Nel precedente articolo pubblicato dal titolo “La spettacolarizzazione dell’arte; la musica tra sociale e media” si è promosso “l’intento di proporre, con cadenza mensile, partendo da dicembre, la recensione di dischi che hanno caratterizzato gli anni novanta ma che non hanno avuto i dovuti e meritati onori, volendo così, con una non celata provocazione, stimolare una maggiore apertura e un abbattimento dei tanti preconcetti che purtroppo allignano in molti appassionati di musica”.

Sempre nel medesimo articolo, si era portata, come testimonianza di quanto assunto, “Spiderland” degli Slint: “Diversamente, il decennio musicale, inaugurato simbolicamente nel 1991 da quel capolavoro assoluto e crocicchio che è Spiderland degli Slint, orfano di una corrente ideologica alle spalle e di una qualsiasi forma di spettacolarizzazione, è passato inosservato anche alle orecchie di chi (appunto) avendo amato gli anni sessanta e settanta, non sarebbe dovuto restare insensibile ai tantissimi artisti che hanno dato alle stampe dischi di pregio assoluto …”.
Ed è, quindi, proprio con “Spiderland” che inizieremo il nostro ciclo di recensioni.
Gli Slint nascono formalmente nel 1986, a Louisville, in Kentucky, su impulso di due ex membri degli Squirrel Bait (gruppo madre dal quale nasceranno oltre agli Slint, i For Carnation, i Bastro e i Gastr del Sol – questi ultimi due per mano di David Grubbs), il chitarrista Brian McMahan e il batterista Britt Walford a cui si unirono il bassista Ethan Buckler e il chitarrista David Pajo.

Sebbene (in linea con il tema da noi trattato) non siano passati in cavalleria, la critica specializzata ha riconosciuto agli Slint il merito di essere uno dei complessi più influenti non solo del loro periodo ma, con il senno di poi e a distanza di trent’anni, della storia della musica
Diedero, infatti, forma ad un nuovo genere di musica (che avrebbe influenzato gli anni a venire) in una innovativa ristrutturazione delle tensioni e le nevrosi dell’hardcore ma destrutturato e orfano di ogni livore e passione, in una crasi che univa Kraut, acid-rock, progressive-rock, slowcore, free-jazz e della musica da camera d’avanguardia.
E così, nel 1991, viene dato alle stampe l’immortale “Spiderland” (Touch & Go), un disco che, a parere di chi scrive, può considerarsi per la musica nata dopo la sua uscita, ciò che ha rappresentato per il suo tempo e per quelli a venire “The Velvet Underground & Nico”.
“Spiderland” è un insieme di racconti, di narrazioni musicali evocative, di paesaggi notturni, ipnotici e narcolettici, scossi da aperture rock e da abrasioni che fibrillano come elettroshock su di un dilatato corpo perso nella sua psicosi onirica. Un disco che sin dalla sua apertura “Breadcrumb Trail”, fatta di tre armonici e di un recitato, segna il passo verso una nuova letteratura musicale.
Tra i solchi e tra le tracce, una menzione speciale va a “Washer” che, con i suoi cambi di registro fatti di riempimenti e di svotamenti e con la sua asfittica risoluzione delle tensioni, assurge al rango di una delle più belle ballads.
Marco Sica