Il 1983 è stata una grande annata per gli appassionati di sintetizzatori. Yamaha lancia sul mercato il DX-7, Roland l’SH-101 ed Oberheim quello che è divenuto uno dei miei synth preferiti: l’OB-8. Chi di voi non ha mai ascoltato “Jump” dei Van Halen? Ecco di che cosa stiamo parlando.
Oberheim:
So già che i più pignoli terranno a puntualizzare che quel mitico giro di “synth brass” è stato fatto con un OBXa ma, credetemi, non siamo affatto lontani da esso. Presentato appunto come degno successore dell’OBXa, l’OB-8 ne eredita la totalità delle caratteristiche aggiungendone altre ed elevando il prodotto allo stato dell’arte. Questo ha fatto sì che l’OB-8 oscurasse, in qualche modo, lo splendente astro Prophet che da anni irradiava con tutta la sua potenza l’energia musicale dell’epoca. Tim Oberheim ha iniziato la sua produzione di sintetizzatori già dal lontano 1974, quando concepì delle espansioni per i sintetizzatori monofonici dell’epoca sopratutto del MiniMoog. Stiamo parlando degli ormai famosi SEM (Synthesizer Expander Module), ideati col concetto di affiancare e potenziare la dotazione timbrica degli strumenti monofonici già presenti sul mercato. Il SEM, in pratica, è un sintetizzatore sottoforma di modulo (quindi senza tastiera) dotato di due oscillatori analogici, un filtro multimodo da 2 poli, una coppia di inviluppi ADR (Attack, Decay, Release) ed un LFO. Ognuno dei due oscillatori fornisce una forma d’onda triangolare o rettangolare. A differenza dei synth in voga all’epoca, equipaggiati con filtri a 4 poli (24dB/Ottava), il SEM forniva un filtro dal timbro più “sottile” considerato lo slope da soli 12dB per ottava ma, ecco il bello, offriva molti altri tipi di filtro oltre al classico Lowpass includendo un HighPass, un BandPass ed un BandReject (Notch). Il gran salto della Oberheim nel mercato dei sintetizzatori avvenne accoppiando più SEM assieme ad una tastiera oltre che ad un sequencer analigico e fornendo, quindi, degli strumenti polifonici portatili e molto versatili. Il rilascio, nel 1975, del Two-Voice segna un notevole passo avanti rispetto agli imperatori dell’epoca quali Moog ed ARP. Nessuno di loro, infatti, aveva ancora presentato sul mercato uno strumento che non sia stato monofonico. Potevano mai accontentarsi di questo? Certo che no! Infatti, nello stesso anno fu presentato il Four-Voice, una versione ancora più peformante dotata di quattro moduli SEM (2 oscillatori per modulo = 8 oscillatori!!!), un semplice mixer analogico e (dal ’76) un Polyphonic Synthesizer Programmer capace di memorizzare 16 patch per singola voce. Questo tipo di sintetizzatore aveva, come “contro”, l’osticità di programmazione considerando che ogni modulo era indipendente e quindi il tutto si doveva programmare come se si avesse a che fare con diversi sintetizzatori affiancati. Sfortunatamente, questo prodotto fu eclissato dal Sequential Circuits Prophet 5 che forniva una vera polifonia, un unica interfaccia di controllo ed una buona capacità di memoria. L’ultimo prodotto di questa serie fu l’Eight-Voice, una bestia mastodontica da 16 oscillatori, 8 filtri, 16 inviluppi e quant’altro. L’ascesa incontrastata della concorrenza guidò l’Oberheim verso la produzione di sintetizzatori con una circuiteria veramente polifonica ed inaugurando, quindi, la leggendaria serie OB. Il primo della serie è stato l’OB-X, con la peculiarità di esser disponibile in formato da 4, 6 od 8 voci. Dotato di un filtro Lowpass da 2 poli con un generatore d’inviluppo dedicato, un VCA con generatore d’inviluppo ADSR ed un LFO ha tenuto testa al Prophet 5 sia come qualità sonora che come prezzo, decisamente più competitivo. Inoltre presenta una funzione “speciale” denominata Polymod (una sorta di modulazione di frequenza) assente nei futuri sintetizzatori della serie. Da evidenziare che il filtro di questo strumento è progettato utilizzando totalmente componentistica discreta, analogamente ai Moog. Non ci sono circuiti integrati ma solo resistenze, condensatori e quant’altro. Questo lo rende decisamente più caldo rispetto ad analoghi filtri ma con componentistica integrata. E’ per questo motivo che, gli esperti del vintage, azzardano a porre l’OB-X allo stesso livello del MemoryMoog. Continuando con la nostra storia, la necessità di proporre un sistema volumetricamente più piccolo, più leggero e più resistente per le performance dal vivo portò la casa a sviluppare una nuova versione del loro primogenito: l’OB-SX. Questa versione è del tutto simile, se non identica, all’OB-X ma col sacrificio di un ottava della tastiera (ridotta a 48 note); di gran parte delle manopole per controllare ogni parametro e della possibilità di salvare i propri suoni. Infatti, questa macchina, dispone esclusivamente di presets. Anche di questo sintetizzatore esistono varie revisioni i cui cambiamenti riguardano esclusivamente il lato estetico e la quantità di presets disponibili. Degna di nota è la tecnologia digitale con cui Oberheim equipaggiava questi sintetizzatori. Considerando che si tratta di un periodo “pre MIDI”, la possibilità di poter rimpiazzare i presets dell’OB-SX con dei suoni salvati su cassetta dell’OB-X è stato un grandissimo valore aggiunto. Il bello di quest’azienda è che non si è mai seduta sugli allori ed ha continuato a sfornare grandissimi prodotti sempre più avanzati. La naturale evoluzione del figliuol prodigo porta il nome di OB-Xa. Quest’astronave ha caratteristiche soniche comparabili al nemico di sempre, il Prophet 5, ma con la differenza che le versioni disponibili arrivavano fino a 8 voci con la possibilità di splits, multitimbricità e salvataggio di questi parametri (da 32 per i primi modelli fino a 120 per i più “recenti”). La grande novità, introdotta con questo modello, è la presenza dei chip Curtis (i famigerati CEM, ricercatissimi oggi dagli amanti del vintage) che hanno dato maggiore stabilità alla circuitazione e quel timbro tipico dei filtri Oberheim oggi tanto ricercato. Proprio il filtro è il punto di forza di questo modello, disponibile infatti in versione 4 poli con slope selezionabile a 12dB o 24dB. La possibilità di poter “splittare” la tastiera, rendeva l’OB-Xa un sintetizzatore capace di suonare due differenti programs da 4 voci per sezione mentre, la modalità layer, permetteva al synth di poter suonare due programs sovrapposti simultaneamente. Finito? Assolutamente no! Il condimento perfetto per la ricetta di un grande successo è dato dall’aggiunta del portamento, dell’unison, del sample and hold, chord memory e ben tre LFO. E’ quasi impossibile pensare che, con uno strumento simile, la Oberheim avrebbe potuto fare il “bis”. Quest’ammiraglia ha tutto ciò che un musicista dell’epoca poteva desiderare eppure la casa madre non è stata a guardare il loro marchio divenire sempre più prestigioso. Mancava la ciliegina sulla torta.
L’arrivo dell’OB-8:
L’ultimo nato di questa fortunata serie è stato l’OB-8. Questo sintetizzatore, dal timbro caldo, al contempo brillante e ricco, è dotato di una polifonia di 8 voci e del classico carattere Oberheim. Essendo nato in epoca “pre MIDI”, anche questo synth non presenta nessuna implementazione del protocollo, nonostante alcuni modelli sono stati successivamente equipaggiati con dei “retrofit” (circuiti aggiunti non progettati originariamente per quella macchina) che implementavano ben 9 canali MIDI. Come già accennato in precedenza, Oberheim sviluppò un proprio sistema di comunicazione digitale e l’OB-8, per come progettato, poteva diventare il centro di controllo di un “mini studio” se connesso a degli altri moduli prodotti dalla casa madre (un sequencer polifonico ed una drum machine). Le caratteristiche sono molto simili all’OB-Xa con la differenza che questo modello è disponibile solo ad 8 voci. Il filtro è il medesimo, con chip CEM e la possibilità di scegliere tra 12dB e 24dB. Tra le aggiunte più importanti c’è da considerare la possibilità di mettere gli oscillatori in sync (altra funzione già presente nel Prophet 5 e dal carattere molto acido), la presenza di un arpeggiatore ad 8 note con sincronizzazione esterna ed un intero set di nuovi parametri disponibili premendo il tasto “Page 2” sul pannello frontale. Anche la dotazione di memoria è di tutto rispetto: 120 slots per i programs, 12 per gli splits e 12 per i double (patch multitimbriche). Non c’è che dire, un vero capolavoro degli anni ’80. Accendo il sintetizzatore e, dopo aver atteso qualche minuto per il “warm up” (anche se gli oscillatori sono stabili, preferisco sempre attendere qualche minuto di riscaldamento in modo da poter apprezzare appieno la potenza del suono analogico), inizio a suonare un paio dei suoni di fabbrica del nostro OB-8. Di colpo mi sembra di ringiovanire e tornare indietro nel tempo. Suono qualche riff dei Van Halen, provo a riprogrammare il mitico “sweep pad” di Tom Sawyer dei Rush e mi viene quasi naturale cercare il tipico sound anni ’80 dei Depeche Mode. Una delle cose che adoro di questo sintetizzatore è la sua poliedricità. E’ capace sia di essere dolce, morbido, caldo ed avvolgente quanto brillante, ricco di armoniche ed addirittura acido utilizzando il “sync” degli oscillatori. Gli inviluppi rispondono in maniera molto soddisfacente sia per sonorità “lunghe” e dissolventi, sia per veloci transienti utili per timbriche percussive o a martelletto. Il filtro ha il suono, divenuto ormai un classico, Oberheim. Non c’è altro modo per spiegare questo timbro che, con le sue sfumature, diviene inconfondibile all’orecchio dell’appassionato di vintage capace di riconoscerlo in un mix quasi di primo acchito. In modalità 12dB, si ha un suono più ricco di armoniche alte ed arioso. Il “resonance” riesce ad enfatizzare in maniera eccelsa il cutoff del filtro donando alla timbrica ulteriore carattere. In modalità 24dB (4 poli, simile a quello che troviamo sul MiniMoog) otteniamo dei timbri più scuri e corposi, utilissimi per avvolgenti suoni di pad, droni, bassi “anti-mura-portanti” e quant’altro possiamo desiderare che abbia una buona spinta nel low end. Tutto qui? Certo che no! L’alta ingegnerizzazione dell’OB-8 ci dona la possibilità di controllare in maniera chirurgica molti aspetti del suono che vogliamo sviluppare. Ci è dato, quindi, di poter accordare indipendentemente tutte le voci del sintetizzatore ed, addirittura, di poterle settare in Unison. Questa funzione, per chi non lo sapesse, permette di assegnare più voci su di una sola nota in modo da creare timbriche molto più grasse. Un aiutino? Avete presente quei bassi e quei lead molto “FAT” che tanto vantano prodotti come il Roland JP-8080 o l’Access Virus (SuperSaw, HyperSaw e compagnia bella)? Altro non sono che delle versioni “software” di ciò che, sui vecchi analogici, viene chiamato Unison. Nei moderni sintetizzatori Virtual Analog, tale funzione può essere polifonicizzata in modo da assegnare sì più voci ad una sola nota ma, al contempo, avere abbastanza polifonia per poter suonare parti complesse. Maggiore è la distanza tra le singole voci e più drastico sarà l’effetto. Si passerà da un leggero “flanging” ad un suono totalmente discontinuo nella fase e, opportunatamente processato, dal timbro che oserei definire “liquido”.
Una questione di controllo:
Uno dei maggiori punti di forza dell’OB-8, a mio avviso, è la sua grande versatilità nell’editing e nel controllo delle modulazioni. Dallo spazioso pannello frontale del sintetizzatore è possibile azionare una seconda pagina di controlli che, nelle prime tirature dello strumento, giacciono nascoste ed attivabili tramite una combinazione di tasti. I fortunati possessori di revisioni più recenti, invece, troveranno la scritta “Page 2” direttamente sul pannello. In poche parole, attivando questa pagina, le manopole ed i bottoni potranno controllare altri parametri prima non accessibili. Ad esempio, il controllo con l’etichetta “LOUDNESS ENVELOPE RELEASE” diverrà il controllo per il “SUSTAIN PEDAL RELEASE”, così come riportato sul manuale. Una volta guadagnato l’accesso, avrete a disposizione un bel numero di parametri tra cui alcuni davvero molto avanzati considerata l’epoca di sviluppo del sintetizzatore. Funzioni quali il controllo della fase degli LFO e la loro quantizzazione; selezionare la forma d’onda che funzionerà da trigger e quale punto della forma d’onda effettuerà il retrigger (ovvero farà partire da zero la forma d’onda selezionata); inviluppi sempre per gli LFO; svariate modalità di portamento ed altri utilissimi parametri. Spostiamoci ora sul Modulation Panel, ovvero una sezione totalmente dedicata ai controlli in tempo reale per le modulazioni del suono. Al giorno d’oggi, sulla stragrande maggioranza dei sintetizzatori, troviamo sempre la solita coppia “pitch bend” e “modulation wheel” mentre, sul nostro buon vecchio OB-8, abbiamo a disposizione una piccola stanza dei bottoni utilissima per le nostre performance live. Due pulsanti di trasposizione permettono di spostare l’intero range della tastiera di un’ottava sopra o sotto l’intonazione normale. Il pulsante MODE permette di selezionare se alcuni controlli verranno utilizzati dall’arpeggiatore oppure no. Questo perchè la sezione MODULATION/PITCH BEND e l’arpeggiatore condividono gli stessi controlli fisici nel Modulation Panel. La cosa bella è che, anche col pulsante attivato, le due leve centrali continueranno a lavorare come al solito e tutto ciò che cambierà saranno soltanto i parametri controllati dai bottoni posti sul pannello. Ottima la scelta di poter selezionare la forma d’onda destinata al vibrato, controllabile tramite la leva di modulazione, oppure la possibilità di effettuare il “pitch bend” solo su di un oscillatore. Trattandosi del secondo, di oscillatore, diviene palese quali modifiche timbriche potremmo ottenere mettendo in “sync” i due oscillatori. Sempre riguardo il “pitch bend”, risulta geniale il modo con cui settare la profondità del controllo: tenendo premuto il pulsante AMOUNT e poi suonando un qualsiasi tasto sulla tastiera. L’intervallo tra il Do più basso e la nota premuta sarà l’effettivo intervallo di “pitch bending” applicabile. Come ciliegina sulla torta troviamo l’arpeggiatore e chord memory. Il primo è dotato della programmazione delle trasposizioni, in modo da poter suonare intervalli di ottava tra le note arpeggiate. L’ultimo, invece, ci permette di poter “memorizzare” un accordo da poter essere suonato con una sola nota. L’utilissimo comando “Chord Hold”, inoltre, ci permette di sostenere l’accordo anche una volta rilasciato il tasto. Funzione davvero utilissima per dare un supporto armonico ai nostri assoli.
Conclusioni:
Eccoci qui, arrivati alla fine del nostro viaggio. Abbiamo saggiato uno dei più grandi e storici sintetizzatori mai prodotti e che, inesorabilmente, ha segnato un periodo importante nella scena musicale internazionale. Una macchina all’avanguardia anche se, purtroppo, non esente da alcuni piccoli difettucci. Tanto per citarne uno, gli oscillatori non hanno un controllo di volume dedicato e, quindi, non è possibile miscelarli come siamo abituati di solito con altre macchine; la mancanza di un controllo per il “Pulse Width” dedicato per ogni oscillatore rende la taratura di questo parametro un tantinello ostica. Questa, sinceramente, la trovo una lacuna piuttosto “grave” considerando l’ottima ingegnerizzazione del prodotto e la sua fascia di prezzo per l’epoca. Fortunatamente, queste piccole mancanze tendono a svanire, ai nostri occhi, non appena le nostre dita inizieranno a suonare questo strumento.
Articolo pubblicato sulla rivista CM2 Magazine. Si ringrazia il sig.re Luca Capozzi per aver collaborato alla stesura dell’articolo.
