o una Tele significava sfidare a tennis un avversario “tutto carbonio ed aerodinamica” con racchetta di legno, corde di budello e scarpe in tela…

Fig.1 Women in red
 
…Ibanez, Steinberger, Hamer, Jackson, Kramer, Valley Arts, Schon e tante altre case produttrici proponevano nuove forme e materiali, erano equipaggiate con pick up iper-aggressivi, leve super tecnologiche ed avevano trasformato le Gibson in dinosauri e le Fender in due semplici pezzi di legno avvitati fra di loro con quattro viti parker, munite di pick up generatori di rumore allo stato puro e leve del vibrato –nel caso della Strato- idonee a scordare lo strumento. Il trend, insomma, innescò l’inesorabile “calo delle vendite” cui seguì crisi finanziaria, qualitativa e creativa ed i vari tentativi compiuti dalle due storiche major di stare al passo con i tempi si scontrarono con la necessità del contenimento dei costi. Necessità aggravata dal “fronte nipponico”, impenitente imitatore e sviluppatore dei progetti altrui nonché imbattibile concorrente per il costo della manodopera.

Progressivamente Fender e Gibson cominciano a perdere lo stile e la filosofia costruttiva che avevano ispirato la precedente produzione. Nel 1985 la Fender, in piena crisi finanziaria e di identità, era alle soglie del fallimento ed il marchio fu venduto dalla CBS ad un gruppo di investitori privati che fondarono il nuovo stabilimento di Brea. Nello stesso anno la Gibson, fu ceduta in blocco dal gruppo Norlin.


 
La ripresa

In particolare la Gibson sembra aver maggiormente sofferto la “china della ripresa” che, in casa Fender, è durata meno di un decennio grazie all’eccezionale visione di marketing della nuova proprietà che, in breve tempo, l’ha riportata ai vertici assoluti. Una “vision” –quella di Fender- assolutamente nitida: storia, qualità, endorsement, innovazione e segmentazione di mercato. E’ difficile stabilire quanto i produttori incidano sulle tendenze o quanto queste ultime, scaturenti da complessi intrecci sociologici, influenzino la produzione dei primi. Probabilmente la verità è nel mezzo e l’influenza è reciproca. Nel settore chitarristico si sono sommate varie circostanze. Il ritorno ai suoni “grunge”, rozzi, semplici e primitivi ha riequilibrato la ridondante e barocca complessità dei suoni anni ottanta, infarciti di tracce, immagini, orchestrazioni e sequenze: Anche una chitarra, una batteria o un sax dovevano ormai esser necessariamente campionati. E se aggiungiamo la moda del vintage ed il lievitare di prezzo raggiunto dagli strumenti elettrici d’epoca, il gioco è fatto.

Fatto sta che all’improvviso, nel mondo della sei corde, accade qualcosa: iniziano a scomparire i “bloccacorda” dalle palette, i capotasti in acciaio, i roller alle sellette, i ponti pieni di brucole. Si scopre che i “pick-up-super-palestrati” suonano uguali un po’ dovunque ed in mano a chiunque e quei tasti super jumbo agevolano solo gli amanti delle iper velocità. Già nel 1983 -ad esempio- l’ancora una volta “pioniera” Fender, lancia la serie “Vintage” che determinerà le future fortune del gruppo.
 
In casa Gibson

Come accennavamo, a metà degli anni ottanta la gloriosa fabbrica di strumenti a corda “Gibson fine guitars and mandolins” -come da un vecchio slogan aziendale- era ormai lontana dai fasti del passato caratterizzato dai pregiati intarsi in abalone, le selezionatissime essenze di provenienza africana (ebano e mogano) e canadese (acero), i piani armonici in abete “hand carved” e quelli in acero “flamed”. Dimenticate pure le verniciature nitro impeccabili, le raffinate meccaniche di produzione teutonica in multiplo bagno in oro, gli astucci in legno finemente rivestiti e cuciti o i più futuristici (e recenti) “Protector” a prova di depressurizzazione aerea. Anche le semplici bruchures a corredo dei vecchi strumenti Gibson erano un vero e proprio capolavoro, segno di prestigio del marchio, di grande attenzione ai dettagli e di “focus” sul cliente finale.

Ma all’inizio del nuovo millennio la gloriosa casa di strumenti a corda ha intrapreso una importante ristrutturazione aziendale che, a parte le incertezze produttive iniziali, l’ha riportata ai vertici mondiali come dimostra la qualità ed il pregio degli strumenti che ci accingiamo a testare.
 
ES 335 TD: Un po’ di storia

Il modello ES 335 TD (la sigla significa: Electric Spanish – 335 Dollars – Thinline Double pick up) fu introdotto nel 1958 ed è legato alla grande attenzione che la Gibson ha immediatamente rivolto alla ricerca ed allo sviluppo nel settore della chitarra elettrica. Con questo modello la casa di Kalamazoo volle coniugare i due universi della chitarra arch-top (dove era leader assoluto dai primi del ‘900) e della chitarra elettrica che proprio in quegli anni viveva la sua inesorabile ascesa.

Potremmo ritenere ingenua e pionieristica l’idea che sta alla base di questo progetto: Una arch-top elettrificata con cassa a fascia bassa per ridurre l’effetto larsen. Ma questa realizzazione è andata ben oltre le aspettative ed alla Gibson, evidentemente, sapevano cosa stavano realizzando. Il mix solid body/arch top, la selezione dei legni (multistrato d’acero per piano armonico e fondo, acero massello per fasce e blocco centrale, mogano per il manico e palissandro per la tastiera), ha introdotto un vero e proprio standard nel settore della chitarra moderna con risultati timbrico-funzionali unici. La 335 vanta la suonabilità di una solid body con action finanche bassissime, agevole accessibilità alle ultime posizioni grazie alla congiunzione del manico alla cassa al 19° tasto. Gode della silenziosità e dell’eleganza dei pick-up humbucking ed è estremamente confortevole da suonare – specie in piedi con tracolla- grazie alla sottigliezza delle fasce ed all’ampia superficie di contatto fra il generoso body e l’esecutore.

Ma la 335 è anche una arch-top. La presenza della cassa acustica (spessore 4,5 cm.) e delle classiche buche ad “f”, assicurano quel sapore “wet” ricercato soprattutto dai jazzisti. Insomma, all’alta frequenza di risonanza garantita dal blocco longitudinale acero-mogano (body/manico), incollati con sistema “bolt in” di grande robustezza (cd. long tenon), fa da contraltare la componente acustica che, sebbene anch’essa di grande rigidità strutturale (multistrato d’acero piegato a caldo), garantisce un voicing più vellutato delle solid body e l’impareggiabile possibilità di fare dell’effetto larsen un solido “alleato” artistico. Ed eccoci al punto: la ES 335 innesca. All’unisono o -a seconda delle diverse componenti ambientali- un ‘ottava sopra o su altra armonica.  In questo strumento il concetto di “sostegno” diventa qualcosa di completamente diverso e nuovo. E questa caratteristica è spiccatamente legata all’utilizzo di suoni saturi: In contesti clean anche i jazzisti hanno potuto (e possono) godere di uno strumento non permeabile alle incontrollabili risonanze delle arch-top tradizionali. Il che ha determinato l’enorme successo del progetto in un epoca in cui le amplificazioni live hanno avuto crescita esponenziale.

La caratteristiche fisiche della 335 hanno quindi messo in evidenza la sua enorme versatilità e la conseguente possibilità di impiego in qualunque genere musicale: dal jazz tradizionale al blues, dal funky, alla fusion sino al rock.

La produzione della ES335 è terminata nel 1981 (quella della 345 Stereo l’anno succesivo) ed è stata ripresa in seguito con l’introduzione della “335 Reissue”, prodotta dal 1985 a Nashville e dal 1999 nell’attuale stabilimento di Memphis.


 
Caratteristiche tecniche generali

Tipo: Semiacustica a fascia bassa e buche ad “f”. Doppia spalla mancante stile “Venetian”
Body: Laminato in tre strati a fibra contrapposta (acero/pioppo/acero). Block centrale in tre strati d’acero. Top e fondo piegati a caldo con stampo a pressione. Controfasce in acero. Binding singolo su fascia superiore ed inferiore.
Manico: Mogano in pezzo unico
Verniciatura: Nitrocellulosa
Tastiera: Palissandro con intarsi in abalone (naturale o sintetico a seconda dei periodi) nelle forme dot/block/parallelogram a seconda delle versioni/epoche.
Tasti: 22 tasti medium size in nickel/argento.
Scala: 62,9 cm
Pick up: 2 humbuking (P.A.F., Original Humbucking, Classic ’57 a seconda dei periodi di produzione. P90 in alcuni periodi/versioni).
Selettore: Toggle tre posizioni (neck – parallel neck/bridge – bridge)
Controlli: Volume/tono pick up al manico – volume/tono pick up al ponte
Paletta: In tre pezzi, inclinazione di 17°. Giglio e logo Gibson in abalone.
Meccaniche: Tre per lato, sigillate.
Capotasto: In materiale plastico.
Battipenna: Sospeso, in tre strati celluloide/plastica (nero/bianco/nero)
Hardware: Nickelato.
Ponte: Ttune-o-matic.
Attaccacorde: Stop Tailpiece.

ES 335 & ES 345: Gemelle diverse.

Le “cuginastre” di cui trattiamo appartengono, nonostante il DNA comune, ad universi produttivi abbastanza lontani. Grandi similitudini strutturali ma discrete differenze costruttive derivanti dal diverso contesto di produzione. Vediamo.

ES 335 TD 1960 (Historic Collection) 50th Anniversary Edition -V.O.S. – Antique faded cherry.

E’ abbastanza evidente come Gibson abbia seguito la “scia Fender” per riappropriarsi delle quote di mercato a suo tempo perdute: ha affidato al marchio Epiphone la produzione consumer mentre al suo interno ha affiancato una serie “Standard” ad una  produzione “Custom”. Ed anche alla Gibson da qualche tempo il Custom Shop di Memphis ha intrapreso una ricerca filologica sempre più dettagliata delle varie annate della passata produzione affiancando –utilizzando ancora la terminologia di casa Fender- modelli “NOS” (strumenti con caratteristiche di annata ma nuovi di fabbrica) a modelli “Closet” (strumenti con caratteristiche di una certa annata ma con segni –artificiali- di usura come fossero stati moderatamente utilizzati nel tempo).

Oggi trattiamo di una “Closet” di casa Gibson, che qui prende il nome “V.O.S.” La serie V.O.S. (Vintage Original Specs) si prefigge il compito di riprodurre il più fedelmente possibile le caratteristiche di uno strumento di una specifica annata, fornendolo di un’estetica ed di un feel da strumento vissuto.Devo dire che nutro idee contrastanti rispetto la strategia degli strumenti invecchiati artificialmente. Se da un lato mi infastidisce l’idea del “vintage fasullo” o del chitarrista che ostenta lo strumento sfasciato da “old man”, dall’altro devo riconoscere –mediamente- una migliore suonabilità di queste chitarre, una eccelsa sensazione “tattile”, oltre che un indubbio fascino estetico che elimina l’impressione fredda e “vetrosa” degli strumenti “hi gloss” nuovi di fabbrica. Inoltre queste edizioni, di massima, utilizzano materiali selezionati e di qualità.

La chitarra in prova è nuova di zecca ed è datata dalla fabbrica 20 Maggio 2010. E’ una riedizione della ES 335 TD prodotta verso la metà del 1960 ed è inoltre un modello celebrativo dei cinquant’anni di produzione. Viene fornita con certificato di autenticità rilasciato dal Custom Shop. Dal punto di vista filologico si presenta molto fedele all’originale del 1960 anche se in realtà le 335 del ’60 differenziavano da quelle degli anni precedenti esclusivamente per il manico slim, la disponibilità delle nuove colorazioni “natural” e “cherry” (in aggiunta al sunburst originario) e le manopole dei potenziometri con cover superiore a specchio (Fig.1).

Questa “Faded Cherry” (letteralmente: rosso ciliegia sbiadito) è mooooolto bella e riproduce con incredibile fedeltà l’ossidazione di una chitarra con cinquant’anni di vita. Del pari l’harware nikelato evidenzia l’ossidazione ed i micro-graffi provocati da una pluridecennale attività di pulizia. (Fig.2 e Fig.3)

Ottima la fattura delle curvature di piano armonico e fondo: da qualche anno la Gibson sembrava averne completamente perso la ricetta (Fig.4). La lucidatura “semi gloss”  (sorry… Faded) appare leggera e ben eseguita ed il fondo sottostante lascia trasparire le leggere venature dell’acero: uno spettacolo!

Ulteriore plauso va fatto alla gradazione dello cherry: era dai tempi di Kalamazoo che non si vedeva più un “rosso ciliegia” dignitoso ma improbabili finiture rosse di scarsa eleganza. Insomma: 10 e lode per il look  (Fig.5).

Lo strumento si presenta piuttosto leggero (poco meno di 3,6 Kg) e colpisce subito per la notevole acusticità da spento. Il modello non riporta il nr. di serie sul retro della paletta (come da produzione di quegli anni) ma solo sull’etichetta all’interno del body e sulla documentazione fornita a corredo (Fig.6).
Caratteristica principale, come detto, è il tipico manico sottile (slim taper neck) che ha caratterizzato la produzione Gibson anni ’60 in forza dell’allora crescente domanda di chitarre  “fast” e con manici sufficientemente robusti per sostenere cordiere a scalatura leggera: Forse in quegli anni iniziava l’epoca del rock? Il modello a disposizione presenta una action non proprio bassissima ma, del pari, una notevole morbidezza e facilità esecutiva.

Vista la classe dello strumento, ho abbassato l’altezza delle corde -senza dover agire sul truss rod-  e lo strumento non ha palesato nessun difetto di tastiera e nessuna diminuzione timbrica o di volume.(Fig.7)

Come molte Gibson dotate di humbuking, anche questo modello presenta la fastidiosa inclinazione dei pick up (specie quello al manico) dovuta all’accoppiamento dei mounting ring (piatti) al top (carved). Per mia personale fissazione, mi sono armato di microtrapano Dremel, piccole teste abrasive e di lucidatura, di tanta pazienza ed ho sagomato i citati supporti di plastica conformandoli al body. Ho evitato, insomma, la tecnica “veloce” di piegare con una pinza le staffette di ancoraggio poste alla base dei pick up ed ho reso i due trasduttori perfettamente paralleli al telo delle corde. La mia percezione è stata quella di un discreto recupero timbrico generale (Fig.8). A proposito: i pick-up sono gli eccelsi Classic ’57… tutto perfetto se non fosse che nel 1957 il modello in questione non esisteva ancora…

La suonabilità:

La leggerezza complessiva rende comoda questa chitarra anche da seduti ed il fastidioso sbilanciamento dal lato del body -tipico delle 335- è del tutto trascurabile. In piedi e con tracolla, gli amanti di questo genere di strumento troveranno il massimo del comfort. Il manico è davvero sottile anche se, personalmente, preferisco manici medium-fat. Questo slim neck, fra l’altro, è davvero …slim!! (Fig.9)

e la sua sezione sembra l’unica imperfezione filologica compiuta dal Custom Shop Gibson: I rari strumenti anni sessanta che ho avuto modo di provare evidenziavano sempre un pronunciato “C neck”, mentre la sezione del manico di questa riedizione ha una tendenziale sezione a “D”. Finemente riprodotta, invece, la forma del tacco ed il suo sottile sbalzo di congiuntura al corpo. Particolari, questi, che ci risparmiano l’inestetico e massiccio tacco a semicerchio della produzione più recente (Fig.10).
Per il resto, la finitura “aged” infonde una generale sensazione di familiarità e di benessere al contatto: Da vera e propria chitarra “posseduta da sempre”.
 

 

Inseriamo il jack negli ampli:

La chitarra è stata testata con il (mio solito) Fender Hot Rod Deluxe, con un Fender Twin Reverb, un Fender Deluxe Reverb e con un Mesa Boogie Lone Star. Per i distorti ho utilizzato un VoodooLab Sparkle Drive ed un Radial Trimode. Il cavo utilizzato è stato il Reference e le corde D’Addario 0.10/46.

Va subito detto che gli ampli Fender (specie l’Hot Rod che qui fa sentire tutti i suoi limiti strutturali) mal digeriscono gli humbuking specie ad alto volume: Figurarsi ad utilizzare un semplice Wha. Consapevoli di ciò siamo andati avanti comunque, diminuendo talora il volume della chitarra ed ignorando i vari crunch “sgraziati” che venivano fuori ad una semplice plettrata più forte. Molto meglio il Mesa che, però, non suona Fender… specie in gamma bassa.

I suoni puliti: il settaggio di fabbrica dello strumento (action alta e pick up inclinati e molto bassi) ha fornito una iniziale sensazione di chiarezza timbrica, lontana dal “vocione” tenorile tipico delle Gibson. Dopo le varie regolazioni la situazione è decisamente migliorata. La voce di questa 335 è diversa da quella delle sorelle della serie standard di qualche tempo fa ed è caratterizzata da una particolare enfasi delle frequenze medio-alte. Una generale brillantezza che tuttavia non si trasforma mai in acidità timbrica in quanto la voce dello strumento resta sempre levigata e morbida grazie alla buona acustica naturale. Non dimentichiamo poi che questa VOS è nuova di fabbrica. Imputo in gran parte il risultato timbrico descritto all’utilizzo dello slim neck accoppiato ad una cassa acustica leggera e risonante. Infatti provando anche una 335 Custom Shop riedizione del ’59 con fat neck (anch’essa di produzione 2010), è risulta essere decisamente più baritonale.

Per ulteriori considerazioni timbriche rimando alla parte comparativa con la ES 345 Stereo che, a parità di pick-up ma con manico medium-fat e cassa più pesante, risulta suonare in modo abbastanza differente. In questa sede basti comunque dire che il calore in questa Gibson ’60 c’è tutto anche se lo strumento strizza l’occhio più al jazz-blues di Carlton che al sound profondo e scuro dei bopper della tradizione.
 
I distorti

Non ho ritenuto testare questo strumento con ampli hi-gain, nonostante la redazione li avesse resi disponibili. La vocazione “fusion” di questa chitarra non me lo ha suggerito. Ho utilizzato un overdrive e, per mero dovere di cronaca, un distorsore ma il mio gusto personale mi ha fatto prediligere nettamente il primo. Ritengo, infatti, che la 335 spinta molto in distorsione perda personalità dinamica e, proprio per la sua componente acustica, diventi espressivamente confusa. Insomma esagerando con il distorsore trovo la 335 poco controllabile e a tratti fastidiosa. Tutt’altra storia in ambito crunch dove “la signora” sussurra, grida ed innesca a piacimento rispondendo al plettro in modo ineccepibile. Ascoltando questa Custom Shop in saturazione mi è tornato spesso in mente (se non fosse per l’esecutore) Larry Carlton con il suo suono denso e nasale, quasi da voce nel…megafono: Ascoltate il live con Lukater, confrontate le rispettive timbriche e…cercate di capirmi…

In conclusione

Questa riedizione è uno strumento fantastico. Dati tecnici ed estetici a parte, ne ho potuto apprezzare le notevolissime doti dinamiche facilitate da una acustica naturale “out of standards” ed  agevolate da una tastiera impeccabile che non evidenzia difetti (Fig.11).
 

 
Come tutti gli strumenti di gran qualità ha un grande bilanciamento, sia fra le corde (bassi e cantini) che nelle varie posizioni della tastiera. Se il “vintage fasullo” della serie V.O.S. et similia ci lascia in preda al dubbio di essere vittime di una spudorata operazione di marketing, resta la consolazione della sostanza che in strumenti come quello in prova è davvero molta.

ES 345 TD Stereo Faded Red


Come accennato, nel 1999 la produzione della serie ES è stata trasferita da Nashville ai nuovi stabilimenti di Memphis e qui sembra essersi ripetuto ciò che già accadde nel 1985 nel precedente trasferimento Kalamazoo-Nashville. Le prime produzioni Memphis mi hanno lasciato davvero molto perplesso, sia per le geometrie generali degli strumenti che per le finiture davvero modeste: sembrava di imbracciare strumenti economici di altra marca. E’ evidente che il tutto sia stato dovuto ad un iniziale “rodaggio” del nuovo stabilimento, dei macchinari e delle maestranze. La qualità è rapidamente migliorata sino agli attuali livelli di (quasi) eccellenza.

La 345 Stereo in prova è stata fabbricata nel 2003 e ritengo sia un modello di transizione in quanto inizialmente prodotto come semplice “reissue” e di li a poco scomparso dal catalogo per riapparire per qualche tempo nella produzione “Historic Collection” del Custom Shop. Il sospetto è confermato da altri indizi come l’astuccio che riporta la scritta “B.B.King” (carenza di astucci,  incertezze di marketing o tentativo di unificare con grossolana semplificazione i due strumenti?) ed il fatto che la stessa B.B. King Signature “Lucille” (che poco ha a che fare con la ES 345 Stereo) è stata prodotta anch’essa a fasi alterne per poi approdare autonomamente nel catalogo del Custom Shop. Ascriverei quindi questo esemplare alla seconda produzione Memphis, ovvero a quella qualitativamente superiore rispetto alla fase di  start up ma non ancora nelle mani dei “Master Builders” del Custom Shop Memphis. Nell’anno in corso, infine, non ho trovato più traccia di questo modello nei cataloghi della casa. Storicamente la 345 Stereo nasce come versione più rifinita della 335.
 
Le differenze salienti fra i due modelli in prova possono così riassumersi:

•    Hardware dorato;
•    Doppio binding su top e fondo;
•    Battipenna lungo;
•    Segnatasti “parallelogram”;
•    Possibilità di splittare i due pick-up su due amplificatori diversi tramite un doppio jack di ingresso, ferma restando la possibilità di utilizzare la circuitazione standard utilizzando un unico jack;
•    Presenza del “Variatone”, dispositivo switch a 6 posizioni per diverse configurazioni/filtraggi dei pick up. (Fig. 12,13,14,15)
 


 
Lo strumento in prova, estremamente accattivante per il contrasto cromatico fra la finitura rosso vivo e l’harware dorato,(Fig.16) è quindi una “reissue” prodotta a Memphis. Siamo lontani dalle ricercatezze filologiche della cugina V.O.S. (valga per tutte la colorazione “red” ben lontana dallo cherry delle 345 Stereo d’epoca) ma siamo di fronte ad un oggetto davvero bello e ben realizzato.
 

 
Come accennato, il peso è maggiore rispetto alla VOS (3,9Kg ca.) ed il suono da spento, pur sufficientemente generoso, è sensibilmente inferiore in volume e riproduzione di bassi. Ovviamente sul peso complessivo incide la presenza dell’ulteriore hardware (Vaiatone, doppio jack di ingresso, ulteriore cablaggi interni e battipenna lungo) ma lo stesso non è tale da giustificare gli oltre trecento grammi di differenza. Discreto il bilanciamento da seduti ma non come per la V.O.S. Il manico è un medium-fat, anch’esso con sezione lievemente a “D”. La tastiera è precisa (non come la VOS) ed anche qui sono consentite action piuttosto basse. I tasti sono più alti rispetto alla 335 ‘60, hanno bordi spigolosi, poco smussati e a sezione quadrata: Bisogna abituarsi ad una iniziale sensazione di fastidio; la loro posatura mostra qualche rara e trascurabile pecca. Idem gli intarsi “parallelogram” che riportano qualche sporadica stuccatura (Fig.17).
 

 
La scolpitura del top e del fondo è piuttosto “plane” ed un po’ anonima: Nulla a che vedere con la sinuosa 335 del Custom Shop.
Come accennato, i pick up sono identici alla “Cherry” del ‘60 (Classic ’57).

I suoni puliti

Il maggior peso, la più generosa vernice “hi gloss”, conferiscono allo strumento un feel più elettrico che semi-acustico anche se, paradossalmente, questa ES345, vuoi per gli anni di servizio, vuoi per il generoso manico in mogano, ha davvero tanti bassi  da elettrificata. La voce complessiva è “molto Gibson” nel senso di una decisa proiezione in gamma medio-bassa con timbriche scure e vellutate che la avvicinano maggiormente al versante jazz che a quello blues. Un merito –questo- che si sconta decisamente in termini di versatilità; accompagnare con questa chitarra in una ritmica funky, ad esempio, è davvero difficile a meno di non abbassare il volume per diminuire il segnale d’uscita: Gli ampli Fender vanno in totale crisi. La costruzione “pesante” –inoltre- incide decisamente sulla dinamica dello strumento che resta decisamente a favore della V.O.S.  Quest’ultima, in fatto di dinamica, non conosce limiti di espressione anche con pennate da… corde spezzate. A proposito delle differenze timbrico/costruttive fra le due “old ladies”, va rilevato che mentre la serie 335 ha i due grani di sostegno del ponte tune-o-matic direttamente avvitati nel top, la 345 presenta due boccole femmina in ottone inserite a pressione in due fori appositamente torniti sul piano armonico con sistema di tenuta “millerighe”. In pratica le vibrazioni trasmesse dal tune-o-matic sono “filtrate”  da queste due piccole masse che conferiscono alla 345 maggior linearità a discapito delle escursioni dinamiche e delle sfumature espressive. Parliamo comunque di dettagli (Fig.18).
 

 
I distorti

Analoghe sono le considerazioni rispetto alla 335 per quanto concerne l’utilizzo dei distorsori piuttosto che di overdrive. Nonostante il carattere maggiormente “elettrico”, l’abbondanza di frequenze basse ed il correlativo minor equilibrio bassi-cantini, rende  i suoni hi gain ancor meno praticabili: Un semplice TS9 (nella prova ho utilizzato uno Sparkle Drive della VoodooLab) basta ed avanza per tirare fuori lo spirito dello strumento. In queste condizioni anche questa 345 suona alla grande, forse con meno personalità della più blasonata cugina ma con eguale (e forse maggiore) aggressività e spessore in basso.

La fine della storia

Eh…si… una Gibson è sempre una Gibson e queste due splendide signore dal loock un po’ attempato -ma di gran classe- ne sono la riprova. Se la volessi fare semplice direi che parliamo di strumenti robusti ed affidabili, professionali e dal gran suono. Se volessi invece ragionare d’altro, direi che è encomiabile il fatto che il mercato sia rimasto tanto legato (o sia tornato a legarsi) a queste chitarre “old fashion” che al di la del valore intrinseco, progettuale e timbrico, appaiono in decisa controtendenza al concetto di modernità. Ed è pure encomiabile lo sforzo dei produttori che sono riusciti ad offrire al mercato riproduzioni d’epoca a volte maniacali, simulando –in alcuni casi- finanche le bruciature di una sigaretta mantenuta ferma fra il mi basso e la paletta a causa del chitarrista con le mani impegnate a suonare. Ma il business fa questo ed altro e crea – se necessario- tutti i sapori. E li crea ad ogni costo, anche se il “vecchio” liutaio con il grembiule imbrattato di colla e polvere, ricurvo a scolpire ed intarsiare deve essere sostituito da una macchina a controllo numerico.

Si ringrazia Paolo Colacicco fer il reportage fotografico e l’impaginazione grafica  www.djfresella.it 
Protagonista di un passato incredibilmente glorioso, caratterizzato da una produzione assolutamente eccelsa, anche mamma Gibson, come Fender, ha vissuto a ridosso degli anni ottanta una debugle legata alle mode del nuovo “manierismo rock” e dei suoi miti. Decennio buio nel quale imbracciare una Les Paul equivaleva a guidare un camion in una gara di Formula Uno e suonare una Stratocaster o una Tele significava sfidare a tennis un avversario “tutto carbonio ed aerodinamica” con racchetta di legno, corde di budello e scarpe in tela…

Fig.1 Women in red
 
…Ibanez, Steinberger, Hamer, Jackson, Kramer, Valley Arts, Schon e tante altre case produttrici proponevano nuove forme e materiali, erano equipaggiate con pick up iper-aggressivi, leve super tecnologiche ed avevano trasformato le Gibson in dinosauri e le Fender in due semplici pezzi di legno avvitati fra di loro con quattro viti parker, munite di pick up generatori di rumore allo stato puro e leve del vibrato –nel caso della Strato- idonee a scordare lo strumento. Il trend, insomma, innescò l’inesorabile “calo delle vendite” cui seguì crisi finanziaria, qualitativa e creativa ed i vari tentativi compiuti dalle due storiche major di stare al passo con i tempi si scontrarono con la necessità del contenimento dei costi. Necessità aggravata dal “fronte nipponico”, impenitente imitatore e sviluppatore dei progetti altrui nonché imbattibile concorrente per il costo della manodopera.

Progressivamente Fender e Gibson cominciano a perdere lo stile e la filosofia costruttiva che avevano ispirato la precedente produzione. Nel 1985 la Fender, in piena crisi finanziaria e di identità, era alle soglie del fallimento ed il marchio fu venduto dalla CBS ad un gruppo di investitori privati che fondarono il nuovo stabilimento di Brea. Nello stesso anno la Gibson, fu ceduta in blocco dal gruppo Norlin.


 
La ripresa

In particolare la Gibson sembra aver maggiormente sofferto la “china della ripresa” che, in casa Fender, è durata meno di un decennio grazie all’eccezionale visione di marketing della nuova proprietà che, in breve tempo, l’ha riportata ai vertici assoluti. Una “vision” –quella di Fender- assolutamente nitida: storia, qualità, endorsement, innovazione e segmentazione di mercato. E’ difficile stabilire quanto i produttori incidano sulle tendenze o quanto queste ultime, scaturenti da complessi intrecci sociologici, influenzino la produzione dei primi. Probabilmente la verità è nel mezzo e l’influenza è reciproca. Nel settore chitarristico si sono sommate varie circostanze. Il ritorno ai suoni “grunge”, rozzi, semplici e primitivi ha riequilibrato la ridondante e barocca complessità dei suoni anni ottanta, infarciti di tracce, immagini, orchestrazioni e sequenze: Anche una chitarra, una batteria o un sax dovevano ormai esser necessariamente campionati. E se aggiungiamo la moda del vintage ed il lievitare di prezzo raggiunto dagli strumenti elettrici d’epoca, il gioco è fatto.

Fatto sta che all’improvviso, nel mondo della sei corde, accade qualcosa: iniziano a scomparire i “bloccacorda” dalle palette, i capotasti in acciaio, i roller alle sellette, i ponti pieni di brucole. Si scopre che i “pick-up-super-palestrati” suonano uguali un po’ dovunque ed in mano a chiunque e quei tasti super jumbo agevolano solo gli amanti delle iper velocità. Già nel 1983 -ad esempio- l’ancora una volta “pioniera” Fender, lancia la serie “Vintage” che determinerà le future fortune del gruppo.
 
In casa Gibson

Come accennavamo, a metà degli anni ottanta la gloriosa fabbrica di strumenti a corda “Gibson fine guitars and mandolins” -come da un vecchio slogan aziendale- era ormai lontana dai fasti del passato caratterizzato dai pregiati intarsi in abalone, le selezionatissime essenze di provenienza africana (ebano e mogano) e canadese (acero), i piani armonici in abete “hand carved” e quelli in acero “flamed”. Dimenticate pure le verniciature nitro impeccabili, le raffinate meccaniche di produzione teutonica in multiplo bagno in oro, gli astucci in legno finemente rivestiti e cuciti o i più futuristici (e recenti) “Protector” a prova di depressurizzazione aerea. Anche le semplici bruchures a corredo dei vecchi strumenti Gibson erano un vero e proprio capolavoro, segno di prestigio del marchio, di grande attenzione ai dettagli e di “focus” sul cliente finale.

Ma all’inizio del nuovo millennio la gloriosa casa di strumenti a corda ha intrapreso una importante ristrutturazione aziendale che, a parte le incertezze produttive iniziali, l’ha riportata ai vertici mondiali come dimostra la qualità ed il pregio degli strumenti che ci accingiamo a testare.
 
ES 335 TD: Un po’ di storia

Il modello ES 335 TD (la sigla significa: Electric Spanish – 335 Dollars – Thinline Double pick up) fu introdotto nel 1958 ed è legato alla grande attenzione che la Gibson ha immediatamente rivolto alla ricerca ed allo sviluppo nel settore della chitarra elettrica. Con questo modello la casa di Kalamazoo volle coniugare i due universi della chitarra arch-top (dove era leader assoluto dai primi del ‘900) e della chitarra elettrica che proprio in quegli anni viveva la sua inesorabile ascesa.

Potremmo ritenere ingenua e pionieristica l’idea che sta alla base di questo progetto: Una arch-top elettrificata con cassa a fascia bassa per ridurre l’effetto larsen. Ma questa realizzazione è andata ben oltre le aspettative ed alla Gibson, evidentemente, sapevano cosa stavano realizzando. Il mix solid body/arch top, la selezione dei legni (multistrato d’acero per piano armonico e fondo, acero massello per fasce e blocco centrale, mogano per il manico e palissandro per la tastiera), ha introdotto un vero e proprio standard nel settore della chitarra moderna con risultati timbrico-funzionali unici. La 335 vanta la suonabilità di una solid body con action finanche bassissime, agevole accessibilità alle ultime posizioni grazie alla congiunzione del manico alla cassa al 19° tasto. Gode della silenziosità e dell’eleganza dei pick-up humbucking ed è estremamente confortevole da suonare – specie in piedi con tracolla- grazie alla sottigliezza delle fasce ed all’ampia superficie di contatto fra il generoso body e l’esecutore.

Ma la 335 è anche una arch-top. La presenza della cassa acustica (spessore 4,5 cm.) e delle classiche buche ad “f”, assicurano quel sapore “wet” ricercato soprattutto dai jazzisti. Insomma, all’alta frequenza di risonanza garantita dal blocco longitudinale acero-mogano (body/manico), incollati con sistema “bolt in” di grande robustezza (cd. long tenon), fa da contraltare la componente acustica che, sebbene anch’essa di grande rigidità strutturale (multistrato d’acero piegato a caldo), garantisce un voicing più vellutato delle solid body e l’impareggiabile possibilità di fare dell’effetto larsen un solido “alleato” artistico. Ed eccoci al punto: la ES 335 innesca. All’unisono o -a seconda delle diverse componenti ambientali- un ‘ottava sopra o su altra armonica.  In questo strumento il concetto di “sostegno” diventa qualcosa di completamente diverso e nuovo. E questa caratteristica è spiccatamente legata all’utilizzo di suoni saturi: In contesti clean anche i jazzisti hanno potuto (e possono) godere di uno strumento non permeabile alle incontrollabili risonanze delle arch-top tradizionali. Il che ha determinato l’enorme successo del progetto in un epoca in cui le amplificazioni live hanno avuto crescita esponenziale.

La caratteristiche fisiche della 335 hanno quindi messo in evidenza la sua enorme versatilità e la conseguente possibilità di impiego in qualunque genere musicale: dal jazz tradizionale al blues, dal funky, alla fusion sino al rock.

La produzione della ES335 è terminata nel 1981 (quella della 345 Stereo l’anno succesivo) ed è stata ripresa in seguito con l’introduzione della “335 Reissue”, prodotta dal 1985 a Nashville e dal 1999 nell’attuale stabilimento di Memphis.


 
Caratteristiche tecniche generali

Tipo: Semiacustica a fascia bassa e buche ad “f”. Doppia spalla mancante stile “Venetian”
Body: Laminato in tre strati a fibra contrapposta (acero/pioppo/acero). Block centrale in tre strati d’acero. Top e fondo piegati a caldo con stampo a pressione. Controfasce in acero. Binding singolo su fascia superiore ed inferiore.
Manico: Mogano in pezzo unico
Verniciatura: Nitrocellulosa
Tastiera: Palissandro con intarsi in abalone (naturale o sintetico a seconda dei periodi) nelle forme dot/block/parallelogram a seconda delle versioni/epoche.
Tasti: 22 tasti medium size in nickel/argento.
Scala: 62,9 cm
Pick up: 2 humbuking (P.A.F., Original Humbucking, Classic ’57 a seconda dei periodi di produzione. P90 in alcuni periodi/versioni).
Selettore: Toggle tre posizioni (neck – parallel neck/bridge – bridge)
Controlli: Volume/tono pick up al manico – volume/tono pick up al ponte
Paletta: In tre pezzi, inclinazione di 17°. Giglio e logo Gibson in abalone.
Meccaniche: Tre per lato, sigillate.
Capotasto: In materiale plastico.
Battipenna: Sospeso, in tre strati celluloide/plastica (nero/bianco/nero)
Hardware: Nickelato.
Ponte: Ttune-o-matic.
Attaccacorde: Stop Tailpiece.

ES 335 & ES 345: Gemelle diverse.

Le “cuginastre” di cui trattiamo appartengono, nonostante il DNA comune, ad universi produttivi abbastanza lontani. Grandi similitudini strutturali ma discrete differenze costruttive derivanti dal diverso contesto di produzione. Vediamo.

ES 335 TD 1960 (Historic Collection) 50th Anniversary Edition -V.O.S. – Antique faded cherry.

E’ abbastanza evidente come Gibson abbia seguito la “scia Fender” per riappropriarsi delle quote di mercato a suo tempo perdute: ha affidato al marchio Epiphone la produzione consumer mentre al suo interno ha affiancato una serie “Standard” ad una  produzione “Custom”. Ed anche alla Gibson da qualche tempo il Custom Shop di Memphis ha intrapreso una ricerca filologica sempre più dettagliata delle varie annate della passata produzione affiancando –utilizzando ancora la terminologia di casa Fender- modelli “NOS” (strumenti con caratteristiche di annata ma nuovi di fabbrica) a modelli “Closet” (strumenti con caratteristiche di una certa annata ma con segni –artificiali- di usura come fossero stati moderatamente utilizzati nel tempo).

Oggi trattiamo di una “Closet” di casa Gibson, che qui prende il nome “V.O.S.” La serie V.O.S. (Vintage Original Specs) si prefigge il compito di riprodurre il più fedelmente possibile le caratteristiche di uno strumento di una specifica annata, fornendolo di un’estetica ed di un feel da strumento vissuto.Devo dire che nutro idee contrastanti rispetto la strategia degli strumenti invecchiati artificialmente. Se da un lato mi infastidisce l’idea del “vintage fasullo” o del chitarrista che ostenta lo strumento sfasciato da “old man”, dall’altro devo riconoscere –mediamente- una migliore suonabilità di queste chitarre, una eccelsa sensazione “tattile”, oltre che un indubbio fascino estetico che elimina l’impressione fredda e “vetrosa” degli strumenti “hi gloss” nuovi di fabbrica. Inoltre queste edizioni, di massima, utilizzano materiali selezionati e di qualità.

La chitarra in prova è nuova di zecca ed è datata dalla fabbrica 20 Maggio 2010. E’ una riedizione della ES 335 TD prodotta verso la metà del 1960 ed è inoltre un modello celebrativo dei cinquant’anni di produzione. Viene fornita con certificato di autenticità rilasciato dal Custom Shop. Dal punto di vista filologico si presenta molto fedele all’originale del 1960 anche se in realtà le 335 del ’60 differenziavano da quelle degli anni precedenti esclusivamente per il manico slim, la disponibilità delle nuove colorazioni “natural” e “cherry” (in aggiunta al sunburst originario) e le manopole dei potenziometri con cover superiore a specchio (Fig.1).

Questa “Faded Cherry” (letteralmente: rosso ciliegia sbiadito) è mooooolto bella e riproduce con incredibile fedeltà l’ossidazione di una chitarra con cinquant’anni di vita. Del pari l’harware nikelato evidenzia l’ossidazione ed i micro-graffi provocati da una pluridecennale attività di pulizia. (Fig.2 e Fig.3)

Ottima la fattura delle curvature di piano armonico e fondo: da qualche anno la Gibson sembrava averne completamente perso la ricetta (Fig.4). La lucidatura “semi gloss”  (sorry… Faded) appare leggera e ben eseguita ed il fondo sottostante lascia trasparire le leggere venature dell’acero: uno spettacolo!

Ulteriore plauso va fatto alla gradazione dello cherry: era dai tempi di Kalamazoo che non si vedeva più un “rosso ciliegia” dignitoso ma improbabili finiture rosse di scarsa eleganza. Insomma: 10 e lode per il look  (Fig.5).

Lo strumento si presenta piuttosto leggero (poco meno di 3,6 Kg) e colpisce subito per la notevole acusticità da spento. Il modello non riporta il nr. di serie sul retro della paletta (come da produzione di quegli anni) ma solo sull’etichetta all’interno del body e sulla documentazione fornita a corredo (Fig.6).
Caratteristica principale, come detto, è il tipico manico sottile (slim taper neck) che ha caratterizzato la produzione Gibson anni ’60 in forza dell’allora crescente domanda di chitarre  “fast” e con manici sufficientemente robusti per sostenere cordiere a scalatura leggera: Forse in quegli anni iniziava l’epoca del rock? Il modello a disposizione presenta una action non proprio bassissima ma, del pari, una notevole morbidezza e facilità esecutiva.

Vista la classe dello strumento, ho abbassato l’altezza delle corde -senza dover agire sul truss rod-  e lo strumento non ha palesato nessun difetto di tastiera e nessuna diminuzione timbrica o di volume.(Fig.7)

Come molte Gibson dotate di humbuking, anche questo modello presenta la fastidiosa inclinazione dei pick up (specie quello al manico) dovuta all’accoppiamento dei mounting ring (piatti) al top (carved). Per mia personale fissazione, mi sono armato di microtrapano Dremel, piccole teste abrasive e di lucidatura, di tanta pazienza ed ho sagomato i citati supporti di plastica conformandoli al body. Ho evitato, insomma, la tecnica “veloce” di piegare con una pinza le staffette di ancoraggio poste alla base dei pick up ed ho reso i due trasduttori perfettamente paralleli al telo delle corde. La mia percezione è stata quella di un discreto recupero timbrico generale (Fig.8). A proposito: i pick-up sono gli eccelsi Classic ’57… tutto perfetto se non fosse che nel 1957 il modello in questione non esisteva ancora…

La suonabilità:

La leggerezza complessiva rende comoda questa chitarra anche da seduti ed il fastidioso sbilanciamento dal lato del body -tipico delle 335- è del tutto trascurabile. In piedi e con tracolla, gli amanti di questo genere di strumento troveranno il massimo del comfort. Il manico è davvero sottile anche se, personalmente, preferisco manici medium-fat. Questo slim neck, fra l’altro, è davvero …slim!! (Fig.9)

e la sua sezione sembra l’unica imperfezione filologica compiuta dal Custom Shop Gibson: I rari strumenti anni sessanta che ho avuto modo di provare evidenziavano sempre un pronunciato “C neck”, mentre la sezione del manico di questa riedizione ha una tendenziale sezione a “D”. Finemente riprodotta, invece, la forma del tacco ed il suo sottile sbalzo di congiuntura al corpo. Particolari, questi, che ci risparmiano l’inestetico e massiccio tacco a semicerchio della produzione più recente (Fig.10).
Per il resto, la finitura “aged” infonde una generale sensazione di familiarità e di benessere al contatto: Da vera e propria chitarra “posseduta da sempre”.
 

 

Inseriamo il jack negli ampli:

La chitarra è stata testata con il (mio solito) Fender Hot Rod Deluxe, con un Fender Twin Reverb, un Fender Deluxe Reverb e con un Mesa Boogie Lone Star. Per i distorti ho utilizzato un VoodooLab Sparkle Drive ed un Radial Trimode. Il cavo utilizzato è stato il Reference e le corde D’Addario 0.10/46.

Va subito detto che gli ampli Fender (specie l’Hot Rod che qui fa sentire tutti i suoi limiti strutturali) mal digeriscono gli humbuking specie ad alto volume: Figurarsi ad utilizzare un semplice Wha. Consapevoli di ciò siamo andati avanti comunque, diminuendo talora il volume della chitarra ed ignorando i vari crunch “sgraziati” che venivano fuori ad una semplice plettrata più forte. Molto meglio il Mesa che, però, non suona Fender… specie in gamma bassa.

I suoni puliti: il settaggio di fabbrica dello strumento (action alta e pick up inclinati e molto bassi) ha fornito una iniziale sensazione di chiarezza timbrica, lontana dal “vocione” tenorile tipico delle Gibson. Dopo le varie regolazioni la situazione è decisamente migliorata. La voce di questa 335 è diversa da quella delle sorelle della serie standard di qualche tempo fa ed è caratterizzata da una particolare enfasi delle frequenze medio-alte. Una generale brillantezza che tuttavia non si trasforma mai in acidità timbrica in quanto la voce dello strumento resta sempre levigata e morbida grazie alla buona acustica naturale. Non dimentichiamo poi che questa VOS è nuova di fabbrica. Imputo in gran parte il risultato timbrico descritto all’utilizzo dello slim neck accoppiato ad una cassa acustica leggera e risonante. Infatti provando anche una 335 Custom Shop riedizione del ’59 con fat neck (anch’essa di produzione 2010), è risulta essere decisamente più baritonale.

Per ulteriori considerazioni timbriche rimando alla parte comparativa con la ES 345 Stereo che, a parità di pick-up ma con manico medium-fat e cassa più pesante, risulta suonare in modo abbastanza differente. In questa sede basti comunque dire che il calore in questa Gibson ’60 c’è tutto anche se lo strumento strizza l’occhio più al jazz-blues di Carlton che al sound profondo e scuro dei bopper della tradizione.
 
I distorti

Non ho ritenuto testare questo strumento con ampli hi-gain, nonostante la redazione li avesse resi disponibili. La vocazione “fusion” di questa chitarra non me lo ha suggerito. Ho utilizzato un overdrive e, per mero dovere di cronaca, un distorsore ma il mio gusto personale mi ha fatto prediligere nettamente il primo. Ritengo, infatti, che la 335 spinta molto in distorsione perda personalità dinamica e, proprio per la sua componente acustica, diventi espressivamente confusa. Insomma esagerando con il distorsore trovo la 335 poco controllabile e a tratti fastidiosa. Tutt’altra storia in ambito crunch dove “la signora” sussurra, grida ed innesca a piacimento rispondendo al plettro in modo ineccepibile. Ascoltando questa Custom Shop in saturazione mi è tornato spesso in mente (se non fosse per l’esecutore) Larry Carlton con il suo suono denso e nasale, quasi da voce nel…megafono: Ascoltate il live con Lukater, confrontate le rispettive timbriche e…cercate di capirmi…

In conclusione

Questa riedizione è uno strumento fantastico. Dati tecnici ed estetici a parte, ne ho potuto apprezzare le notevolissime doti dinamiche facilitate da una acustica naturale “out of standards” ed  agevolate da una tastiera impeccabile che non evidenzia difetti (Fig.11).
 

 
Come tutti gli strumenti di gran qualità ha un grande bilanciamento, sia fra le corde (bassi e cantini) che nelle varie posizioni della tastiera. Se il “vintage fasullo” della serie V.O.S. et similia ci lascia in preda al dubbio di essere vittime di una spudorata operazione di marketing, resta la consolazione della sostanza che in strumenti come quello in prova è davvero molta.

ES 345 TD Stereo Faded Red


Come accennato, nel 1999 la produzione della serie ES è stata trasferita da Nashville ai nuovi stabilimenti di Memphis e qui sembra essersi ripetuto ciò che già accadde nel 1985 nel precedente trasferimento Kalamazoo-Nashville. Le prime produzioni Memphis mi hanno lasciato davvero molto perplesso, sia per le geometrie generali degli strumenti che per le finiture davvero modeste: sembrava di imbracciare strumenti economici di altra marca. E’ evidente che il tutto sia stato dovuto ad un iniziale “rodaggio” del nuovo stabilimento, dei macchinari e delle maestranze. La qualità è rapidamente migliorata sino agli attuali livelli di (quasi) eccellenza.

La 345 Stereo in prova è stata fabbricata nel 2003 e ritengo sia un modello di transizione in quanto inizialmente prodotto come semplice “reissue” e di li a poco scomparso dal catalogo per riapparire per qualche tempo nella produzione “Historic Collection” del Custom Shop. Il sospetto è confermato da altri indizi come l’astuccio che riporta la scritta “B.B.King” (carenza di astucci,  incertezze di marketing o tentativo di unificare con grossolana semplificazione i due strumenti?) ed il fatto che la stessa B.B. King Signature “Lucille” (che poco ha a che fare con la ES 345 Stereo) è stata prodotta anch’essa a fasi alterne per poi approdare autonomamente nel catalogo del Custom Shop. Ascriverei quindi questo esemplare alla seconda produzione Memphis, ovvero a quella qualitativamente superiore rispetto alla fase di  start up ma non ancora nelle mani dei “Master Builders” del Custom Shop Memphis. Nell’anno in corso, infine, non ho trovato più traccia di questo modello nei cataloghi della casa. Storicamente la 345 Stereo nasce come versione più rifinita della 335.
 
Le differenze salienti fra i due modelli in prova possono così riassumersi:

•    Hardware dorato;
•    Doppio binding su top e fondo;
•    Battipenna lungo;
•    Segnatasti “parallelogram”;
•    Possibilità di splittare i due pick-up su due amplificatori diversi tramite un doppio jack di ingresso, ferma restando la possibilità di utilizzare la circuitazione standard utilizzando un unico jack;
•    Presenza del “Variatone”, dispositivo switch a 6 posizioni per diverse configurazioni/filtraggi dei pick up. (Fig. 12,13,14,15)
 


 
Lo strumento in prova, estremamente accattivante per il contrasto cromatico fra la finitura rosso vivo e l’harware dorato,(Fig.16) è quindi una “reissue” prodotta a Memphis. Siamo lontani dalle ricercatezze filologiche della cugina V.O.S. (valga per tutte la colorazione “red” ben lontana dallo cherry delle 345 Stereo d’epoca) ma siamo di fronte ad un oggetto davvero bello e ben realizzato.
 

 
Come accennato, il peso è maggiore rispetto alla VOS (3,9Kg ca.) ed il suono da spento, pur sufficientemente generoso, è sensibilmente inferiore in volume e riproduzione di bassi. Ovviamente sul peso complessivo incide la presenza dell’ulteriore hardware (Vaiatone, doppio jack di ingresso, ulteriore cablaggi interni e battipenna lungo) ma lo stesso non è tale da giustificare gli oltre trecento grammi di differenza. Discreto il bilanciamento da seduti ma non come per la V.O.S. Il manico è un medium-fat, anch’esso con sezione lievemente a “D”. La tastiera è precisa (non come la VOS) ed anche qui sono consentite action piuttosto basse. I tasti sono più alti rispetto alla 335 ‘60, hanno bordi spigolosi, poco smussati e a sezione quadrata: Bisogna abituarsi ad una iniziale sensazione di fastidio; la loro posatura mostra qualche rara e trascurabile pecca. Idem gli intarsi “parallelogram” che riportano qualche sporadica stuccatura (Fig.17).
 

 
La scolpitura del top e del fondo è piuttosto “plane” ed un po’ anonima: Nulla a che vedere con la sinuosa 335 del Custom Shop.
Come accennato, i pick up sono identici alla “Cherry” del ‘60 (Classic ’57).

I suoni puliti

Il maggior peso, la più generosa vernice “hi gloss”, conferiscono allo strumento un feel più elettrico che semi-acustico anche se, paradossalmente, questa ES345, vuoi per gli anni di servizio, vuoi per il generoso manico in mogano, ha davvero tanti bassi  da elettrificata. La voce complessiva è “molto Gibson” nel senso di una decisa proiezione in gamma medio-bassa con timbriche scure e vellutate che la avvicinano maggiormente al versante jazz che a quello blues. Un merito –questo- che si sconta decisamente in termini di versatilità; accompagnare con questa chitarra in una ritmica funky, ad esempio, è davvero difficile a meno di non abbassare il volume per diminuire il segnale d’uscita: Gli ampli Fender vanno in totale crisi. La costruzione “pesante” –inoltre- incide decisamente sulla dinamica dello strumento che resta decisamente a favore della V.O.S.  Quest’ultima, in fatto di dinamica, non conosce limiti di espressione anche con pennate da… corde spezzate. A proposito delle differenze timbrico/costruttive fra le due “old ladies”, va rilevato che mentre la serie 335 ha i due grani di sostegno del ponte tune-o-matic direttamente avvitati nel top, la 345 presenta due boccole femmina in ottone inserite a pressione in due fori appositamente torniti sul piano armonico con sistema di tenuta “millerighe”. In pratica le vibrazioni trasmesse dal tune-o-matic sono “filtrate”  da queste due piccole masse che conferiscono alla 345 maggior linearità a discapito delle escursioni dinamiche e delle sfumature espressive. Parliamo comunque di dettagli (Fig.18).
 

 
I distorti

Analoghe sono le considerazioni rispetto alla 335 per quanto concerne l’utilizzo dei distorsori piuttosto che di overdrive. Nonostante il carattere maggiormente “elettrico”, l’abbondanza di frequenze basse ed il correlativo minor equilibrio bassi-cantini, rende  i suoni hi gain ancor meno praticabili: Un semplice TS9 (nella prova ho utilizzato uno Sparkle Drive della VoodooLab) basta ed avanza per tirare fuori lo spirito dello strumento. In queste condizioni anche questa 345 suona alla grande, forse con meno personalità della più blasonata cugina ma con eguale (e forse maggiore) aggressività e spessore in basso.

La fine della storia

Eh…si… una Gibson è sempre una Gibson e queste due splendide signore dal loock un po’ attempato -ma di gran classe- ne sono la riprova. Se la volessi fare semplice direi che parliamo di strumenti robusti ed affidabili, professionali e dal gran suono. Se volessi invece ragionare d’altro, direi che è encomiabile il fatto che il mercato sia rimasto tanto legato (o sia tornato a legarsi) a queste chitarre “old fashion” che al di la del valore intrinseco, progettuale e timbrico, appaiono in decisa controtendenza al concetto di modernità. Ed è pure encomiabile lo sforzo dei produttori che sono riusciti ad offrire al mercato riproduzioni d’epoca a volte maniacali, simulando –in alcuni casi- finanche le bruciature di una sigaretta mantenuta ferma fra il mi basso e la paletta a causa del chitarrista con le mani impegnate a suonare. Ma il business fa questo ed altro e crea – se necessario- tutti i sapori. E li crea ad ogni costo, anche se il “vecchio” liutaio con il grembiule imbrattato di colla e polvere, ricurvo a scolpire ed intarsiare deve essere sostituito da una macchina a controllo numerico.

Si ringrazia Paolo Colacicco fer il reportage fotografico e l’impaginazione grafica  www.djfresella.it

Condividi questo articolo!
Segui:
Nato a Napoli nel 1964 ed inizia ad appassionarsi alla chitarra prestissimo grazie al classico regalo natalizio dei genitori ed alla passione per la musica dei Beatles, dei Platters e di Edoardo Bennato. Quell’oggetto rimase per qualche tempo un arredo privo di vita fino a quando qualche amico non gli spiegò che una chitarra andava accordata e che, premendo semplicemente la quarta e la quinta corda al secondo tasto, veniva fuori un accordo chiamato Mi minore… Il repertorio di Bennato, apparentemente semplice ma capace di aperture armoniche imprevedibili, lo inizia allo studio –da autodidatta- degli accordi e della chitarra ritmica e lo conduce all’acquisto della fantastica Ranger XII della Eko, purtroppo poi venduta. Negli anni settanta ed ottanta prosegue lo studio della chitarra rock affascinato dall’ascolto di Hendrix, Blackmore e Page, con risultati abbastanza frustranti e con tonnellate di cassette e 33 giri consumati. L’uscita di Van Halen e, soprattutto, lo studio del repertorio dei Rush lo inducono alle prime lezioni “serie” ed all’immediata comprensione di quanto detto da Andres Segovia: “La chitarra è uno strumento facile da suonare male”. In quegli anni aumenta l’interesse parallelo per la liuteria, il customizing e lo studio di tutte le tecnologie legate alla chitarra elettrica. Per circa due anni lavora presso uno storico liutaio napoletano dove apprende i rudimenti tecnici legati alla chitarra acustica ed alle riparazioni in genere. La passione per Pat Metheny, Larry Carlton, la musica brasiliana e l’acid jazz lo avvicinano allo studio dell’armonia jazz anche se in modo discontinuo a causa degli impegni di lavoro e familiari. In questa fase si avvale, anche se per periodi piuttosto brevi, delle lezioni e degli insegnamenti di alcuni fantastici musicisti partenopei. Attualmente suona stabilmente in una band di cover funk ed acid jazz e dedica il tempo libero allo studio dello strumento.