Lasciamo alle spalle la Galassia Doepfer per raggiungere un altro pianeta della costellazione dei modulari; per ironia della sorte però questo viaggio prende una piega inaspettata, ci perdiamo miseramente in un buco nero; veniamo proiettati in un altro tempo, il lontano 1980, in una Russia fredda, chiusa nella sua morsa di ghiaccio e divisa dal resto del mondo. Il primo impulso è ritrovare la retta via, per riprendere la meta prefissata, ma la mia innata curiosità mi spinge a voler dare uno sguardo a quello che sta accadendo sul pianeta Terra in questo particolare periodo storico. È il momento di farsi coraggio, togliere caschi e respiratori, mettere dei vestiti pesanti d’epoca e confonderci con la gente del luogo; io e uno dei miei fidati collaboratori ci prepariamo a visitare e ad indagare le scene musicali oltre la frontiera.

Il marchio
Il Polivoks (Fig.1) è un sintetizzatore analogico duofonico realizzato nell’USSR durante i primi anni ‘80. Per duofonico si intende la possibilità di poter suonare due note contemporaneamente assegnando ad ogni nota una delle due voci disponibili nella macchina. Questo sintetizzatore è stato progettato da un team, guidato da Vladimir Kuzmin presso la Ural Vector Company creata dalla Formanta Radio Plant. Conosciuto anche con i nomi di “Polyvoks” o “Polyvox” è generalmente tradotto in Polivoks. Questo strumento, come tanti altri del periodo, è stato concepito per offrire ai musicisti sovietici i medesimi timbri e colori di cui potevano già usufruire altri musicisti stranieri. Non dovrebbe fare meraviglia che, a quell’epoca, molti prodotti esteri non venivano ammessi per l’importazione nella Repubblica Socialista. Per stessa ammissione del suo progettista, il Polivoks è stato concepito come alternativa al Minimoog puntando ad una simile struttura sia nel percorso audio che nei segnali di controllo. Rispetto al Minimoog ci sono tante sostanziali differenze: la presenza di due oscillatori (contro i tre del Minimoog), di un filtro a due modi (Lowpass ed Highpass), di un LFO dedicato e della duofonia. Altra cosa importante è che il Polivoks ha inaugurato l’era dei sintetizzatori in terra Sovietica. Prima di allora, infatti, l’unico strumento elettronico”sperimentale” disponibile pare sia stato il Theremin. Si stimano circa 30.000 unità prodotte in totale dagli stabilimenti Formanta.
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Come si presenta
Lo strumento a prima vista si presentacome una piccola valigia da viaggio (fig.2), di quelle che usavano gli emigrati per andare a lavorare all’estero. Una volta aperto il contenitore in alluminio, rivestito con una vernice nera, ci ritroviamo davanti ad un unità davvero strana per le macchine dell’epoca. L’intero chassis dello strumento, così come le manopole e gli switches, sono realizzati in plastica e ricordano, sardonicamente, le mollette con cui abitualmente stendiamo il vestiario (fig.3). La tastiera è dotata di 49 tasti (Fa-Mi)ed al tatto sembra fragilissima. Finora non mi era mai capitato di toccare dei tasti talmente leggeri al punto di avere seriamente paura di romperli. Da notare l’assenza di modulatori fisici come pitch wheel e modulation wheel. Il pannello di controllo è totalmente in cirillico, ma fortunatamente in rete si trovano delle ottime traduzioni. La macchina è dotata di due oscillatori con forme d’onda selezionabili tra Triangle, Sawtooth, Square e due tipi di Pulse, entrambi sono intonabili nel range di 5 ottave, un’altra manopola inoltre ci permette una accordatura più precisa di questi. È presente un Noise Generator, un LFO con varie forme d’onda (tra cui un Sample&Hold) e due inviluppi ADSR, uno per il filtro ed uno per l’amplificazione. Una peculiarità di questi inviluppi consiste nel poter selezionare la modalità “auto trigger”, ognuno con “rate” indipendenti. Quello che accade, una volta spostato lo switch in quella posizione, è che l’inviluppo riparte automaticamente una volta raggiunto l’ultimo stadio. Il pannello ha in totale 31 manopole e 6 switches. Sul retro della macchina sono presenti due input jack da 1/4” e due ingressi DIN a 5 poli (stile MIDI, standard all’epoca nell’Unione Sovietica) probabilmente adibiti al controllo del filtro e dell’audio in (fig.4).
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Il filtro
Trovo molto importante spendere qualche parola a favore del filtro presente sul Polivoks visto che lo reputo uno dei più particolari tra i tanti a cui abbia mai prestato orecchio. Iniziamo col descriverne le caratteristiche basilari: fornisce un Lowpass 2 poli 12db ed un Highpass. Stranamente sulle traduzioni del pannello reperibili in rete si fa riferimento ad un Bandpass, ma l’orecchio non tradisce e ciò che si può ascoltare è il tipico taglio di un Highpass. Il filtro ha un timbro caldo che, man mano, diventa molto aggressivo. Nei test che ho potuto effettuare mi sono accorto di una particolarità che rende il suono di questo sintetizzatore graffiante e violento: man mano che si aumenta il Resonance, il suono diviene sempre più cattivo ed aspro. L’auto-oscillazione del filtro non è simile a nessuno di quelli che ho avuto il piacere di ascoltare fino ad ora. L’influenza degli oscillatori sulla centratura del filtro diviene sempre più evidente man mano che ci si avvicina alla soglia di auto-oscillazione (fig.5). Il risultato è un suono che, parola mia, lo sentirete sin dentro le gengive. Rassomiglia vagamente alla violenza ottenibile mescolando le risonanze dei due filtri presenti sul Korg MS-20, con quella punta sui medi molto caratteristica. Altrettanto stranamente, se si azzerano i volumi degli oscillatori e si utilizza il Noise come fonte sonora, il filtro andrà in auto-oscillazione in maniera più netta generando il tipico sinusoide. A differenza di molti analogici, che usano una combinazione di condensatori con resistenze variabili, il cuore del filtro è composto semplicemente da un paio di amplificatori operazionali a bassa potenza. Dando uno sguardo alla schematica sembrerebbe, a primo acchitto, un classico filtro a stato variabile (SVF) ma con una sostanziale differenza: la totale assenza di condensatori. Le modulazioni di voltaggio sono applicate ad un pin dell’integrato, per aumentare o ridurre la “banda di guadagno” dell’operazionale. In questo modo esso agisce come un elemento RC (Resistenza+Condensatore) variabile nel tempo. Realizzarne un clone, quindi, divieneestremamente semplice ed economico (fig.6).

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Come suona
Come accennato in precedenza, il Polivoks ha un carattere davvero unico legato soprattutto a com’è stato progettato e realizzato il filtro. Fortunatamente, neanche gli oscillatori scherzano in quanto a carattere. Suonano molto “buzzy”, un po’ come quelli dell’Andromeda A6, ed in coppia riescono a dare quella grana sonora tanto adorata dai patiti del vintage. Una volta memorizzate le locazioni dei vari componenti, diventa semplicissimo programmarlo da pannello senza usufruire della traduzione. Il singolo LFO riesce a fornire delle interessanti modulazioni soprattutto quando viene selezionata la forma d’onda casuale (che all’orecchio suona come un Sample&Hold). Bello l’effetto ottenibile applicando la suddetta forma d’onda come modulazione del filtro. Unite questo al retrigger automatico degli inviluppi ed otterrete delle timbriche uniche. I suoni di basso sono sempre ben presenti e corposi, ma differenti dalle sonorità classiche che conosciamo dei Moog e del classico TB303 della Roland, ma non per questo meno affascinanti. Altrettanto interessanti risultano essere i leads: è possibile ottenere sonorità graffianti facendo buon uso delle modalità disponibili nel filtro. Gli smanettoni, troveranno intrigante la possibilità di programmare pads e drones con risultati molto positivi, ottenendo timbriche complesse e mai musicalmente inutili. Altrettanto intrigante è la possibilità di poter processare segnali audio esterni attraverso il filtro dello strumento. Immaginate come potrebbero suonare dei buoni drumloops attraverso il rude Lowpass del Polivoks (fig.7), oppure come risulterebbe la vostra stessa voce processata e scolpita dai graffianti filtri dello strumento. Non spaventatevi voi puristi del suono, a volte queste alchimie hanno portato a creare il “suono” che ha decretato il grande successo di un pezzo. Chi non ricorda la voce processata di Cher mentre canta “Believe” oppure i brass volutamente falsi di “Jump” dei Van Hallen? Da amante del vintage non posso far altro che guardare, con gli occhi della mente, la situazione che mi si presenta davanti, catapultato nella fredda Russia isolata dal mondo; deve essere stata una grande manna dal cielo per i musicisti sovietici poter disporre di un sintetizzatore su cui sperimentare nuove sonorità alla pari dei i loro colleghi d’oltre oceano. Esplorare ogni singola manopola, ogni salto d’ottava, tutte le sfumature e le modulazioni possibili cercando la combinazione adatta per la nostra creatività, sono sensazioni che restano invariate nel tempo e che, fortunatamente, possiamo tutt’oggi provare sulla nostra pelle. Al giorno d’oggi un synth del genere sarebbe considerato limitato, troppo costoso rispetto a quello che offre e di difficile manutenzione. Eppure tanti strumenti simili continuano a presentare una certa appetibilità di mercato nonostante non siano più prodotti da anni. Dal Polivoks in poi, per il settore dei sintetizzatori in patria sovietica, è stata tutta una strada in salita. Tornando al presente c’è da considerare che, inspiegabilmente, oggi questi nomi sono finiti quasi nel dimenticatoio e solo una piccola nicchia di appassionati riesce ad affiancare il Polivoks, ad altre glorie dell’epoca come i prodotti Moog, Roland, Korg e via dicendo. Tornando al nostro discorso, c’è da dire che, nonostante le evidenti limitazioni di una macchina d’epoca, i risultati ottenibili sono molto soddisfacenti. Non oso immaginare una versione con più polifonia, in modo da poter creare delle sonorità di pad completamente diverse da quelle a cui ormai siamo abituati da anni sui dischi di ogni genere. Magari noteremmo una sonorità meno calda ed avvolgente rispetto ad un Jupiter 8 o al famoso Preset G7 di archi analogici del Roland MKS 70, meno graffiante di un OB8, ma vi assicuro che la macchina ha una pasta sonora tale, che farebbe mangiare la polvere a molti dei synth più blasonati. Sfortunatamente invece su questo strumento abbiamo a disposizione solo due voci di polifonia che, una volta attivate, rendono il suono molto meno aggressivo e corposo. Anche se la macchina sovrabbonda di controlli rotativi, la mancanza di controller, già standard per l’epoca, si sente eccome, soprattutto per il “pitch bend”, davvero non riesco a capire né il motivo tecnico né quello commerciale di una simile scelta. Girovagando per la rete, in cerca di informazioni, mi sono imbattuto casualmente in una curiosa versione software di questo gioiello. Noi di CM2 abbiamo esplorato questo piccolo satellite, in cerca di una nuova linfa vitale per la stella analogica dell’Est.
Polivoks Station VSTi
Dal sito (http://vst.smtp.ru/Polyvoks.htm) è possibile scaricare un’emulazione VST freeware del Polivoks (fig.8) realizzata tramite SynthEdit. La mia curiosità viene catturata dalle parole dell’autore che, sulla pagina del prodotto, dichiara un grado d’emulazione pari al 96%, del suono originario. Inoltre sono presenti delle aggiunte quali polifonia, uno stereo delay, un phaser e forme d’onda aggiuntive. Non indugio oltre e scarico il piccolo file da mettere sotto stress. L’interfaccia è molto simile a quella del vero Polivoks, con l’aggiunta di nuove sezioni dedicate alle nuove funzionalità precedentemente elencatevi. Il programma è fornito di una libreria di 35 presets (fig.9). Ne provo subito qualcuno e noto con dispiacere che è praticamente identico a qualsiasi suono ottenibile assemblando i moduli standard di SynthEdit. Non mi lascio sconfiggere dalla prima impressione e provo a programmare qualche nuovo timbro partendo dalla patch di “init”, usando due forme d’onda a dente di sega e modulando il filtro. Niente da fare. Purtroppo questo prodotto, sebbene graficamente ben presentato, ha ben poco a che vedere con la macchina originale. Se poi dobbiamo considerare che le funzioni aggiunte superano di gran lunga quelle “emulate” possiamo dire che del Polivoks, qui, abbiamo solo il nome. Questa è, a mio avviso, la dimostrazione che l’emulazione di un sintetizzatore del passato non si può ottenere semplicemente ricostruendo il percorso del segnale audio. Serve un grande studio del comportamento della macchina, delle imperfezioni negli oscillatori, della riposta del filtro e di tutte quelle particolarità che uno strumento d’annata possiede e neanche in questi casi un’emulazione riesce ad ottenere la spinta e l’headroom dell’originale. Mi sento, però, di dare all’autore il merito di aver fatto conoscere questo synth a chi ne era del tutto estraneo. Grazie a questa piccola nicchia di appassionati oggigiorno possiamo scovare delle autentiche chicche che, altrimenti, finirebbero nel limbo degli strumenti perduti.
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Conclusioni
Ritorniamo alla navicella spaziale (fig.10). Mentre il mio amico collaboratore Luca Capozzi è intento a preparare delle demo audio con i campioni del Polivoks, sia versione hardware che software, io rifletto su questa nuova esperienza e su questi due prodotti così simili, quanto a tipologia di percorso audio, ma così diversi nella loro natura. Non voglio aprire sul mio giornale di bordo un capitolo “è meglio utilizzare l’hardware o il software?”, non avrebbe senso, ma rifletto su come alcuni strumenti interessanti come il Polivoks restino ancora completamente sconosciuti alla maggior parte dell’utenza. Un tale fenomeno era di sicuro giustificabile qualche anno addietro, le autostrade telematiche non erano ancora state aperte e informazioni su prodotti specifici quali un sintetizzatore erano di difficile reperibilità, a meno che non si disponesse di una residenza invernale nell’ex URSS. Oggigiorno, invece, grazie ad una comunità sempre crescente di appassionati, abbiamo l’opportunità di riscoprire vecchi gioielli siano essi quasar di rara potenza, come i pochi EMS Synth 100 reperibili nel mondo, sia delle piccole e lucenti comete come l’oggetto meta del nostro viaggio. Il primo pilota mi chiama è ora di partire, L.Capozzi ha appena finito di preparare le sue demo mentre le invia telematicamente in redazione, mi appresto a tracciare una nuova rotta per il prossimo viaggio nella sterminata galassia degli strumenti analogici. Cosa ci aspetterà? Riprenderemo la strada dei modulari smarrita, oppure continueremo questo viaggio nel passato alla ricerca di nuovi synth? Seguiteci e lo saprete.
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Si ringrazia il sig.re Luca Capozzi per aver collaborato alla stesura dell’articolo.
Antonio Campeglia