Il sintetizzatore modulare, bestia dall’alta potenza e flessibilità, è stato per anni uno strumento ambito da molti e posseduto da pochi. Dopo il boom degli strumenti digitali e virtuali, questa fenice sembra essere rinata, assetata di riscatto, quasi come volesse rinfacciare cosa ci siamo persi nel giro di una trentina d’anni.
Pensate che all’apice della new-romantic age il synth modulare era divenuto sinonimo di scomodità, il digitale infatti non solo evitava tutta una serie di problematiche proprie degli strumenti analogici ma apriva la strada ad una nuova serie di possibilità espressive, inimmaginabili in tempi remoti. La possibilità di immagazzinare patch in una locazione di memoria, senza che fosse più necessario collegare e scollegare dei cavi, la capacità di emulare strumenti acustici in maniera più raffinata mediante la tecnica del campionamento, i vantaggi in termini di prezzo per tastiere sempre più potenti e comode al trasporto, sono solo alcuni dei fattori che hanno portato gli arcaici modulari ad una fase di “quiescenza”. Ma allora perché ripensare modulare? Quali sono le esigenze di un ritorno alle origini? Perché dopo circa tre lustri, costellati d’innovazioni e peripezie tecnologiche, ci si ritrova ancora affascinati da mammuth dell’elettronica? Vale davvero la pena oggi acquistare un modulare? .
Storia dei modulari
Siamo a cavallo degli anni ’60. Vede la luce il primo LP in vinile dei Beatles, Martin Luther King pronuncia il suo famoso discorso “I have a dream” ed i “transistors” fanno la loro comparsa nel mondo dell’elettronica. In un periodo storico così importante, dove profondi cambiamenti vibravano nell’aria, non poteva che esserci una rivoluzione anche in ambito musicale. Fu in quell’epoca che due personaggi, allora non molto conosciuti ai più, iniziarono a sviluppare nuovi concetti relativi alla generazione del suono: Robert Moog e Don Buchla. Robert Moog, che già vide un primo successo all’inizio degli anni ’60 grazie alla pubblicazione di un articolo sul Theremin (Fig.1) ed alla vendita dei suoi “kit” per una costruzione “fai da te”, sviluppò dei sistemi basati su moduli transistorizzati, applicando gli studi del progettista tedesco Harald Bode. Questi primi sistemi furono realizzati verso la prima metà degli anni ’60 e progettati con l’aiuto dei compositori Herbert Deutsch e Walter (Wendy) Carlos; fu proprio il successo dell’album “Switched on Bach”, di Carlos, che fece divenire il nome Moog sinonimo di sintetizzatore, successivamente furono artisti del calibro di Keith Emerson (Fig.2) e Rick Wakeman a rafforzare la fama dei prodotti realizzati dalla R.A. Moog Corporation.

Don Buchla invece, iniziò a sviluppare i suoi sistemi come metodi per “semplificare” la creazione di musica concreta. Questo tipo di musica, per chi ne fosse all’oscuro, è un pò come l’antenato della moderna musica elettronica. Suoni naturali e rumori venivano registrati su nastro, tagliati, processati, distorti e riassemblati, un processo insomma davvero lungo e tedioso. Il primo risultato degli sforzi di Don Buchla fu la Serie 100, lo stesso “design” di questo sistema era completamente dedicato alla sperimentazione; gli strumenti erano dotati di tastiere conduttive al tatto, ed ogni tasto era liberamente accordabile. Che io sappia, i Buchla (Fig. 3) sono stati i primi apparecchi a poter effettuare un “micro-tuning”, inoltre, contrariamente ai sistemi Moog, offrivano delle forme d’onda molto più complesse rispetto alle classiche Sine, Square, Saw, Triangle. Sia i Buchla che i Moog, fornivano al musicista la possibilità di poter creare i propri suoni, timbri totalmente nuovi, fantascientifici, spaziali, insomma si trattava di un nuovo concetto di strumenti dalle infinite, o quasi, possibilità timbriche. Fu così che si aprì una nuova pagina della storia della musica grazie al contributo di numerosi artisti, tra i quali George Harrison, Klaus Shulze, Tomita, Tangerine Dream, Sun Ra, Stevie Wonder, Vangelis, Giorgio Moroder. Furono loro a dare le basi a quella che più tardi sarebbe stata chiamata, forse con poca fantasia, “New-age”.

Il ritorno (Think Modular)
Come preannunciato, negli ultimi anni abbiamo assistito ad un progressivo ritorno alle origini. In controtendenza all’invasione degli strumenti virtuali, si è avuto un improvviso e sospirato ritorno sul mercato di strumenti totalmente analogici, sistemi modulari inclusi. Stesse sensazioni della vecchia scuola, con giungle di cavi, manopole, oscillatori da tarare e niente memorie, anche se c’è da dire che si tratta sempre di prodotti realizzati con componentistica moderna. Probabilmente gli amanti del “vintage” storceranno il naso ma, fidatevi, questi sistemi non sono da meno rispetto ai colossi del passato e molti mantengono la stessa espressività e sonorità, anzi, in alcuni casi è possibile avvertire qualche sfumatura in più rispetto alle controparti di vecchia data. Dobbiamo questo ritorno a piccole e medie aziende che, nel corso degli anni, hanno trasformato una semplice nicchia d’appassionati in una grande fetta di utenti, entusiasmati dalla possibilità di avere sottomano strumenti con cuore analogico, potenti, affidabili e versatili. I nuovi “retro-pionieri” portano il nome di PAIA, Synthesis Technology (conosciuto anche come MOTM) e Doepfer.
PAIA e Synthesis Technology sono diventati “famosi” per i loro “kits”, l’appassionato poteva ordinare circuiti stampati già pronti, con componenti da saldare, e realizzava, pian piano, il suo piccolo sistemino modulare. Sebbene presente sul mercato da molti anni, il nome di Dieter Doepfer venne alla ribalta quando realizzò, con la collaborazione dei Kraftwerk, il “sequencer” analogico MAQ16/3 (Fig.4); successo che venne replicato con la realizzazione di un sintetizzatore monofonico a rack, MS-404 , che riproduceva (anche se non ufficialmente dichiarato) le timbriche del Roland TB-303 con qualche steroide in più; ne furono pianificate un centinaio di unità ma, con grande sorpresa, si ebbero ordini che superarono le cinquencento unità nei soli primi due mesi dal lancio del prodotto.

Nel 1995 poi, Doepfer annunciava la sua prima serie di sistemi modulari: l’A-100; una architettura che poteva contare su oltre ottanta moduli in formato “rack” standard da 19″, utilizzabili con comunissimi cavi jack da 3.5mm, anche in questo caso il successo pubblico fu immediato. Nomi eccellenti adottarono questo sistema nel loro parco macchine. Nomi del calibro di Kraftwerk, Nine Inch Nails ed Hans Zimmer. Queste storie di successo hanno portato alla nascita di nuove aziende, così come un virus, la mania del modulare si è gradualmente espansa fino a giungere all’’inizio del nuovo millennio con un numero di case produttrici aumentato considerevolmente. Tra i nomi più influenti possiamo trovare Synthesizers.com (moduli quasi identici, per forma e timbriche, ai gloriosi sistemi Moog e compatibili), Analog Systems, Analogue Solutions, Blacet, Livewire e molti altri.
Sistemi Modulari


In molti sintetizzatori, il percorso del segnale è prestabilito all’interno della macchina, ciò oltre a semplificare la personalizzazione delle sonorità regala una maggiore compattezza e trasportabilità allo strumento. Ovviamente, come accade per qualsiasi filosofia “obbligata”, ad essere penalizzate sono le potenzialità timbriche della macchina soprattutto se questa è analogica. I sistemi modulari utilizzano un approccio differente, lasciando all’utente pieno arbitrio sul flusso del segnale. Questo permette di ottenere una gamma di suoni altrimenti irrealizzabili con i sintetizzatori a moduli integrati. Se si considera che in qualsiasi momento è possibile modificare ed espandere l’architettura, è evidente che le possibilità timbriche diventino pressochè infinite. Certo al primo sguardo, un bel modulare zeppo di cavi e manopole (Fig.5) può ispirare caos o terrore, in fondo però si tratta di un semplice senso di smarrimento ingiustificato, un comune atteggiamento umano verso qualcosa che appare estraneo alle proprie esperienze. Avete mai giocato coi Lego o col Meccano? Stessa semplicità, logicità e versatilità. Ogni modulo ha una sua specifica funzione ed interagisce con gli altri tramite cavi. Lavorare su un modulare è didatticamente esaltante, solo in questo modo diventa veramente “tangibile” la logica dei meccanismi di sintesi, vedrete che una volta compresi i concetti base su oscillatori inviluppi e filtri, sarà molto più semplice e intuitivo operare su qualsiasi altro sintetizzatore. Eppure molti utenti evitano questo tipo di sistemi, o peggio non li considerano affatto, lo noto spesso sui forum, proprio quando qualcuno chiede suggerimenti in materia di acquisti squisitamente “analogici”; il solito consiglio “standard” pone l’accento su questo o quello strumento “vintage”, ignorando del tutto l’esistenza di modulari o analogici moderni. Come tutti i sistemi, anche i modulari hanno vantaggi e lacune ed è proprio da queste ultime che vorrei partire. In “primis”, dimenticatevi la comodità dei “presets”. Avrete a che fare con manopole e cavi, lunghi tempi di programmazione e annotazioni su carta. La tediosità e l’ingombro sono la croce e la delizia di un modulare. A ciò si aggiunge l’alta soglia del prezzo di “ingresso”, ossia lo svuotamento minimo del portafoglio per “hardware” che permetta di far suonare almeno una nota, di sicuro una valida ragione per desistere da un acquisto del genere. A conti fatti verrà naturale chiedervi se vale la pena spendere quella cifra per una manciata di moduli che, da soli, sembrano non andare oltre a quello che un Roland SH-201 potrebbe fare molto più velocemente, oppure comperarsi un bel preconfezionato cinese pieno di lucine ad effetto lisergico. Eppure gente che spende cifre abbastanza alte per accaparrarsi i grandi nomi del passato esiste e, spesso e volentieri, lo fa solo in omaggio al prestigio del marchio. A questo punto mi chiedo, ma a che serve spendere oltre €1.000 per un Roland TB-303? Va bene, il 303 ha quel suono che per molti è inimitabile ma il discorso finisce irrimediabilmente lì. Fatta eccezione del caso dell’artista che per le proprie produzioni ha necessariamente bisogno di “quel” determinato timbro, è importante considerare che con quella somma si può acquistare un “rack” Doepfer (Fig. 6) che ha molte più potenzialità da offrire. Personalmente non sono avvezzo, in questo momento, a suggerimenti o consigli su marche specifiche, è mia intenzione,con questa serie di articoli, essere guida alla riscoperta di ciò che ha dato inizio al tutto, divenire la miccia che riaccenderà i vostri animi al fascino della programmazione modulare, sfatando nel contempo il mito della macchina “vintage”, perfetta, la “stele di rosetta” dei nostri sogni. In realtà esistono già tantissimi sistemi sul mercato che suonano davvero bene, magari disponendo solo di un oscillatore e un sub oscillatore, ma quello che qualifica un “synth”, indipendentemente dalle specifiche tecniche, è la grana sonora. Il mio intento sarà quello di mettervi in condizione di scegliere l’hardware, non in base al numero di filtri, oscillatori e tipologia di sintesi, ma in base alla personalità e alla grana sonora. Come dicevamo, a differenza dei sintetizzatori tradizionali, i modulari sono espandibili, ed ogni nuovo modulo aumenta esponenzialmente le combinazioni timbriche a vostra disposizione. Nonostante il prezzo iniziale per un sistema modulare possa sembrare elevato, l’aggiunta di nuovi moduli fa si che questo approccio si riveli nel tempo economicamente più vantaggioso rispetto all’acquisto di più sintetizzatori. Vi ricordo inoltre che, non essendo con sistemi modulari obbligati a un percorso prestabilito, possiamo esplorare nuove combinazioni soniche in tempo reale. Molto spesso i moduli di differenti produttori sono fisicamente ed elettronicamente compatibili tra loro (Fig.7), dandovi la possibilità di non esser legati ad un solo produttore per il vostro sistema. Inoltre, considerando che quasi la totalità dei sistemi analogici lavora con “scaling” di 1V/Oct, potrete interconnettere differenti sistemi tra loro per creare timbri ancora più complessi. Un altro enorme vantaggio sta nella manutenzione di queste apparecchiature. E’ molto più facile ed economico riparare o sostituire un singolo modulo che un’intera piastra di un canonico sintetizzatore, gli utenti che hanno un po’ di dimestichezza con l’elettronica potranno benissimo provvedere da soli visto che, molto spesso, gli schemi ed i componenti di moderna produzione sono facilmente reperibili. Ricordatevi che i modulari possono divenire peggio di una droga… si inizia con un sistema piccolo per poi piano piano crescere fino a mostruosi abomini, date un’occhiata a questo stupendo sistema Serge del Twelft Root Studio (Fig. 8) composto da ben 12 pannelli Serge incastonati in una struttura d’alluminio dalle forme futuristiche, oppure a questo bellissimo sistema Modcan di Drew Neumann (Fig. 9) composto da oltre una quarantina di moduli.
Se proprio volete vedere il massimo, vi consiglio di dare un occhio alle PARETI di modulari presenti nello studio di Hans Zimmer, pensate che solo il Roland System 100m di sua proprietà misura oltre 7m diviso in varie colonne. Spaventoso! Ma perché dovremmo spendere oggi una cifra così consistente per un sistema “vintage” quando il mercato odierno ci offre una grande varietà di opzioni? Seguiteci e, magari, lo scoprirete….
Perchè un modulare analogico?

La maggior parte dei modulari lavora con la sintesi sottrattiva, presentando spesso gli stessi parametri ed oscillatori rinvenibili in una controparte digitale; accade spesso che pur ricopiando i parametri su un clone digitale, solo alcuni suoni restano convincenti, altri restano inimitabili, con un alone mistico così particolare che non si riesce neppure lontanamente a trasmettere quel tipo di sensazione. Ma si tratta di suggestione o gli strumenti analogici, modulari compresi, hanno quella inspiegabile “magia” che li rende così particolari e ricercati?Restando in tema modulari, c’è da dire che qui non si tratta solo di “essere analogico”, come se questo bastasse “tout court “a creare un gran suono. La differenza è data anche dalla disposizione del disegno del circuito elettrico che caratterizza il sistema con timbri unici. Al variare di alcuni componenti, anche nello stesso “design” del circuito elettrico, può variare sensibilmente il risultato timbrico. Vi faccio un esempio con uno dei filtri più conosciuti in assoluto: il Moog Lowpass. Questo particolare filtro è conosciuto anche come “Transistor Ladder Filter”, per via della figura a “scala” formata dalla disposizione dei “transistors” rappresentati sulle schematiche. E’ uno dei filtri passabasso più semplici da realizzare eppure, dopo averne provati diversi, ognuno di loro ha un timbro differente. Il filtro sul Minimoog Model D suona in un certo modo, lo stesso filtro presente sui primi ARP2600 suona in maniera differente, stesso fenomeno anche quando lo si applica sul modulo A-120 del Doepfer (Fig.10). E’ interessante notare non tanto le subdole differenze presenti all’apertura del filtro, ma il comportamento del “Resonance” e le sfaccettature timbriche prodotte quando questo è portato a valori alti, parlo della classica fase di auto-oscillazione del filtro (Fig.11). Lo stesso dicasi anche per gli oscillatori, per gli inviluppi, ogni modulo avrà un suo proprio comportamento e, di conseguenza, una propria resa timbrica. Ricordatevi, poi, che trattandosi di circuitazioni analogiche, atte sia a generare che a manipolare il suono, il deterioramento dei componenti può interferire sul risultato finale, a differenza di quanto accade invece nei sistemi digitali dove il codice macchina agisce in un dominio dai confini prefissati, in “secula seculorum”. Da qui è comprensibile perché ogni macchina sia dotata di un timbro unico, di piccole sfumature caratteriali, alla stregua di un singolo “individuo” tra la folla dei tanti. Lavorare con un modulare significa avere un’intensa sensazione di controllo fisico sul suono. Spostare i cavi, muovere le manopole ed interruttori può sembrare poco entusiasmante ma, una volta provato, diviene una mania di cui non si può fare più a meno. Bisogna far mente locale che, con i modulari analogici si lavora tramite il controllo dei voltaggi quindi, a differenza dei sistemi digitali, non ci sono “steps”; quando si varia un valore, non esistono risoluzioni delle manopole, nè convertitori che possano influenzare la resa del suono. I “volts” viaggiano fluidamente, come linfa vitale attraverso i circuiti ed i cavi dando vita alla nostra creatura elettronica. Possiamo plasmare il suono a nostro piacimento, esplorando nuovi confini fin dove la nostra immaginazione (e le nostre tasche) lo permettono. Un rapido esempio potrebbe essere l’uso inconsueto di un sequencer collegato in modo da controllare l’attacco di un inviluppo oppure l’invio di voltaggi al controllo della frequenza di un oscillatore che esegue FM su di un altro oscillatore… e molto altro ancora. Vi basti sapere che ci sono dei moduli che, normalmente, non troveremo mai su di un sintetizzatore classico: filtri con più punti di risonanza, generatori di “slope” variabile che possono svolgere funzioni multiple (Fig.12) (da piccoli oscillatori da un ottava, lfo, filtro, glide.. tutto in un modulo), filtri valvolari, modificatori complessi che vanno ben oltre i soliti LFO. Purtroppo come sempre lo spazio è tiranno e questo singolo articolo forse basta solo a farvi vedere la punta di quel grande iceberg che è il mondo dei modulari. Per i successivi approfondimenti dovrete pazientare… alla prossima puntata.

Articolo pubblicato sulla rivista CM2 Magazine. Si ringrazia il sig.re Luca Capozzi per aver collaborato alla stesura dell’articolo.
