SIAE o non SIAE, questo è il problema…

Diego Cordua

Eravamo davanti ad un bel bicchiere di vino rosso, ma il Boss non si ferma davanti a niente.
“Dieguccio (appellativo che indica l’anticamera dell’inferno), che ne dici di qualche bell’articolo sugli intrecci tra diritto e musica? Niente di accademico, ti prego…”.


La risposta mi si ferma sotto il palato. Scarto tutte le idee più semplici, destinate, proprio perché semplici, ad un’immediata bocciatura. Andiamo oltre: c’è tanta gente in giro che ha voglia di entrare nel mondo della musica, in una veste piuttosto che un’altra (artista, produttore, manager, etc). Ma purtroppo, oggi come oggi, o entri con X-Factor e similari (ma se uno non ce l’ha, l’X-Factor, come fa?) oppure ti devi squadrare in proprio. E con il bicchiere a metà, tutto diventa chiaro: chi ha talento non sempre ha la bussola per poter affrontare in proprio la giungla di leggi e leggine che vincolano tutti noi. Compresi gli artisti. Ed è un peccato.

Bollino Siae


Il lunedì successivo mi ritrovo in cattedra a parlare, con dei giovani del II anno di Giurisprudenza, della tutela del copyright in ambiente digitale. Ed un ragazzo (forse inviato dal Boss?) al termine della lezione si avvicina con aria timida e chiede: “Avvocato, ho appena finito di incidere un album con la mia band. Mi devo iscrivere a questa SIAE o no?”.
Mi sfrego le mani. Bene, partiamo da qui.

“Questa è l’opera mia e me la comando io”

Perfetto, chi te la tocca! Ricordiamo un principio fondamentale: il diritto d’autore sull’opera (o, per meglio intenderci, “i diritti” d’autore: paternità, distribuzione, sfruttamento economico, etc.) nasce con l’opera stessa: lo stabilisce il r.d. 633 del 1941 (ancora in vigore, ma con modifiche ed integrazioni intervenute nel tempo). Nel momento in cui chiudiamo il nostro pentagramma, è fatta. L’opera c’è ed è di nostra proprietà. Possiamo creare una clip per Youtube, possiamo cedere i diritti di sfruttamento ad un cantante di grido perché in bocca a noi nessuna la filerebbe, possiamo uploadarla sul nostro sito web e darla in pasto gratuitamente ai nostri navigatori per farci pubblicità… Ma tutto cambia quando vogliamo iniziare a far fruttare il nostro lavoro artistico e tutelarlo. Così come chiudiamo a chiave la porta quando usciamo di casa, ovvero proteggiamo il nostro portafogli dai borseggiatori, dobbiamo proteggere la nostra opera. Immateriale, ma con un valore, anche se soltanto in una semplice prospettiva di vendita (Paolo Conte dice che “non si guadagna con le note blu”, ma abbiamo a disposizione un arcobaleno…).

La SIAE non è il diavolo

Possiamo, dunque, sfatare un mito: l’opera non “nasce” con il deposito alla SIAE. Per usare una metafora in tema, sarebbe come dire che con l’iscrizione alla SIAE “nasce” l’artista. Un’eresia.
Con l’iscrizione alla SIAE, come con il deposito dell’opera, nasce piuttosto un sistema “rafforzato” di tutela dell’artista e della relativa opera. In altre parole, i tanto temuti ispettori della SIAE che vanno in giro per pub e discoteche a verificare se sono stati pagati i diritti d’autore per una manifestazione musicale, saranno destinati a tutelare anche l’opera che abbiamo depositato. O ancora, godremo di una prova “rafforzata” per difenderci dinanzi a qualche copione che ha preso di mira le nostre produzioni.
Parliamo, quindi, semplicemente di un Ente che tutela, se lo vogliamo, gli autori e le loro opere.

Il momento opportuno

Di certo, per un artista alle prime armi, consapevole della strada che ha davanti, l’iscrizione alla SIAE o il deposito delle relative opere potrebbe essere un passo prematuro: tutto dipende da quanto si vuole investire. Ma niente paura: l’essenziale è “precostituirsi la prova” della paternità dell’opera, con o senza deposito alla SIAE. Un esempio: ho appena chiuso la clip del mio primo singolo. Lo pubblico oggi su Youtube. 30 giorni dopo, Tizio pubblica la stessa canzone, con lo stesso clip ma cambiando le carte in tavola: autore diverso, personaggi del clip nuovi, etc. Chi la vince? Chi dimostra di aver creato per primo l’opera (ad esempio, perché ha uploadato per primo l’opera su Youtube). Sul web si trovano tantissime soluzioni “alternative”, che non riprenderò in questa sede: qualunque strada si scelga, l’importante è mettersi nei panni del giudice dinanzi al quale si rivendicherà la paternità dell’opera e chiedersi: “Se io fossi il giudice, mi darei ragione?”. E siate sinceri nella risposta, perché potrebbe essere doloroso vedervi “rubare” l’opera davanti ad un tribunale!

Alla prossima

Avv. Diego Cordua

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Diego Cordua, napoletano, classe 1982. E’ avvocato e lavora per una società di consulenza legale. E’, inoltre, collaboratore esterno di cattedra all’Università Suor Orsola Benincasa. Nel tempo libero è volontario per Amnesty International. Da sempre appassionato di musica, nei suoi tanti ed interminabili viaggi gli piace ascoltare di tutto, da Paolo Conte ai Police, passando per i Fitness Forever ed i Depeche Mode. Non dimentica, peraltro, il suo passato da chitarrista classico, una passione durata un quinquennio e poi messa (ancora per poco) a malincuore in cantina per motivi di tempo. Da questo mix mai sopito nasce la voglia di cooperare alla crescita del sito Age of Audio, nel ruolo di revisore di bozze e di autore dei contributi per la rubrica Articolo 33.
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