Il musicista 2k: Manuele Montesanti

Alfredo Capozzi

Uno dei possibili obiettivi professionali di un qualsiasi musicista riguarda il sogno di diventare endorsement, ovvero dimostratore di marchi più o meno prestigiosi.

Ciò, non solo per il desiderio di mettere le mani su prodotti professionali, che molti agognano, ma anche per il fatto che ciò consente di avere una visibilità importante nel panorama musicale.

In questo panorama, rientra Manuele Montesanti, molto conosciuto nel panorama dei tastieristi professionisti che impiegano Synth e ammennicoli simili, un pò meno da tanti docenti pianisti che hanno posto la loro attenzione solo verso un repertorio tradizionale, classico, per insegnare musica. Questa piccola premessa è d’obbligo perché Manuele, oltre ad essere un abile pianista “fusion” per necessità proprie del lavoro che svolge per la Yamaha, ha anche anticipato, e di molti anni, la tanto cara “didattica a distanza” con cui tutto il mondo della scuola italiana ha dovuto fare i conti e sta facendo i conti nel presente periodo dettato dall’emergenza Covid-19.

Manuele Montesanti

Quando si è antesignani di alcuni processi formativi, personalmente sono il primo ad esserne incuriosito, dato che le mie attività di docente “mi obbligano” a tentare di essere innovatore in una didattica che cambia pelle anno per anno. Non solo perché ci viene dettata dalla struttura in cui operiamo, ma soprattutto della tangibile e irrefrenabile crescita delle nuove generazioni che “pretendono” dai propri insegnanti modalità e linguaggi in linea con i tempi coevi.

Pertanto, restando ancorati ai processi tecnologici piuttosto che pedagogici che distinguono la didattica di Manuele, cercheremo di capire quali sono stati i personali processi di studio e di crescita culturale che gli hanno consentito di arrivare alla corte internazionale della Yamaha, settore Synth e Workstation.

Alfredo Capozzi: Come si fa a diventare un dimostratore Yamaha?

Manuele Montesanti: Dunque, praticamente quando ero ragazzino, parallelamente a quello che era lo studio pianistico, guardavo con attenzione a ciò che succedeva negli Stati Uniti. All’epoca seguivo Chick Corea in particolare e notavo che, qualunque cosa facesse, aveva una sponsorizzazione non indifferente da parte di marchi importanti, in particolar modo da Yamaha. Anche quando poi ho iniziato a fare le tournée, ho avuto colleghi che mi parlavano spesso di endorsement, così com’era per tutto il resto degli artisti che seguivo.

Chick Corea

A.C.: Quindi, che cosa è successo?

In pratica, all’età di 19- 20 anni ho cominciato a fare le prime demo per Midiware; l’azienda mi passava degli strumenti che studiavo a casa per poi dimostrarli alle prime Fiere degli strumenti musicali. Le Fiere le ho sempre seguite: dal famoso DISMA di Pesaro, immagina quanto ero bambino, fino alle ultime Fiere nazionali, nonché quelle locali. Ero sempre alla ricerca di collaborazioni da parte di eventuali marchi prestigiosi. E così è successo che al DISMA degli anni 2000, se non ricordo male, mi sono ritrovato nello stand di Tascam, che ospitava Midiware, a dimostrare il GigaStudio ed il GigaSampler che era stato acquistato da poco dalla stessa Tascam. Dato che lo stand Tascam era vicino a quello Yamaha, quando ho cominciato a suonare, i responsabili Yamaha, mi hanno avvicinato e ho scambiato qualche parola con loro: è stata l’occasione con la quale ho avviato i primi contatti. Da lì a poco, poi, uscì un bando proprio sul sito di Yamaha che indicava la ricerca di dimostratori. Andai a fare il provino, superandolo benissimo, però si presentò il problema che i dimostratori dei Synth erano già stati tutti assegnati; ogni regione, in pratica, aveva già avuto il proprio dimostratore. Tuttavia, approfittando del fatto che in Yamaha si restava due giorni, cogliendo l’occasione per dare uno sguardo a tutti gli strumenti, capitò che feci una nuova demo davanti al Presidente francese dell’epoca che si trovava in azienda. Quel presidente, con mia grande sorpresa, ricordo che disse <<Okay, perfetto! Togliamo di mezzo tutta l’organigramma di prima!>>, proponendomi di diventare endorser e dimostratore ufficiale. Ovviamente si preoccupò del fatto che fossi disposto a viaggiare, ma dato che all’epoca facevo tournée in modo continuativo, gli feci presente che quell’aspetto per me risultava essere la normalità.

Manuele inizio carriera endorser – Pic. A. Campeglia

Da lì, quindi, cominciai a collaborare in maniera molto stretta con Yamaha, iniziando con il mixer 01X e la workstation Motif ES, in qualità di dimostratore Artist, fino a diventare poi endorser europeo nel 2015 con l’uscita del Montage e, poi, in modo continuativo, Endorser World Wide dato che Yamaha volle farmi esibire al NAMM e alle fiere internazionali come il MusikMesse. Al NAMM ci sono stato diverse volte per dimostrare il Montage e i pianoforti della serie CP dei quali oggi sono anche uno dei sound designer. Dal 2017, in pratica, sono diventato uno degli 8 sound designer mondiali di Yamaha Corporation of Japan, sviluppando allo stato attuale librerie e demo song. Poi ci torniamo su questo argomento.

A.C.: Ora parliamo dei tuoi esordi: dove hai svolto la tua formazione musicale e quale è stata la didattica su cui hai mosso i primi passi?

M.M.: Nel 1985 ho ricevuto in regalo da parte di Babbo Natale la famosa pianola Bontempi. Cominciai a suonare e non mi staccai più dallo strumento, tant’è che rimasero tutti un po’ esterrefatti da questa cosa, <<Sfascia tutto tranne questo? – dissero – C’è qualcosa che non quadra!>>. Fondamentalmente suonavo un sacco di cose, suonavo ad orecchio qualsiasi cosa sentivo. Mai visto uno strumento in mano a nessuno della famiglia: zero musicisti, zero musica! La pratica consisteva nel fatto che sentivo un brano e lo riproducevo direttamente con lo strumento: avevo circa 6 anni. Dopo qualche anno, indirizzato ad un ambiente un pò più conforme alla didattica, iniziai a frequentare il Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Prima privatamente per poi entrare come interno, ma non ero molto bravo, dal punto di vista della didattica tradizionale: ero molto bravo armonicamente parlando, ma dal punto di vista dell’esecuzione classica e della tecnica classica che mi veniva richiesto, capii subito che non era nelle mie corde. Quindi, all’epoca del vecchio ordinamento, diedi gli esami di solfeggio, poi il 5° anno, fino all’esame di Armonia. Feci tutto questo fino ai 14- 15 anni, anche se avevo sempre i sintetizzatori sotto mano, sempre più affascinato da tutto questo mondo relativo alla musica d’avanguardia: dal jazz al blues, fino alla fusion degli anni 80. Insomma alla fine decisi, e per fortuna, dato che ero veramente scarso dal punto di vista musicale classico, di cambiare strada. Me ne andai a studiare all’UM (Università della Musica.ndr) e lì incontrai insegnanti pazzeschi, con compagni di banco pazzeschi, tant’è che oggi tutti lavorano da professionisti. Insomma furono anni veramente felici: ricordo che gli anni musicali più belli che ho vissuto sono stati proprio quelli ed io da ragazzino avevo solo 15 anni, sono entrato lì che non conoscevo nemmeno una sigla. Il primo anno è stato terribile perché non sapevo nulla di tutto ciò e mi ritrovai praticamente a stare in un ambiente che era completamente nuovo per me e didatticamente parlando, sotto il punto di vista del linguaggio musicale, le sigle per me erano cose da fuori di testa, abituato a leggere tutto in doppia chiave; insomma un altro pianeta. Ciononostante ho concluso, in 3 anni, i 5 richiesti dallo studio regolare dei programmi didattici dell’UM, cominciando a 18 anni a lavorare con le prime tournée, i primi concerti e qualche trasmissione televisiva. Preciso che le tournée naturalmente riguardavano i cantautori italiani, i soliti, ma anche lì capii che non era il mio mood, non era la mia passione inerente all’ambito musicale, per cui nel 2003 cambiarono un po’ di cose, con l’iniziò della collaborazione con Yamaha.

A.C.: Dopo o durante gli studi classici, c’è stata un’esperienza in particolare che ti ha invogliato verso il genere pop e da lì poi a seguire una carriera da endorser?

M.M.: Un evento vero e proprio non c’è stato; più che altro devo dire che sono stato particolarmente perspicace a capire quali erano i miei limiti e quali magari erano le mie qualità nell’ambito musicale: è come quando ami una donna, nel senso che non puoi trovare una donna che è distante dai tuoi punti di vista e devi trovare quella che ti porta alla migliore condizione di vita. È un po’ così, la musica è uguale, non la puoi tenere in seria considerazione e farla diventare un lavoro se non ti ci trovi bene insieme. Per cui ho trovato la mia migliore fidanzata “musica”, la musa della mia vita, nell’ambito jazz-fusion, soprattutto perché ho sempre portato avanti l’utilizzo dei sintetizzatori come passione in contemporanea alla pratica esecutiva. Se poi consideri che tutti i miei idoli avevano sempre sintetizzatori sui palchi, non passava giorno che andassi a cercare news sui Synth, il loro sound, i produttori, ecc. Insomma i Synth hanno condizionato almeno l’80% della mia carriera musicale.

A.C.: Hai avuto modo, con l’appuntamento del TeknoDay 2019, di avere contatto con gli studenti dei Licei Musicali, in particolare della Campania: che impressione ti hanno fatto e quali cambiamenti hai nella didattica musicale rispetto ai tuoi trascorsi?

M.M.: L’esperienza è stata bellissima perché c’erano un bel po’ di ragazzi con un entusiasmo figo come quello che avevo io all’epoca e quindi questa cosa mi ha rincuorato un bel po’. Poi con dei ragazzi ci siamo tenuti in contatto via Facebook, siamo diventati amici e l’altra cosa che mi ha impressionato, soprattutto degli allievi della Campania, è che il livello medio è veramente alto, suonano di brutto, sono bravissimi. Ho conosciuto alcuni che veramente erano molto bravi dal punto di vista tecnico. Credo il merito di ciò sia soprattutto di chi li segue. Riguardo ad altri, ripeto, ho sentito davvero pianisti eccelsi e giovanissimi. Al “TeknoDay” l’impressione principale è stata proprio quella lì. Per quanto riguarda i cambiamenti nella didattica ci sono alcuni aspetti positivi e un bel po’ di altri negativi. Dal punto di vista positivo diciamo che molte delle attività che costituiscono il mio lavoro prima non erano considerate parte integrante di esso o proprio non venivano considerate.

Esibizione prodotti Yamaha TechnoDay – Pic. A. Campeglia

La figura del sound designer o dell’endorser proprio non esisteva. Non si sapeva cosa fosse questa roba qui, oggi è già un passo in avanti vedere come la parte tecnologica e musicale vengano prese un po’ più in considerazione. Un altro aspetto positivo riguarda l’aumentare delle attività e le aperture verso altri punti di riferimento da parte proprio dei Conservatori. Mi riferisco alle aperture verso altri linguaggi musicali non accademici che servono per aprire le menti dei ragazzi. La parte un po’ più negativa di questo cambiamento che non condivido molto è il pressappochismo e la mancanza di studio. Per dire, io ero uno che studiava 12 ore al giorno, avevo una vita sociale praticamente annullata. Non dico di arrivare a questi livelli di follia però i ragazzi che vedo studiano ben poco e prendono molte delle cose con pressappochismo. Mi spiego, tutti vogliono suonare perché c’è l’idea che si giri il mondo, ci si esibisce sul palco, si diventa fighi. A differenza di altri paesi, noto che qui in Italia proprio di cultura dello studio ce n’è veramente poca e senza di essa, senza quella fatica, hai poche chance. Quando si lavora non è che puoi essere aiutato dall’amico o dalla situazione, bisogna davvero suonare quindi nel momento in cui devi dimostrare chi sei lo devi fare attraverso i tasti bianchi e neri. Ovviamente più studi, più ti prepari, più il tuo livello medio cresce. Per fare il musicista di professione bisogna studiare e affrontare dei sacrifici. Si tratta anche di una scommessa con se stessi cercando di evolvere e migliorare con lo studio.

A.C.: Oggi le tue demo e i tuoi video raccontano una velleità verso la Fusion: secondo te, quanto si è evoluto questo genere musicale? Quanto ha contribuito la tecnologia musicale in tale ambito?

M.M.: Allora, diciamo che oggi non è solo la Fusion che la fa da padrona in questo settore, che si è decisamente allargato. Negli anni 80 era un po’ diverso, oggi parlare di jazz, fusion o gospel rientra in una concezione globale della musica. Sono tutti generi messi nello stesso calderone. Prima si trattava di una cosa molto settoriale, oggi il mooder e jazzer racchiude tutto ciò, secondo me. Per quanto riguarda la tecnologia di base ti potrei dire che essa, oltre ad offrire novità in ambito sonoro, ha portato come aspetto principale la possibilità a tutti (anche al musicista sperduto nella foresta amazzonica) di potersi far conoscere utilizzando i propri mezzi. Oggi ognuno ha dei mezzi come i social, facebook, YouTube,ecc.. Per fare un esempio, già Chick Corea è diventato quello che è diventato grazie al web. La stessa cosa è avvenuta per gli Snarky Puppy, oggi sono personaggi che fanno tour mondiali con la propria musica, ma sono riusciti a fare tutto ciò grazie a ciò che la rete mette a disposizione di tutti. Diciamo quindi che è quello l’aspetto tecnologico che secondo me ha fatto sì che ci fosse un cambiamento radicale in questo settore.

A.C.: Ci sono stati musicisti che ti hanno ispirato particolarmente verso questo genere?

M.M.: Ovviamente sì. Come ti dicevo prima, ho visto i synth con Chick Corea, Herbie Hancock, geni della musica fusion o “electric jazz”, chiamiamola un po’ così. Io vidi Chick Corea e lo ascoltai per la prima volta proprio in quell’ambito là e sono stati loro che mi hanno portato in questa direzione. Andando avanti ho cercato di mediare tra le esperienze lavorative e quelle personali insieme agli altri musicisti. Ho cercato di trovare la mia strada ma ho sempre continuato a studiare, non mi sono mai fermato: credo che interrompere lo studio sia l’errore più grave che un musicista possa fare. Per rimanere in tema musicale, io sono innamorato di Bach e non ho mai trovato un groove così funk come nel “Clavicembalo ben temperato”, solo che lui l’ha scritto circa 300 anni fa! Essendo inoltre un malato di armonia immaginati quando ho iniziato a studiare il contrappunto e quelle che erano le forme di armonizzazione dei canoni inversi. Già all’epoca sono andato proprio “fuori di testa”, ma uno si rende conto che nell’ambito jazz tutto quanto ritorna : viene riprodotto, riproposto. Tante cose che si fanno nell’ambito moderno sono possibili grazie a musicisti che lo avevano già fatto in precedenza. Senza Bach secondo me non andavano da nessuno parte, io lo definisco sempre l’alieno. Non so quanti personaggi al mondo siano in grado di fare ciò. Quindi diciamo che Bach è il mio punto di riferimento così come Debussy. Ho imparato i modi, ho importato l’apertura “modale” nonché quelle che erano le alterazioni così fighe usate dallo stesso Corea, usate anche dagli stessi Jazzman dopo di lui. Comunque Debussy è stato un altro dei miei maestri. Poi è arrivato “Miles” verso i 18 anni e mi sono ritrovato completamente scosso tant’è che sono diventato un nerd totale. Contemporaneamente a Miles Davis ho toccato con mano Zappa e da lì ho iniziato a chiamare questi musicisti con il proprio nome cioè “maestri” perché hanno scritto delle cose incredibili. In sintesi, senza andare avanti per le lunghe ti parlo di Bach, Debussy, Frank Zappa e Miles Davis, questi sono i miei punti di riferimento.

Miles Davis

A.C.: Consiglieresti ai giovani di oggi di ascoltare più musica del passato? Quali generi e perché?

M.M.: Io consiglierei un po’ a tutti di ascoltare la musica classica per due motivi. In primo luogo perché uno si rende conto che tutto ciò è grazie a coloro che hanno gettato le basi. Come ho già detto prima, senza Bach non saremmo andati da nessuna parte, lo stesso discorso vale per Mozart e altri. Il secondo aspetto riguarda l’importanza di ascoltare musica già da quando si è in fasce, già da neonato, soprattutto anche ai genitori proprio perché a livello psicologico, a livello di vita, a livello di formazione caratteriale la musica è fondamentale e ti rende una persona migliore. Questo è un pensiero non solo mio ma anche di tutti coloro che affrontano e che lavorano nella musicoterapia. C’è poco da fare, se tutti ascoltassimo più musica vivremmo in un mondo decisamente migliore con delle persone migliori. Viva la musica !

A.C.: Parliamo della tua attività di docente e formatore: con i tuoi canali didattici hai anticipato di qualche anno quella che per il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) è diventata quest’anno la DaD (Didattica a Distanza): come hai gestito e gestisci le tecnologie a tale scopo?

M.M.: Nel 2008 ho fondato il sito www.lezionipianoforte.net Avevo ventotto anni e sono per l’appunto dodici anni che il portale va avanti, credo di essere stato forse il primo in Italia a fare un’operazione del genere. Parallelamente ho portato sempre avanti la didattica online e, nonostante abbia ricevuto anche critiche, penso sia il futuro. Pochi giorni fa ho saputo che più della metà dei proventi del fatturato della Berkeley di Boston (non un scuola di provincia qualsiasi) viene dei proventi online. Quindi se loro che sono dei numeri uno al mondo fanno così, bisognerebbe pensarci bene magari ad investire in quella direzione.

LezioniPianoforte.Net

A.C.: Quali modelli didattici proponi nelle tue lezioni?

M.M.: Fondamentalmente sul portale Lezionidipianoforte.net sono attivi tre corsi con tre programmi didattici diversi. Il primo corso è “Pianoforte moderno jazz” dove si studiano tutte le questioni relative all’aspetto del pianoforte moderno come la tecnica, la lettura, l’armonia applicata, l’improvvisazione e soprattutto il Piano Comping. Per quanto riguarda il secondo corso è quello “MIDI e Tastiere multi Style” e riguarda più l’aspetto tecnologico del tastierista. In questo corso sono compresi alcuni aspetti musicali del corso di pianoforte moderno jazz ma con un approfondimento sugli aspetti tecnologici che un tastierista, secondo me, dovrebbe sapere di default: presenza sul palco, equipment da utilizzare, esigenze tecniche, aspetti di fonia, gestione del timbro. Un altro aspetto fondamentale riguarda come ci si comporta in studio e cosa si utilizza principalmente per arrivare ad un obiettivo che sinceramente rappresenta un po’ il producer attuale e la situazione musicale attuale per tutto quello che riguarda l’Home Recording. Ovviamente all’interno del corso si affrontano tutti gli argomenti collegati al Sound Design, il MIDI, ecc. applicati sia a strumenti software che hardware comprese ovviamente le DAW. L’ultimo corso dedicato esclusivamente a tutti gli utenti Yamaha si chiama appunto “Yamaha Synth On-Line Course” nel quale vengono prese in considerazione un po’ tutte le esigenze degli utenti finali, ci sono dei corsi personalizzati a seconda delle competenze. Per dire, un utente potrebbe partire dalla domanda base: “Come si accende il synth ?” fino a sviscerare tutte quelle che sono le caratteristiche tecnologiche e di utilizzo di questo synth. Quindi, da questo punto di vista, si tratta di un corso altamente personalizzato prodotto in collaborazione con la filiale italiana di Yamaha Music Europe ed è specifico per tutti gli utenti che impiegano gli Stage Piano serie CP 88/73, il nuovo Combo Organ YC61 e ovviamente Motif, moXF, il glorioso Montage e MODX.

A.C.: Gli studenti che accedono alla tua formazione che tipo di competenze ed esperienze pregresse devono possedere?

M.M.: Dipende molto dalla tipologia di corso, per quello che riguarda il corso “Pianoforte moderno jazz” preferirei che l’allievo possedesse una buona base tecnico-teorica e pianistica per accelerare un po’ i tempi e arrivare a seguire quella che è l’evoluzione didattica del corso. Per gli altri due corsi basterebbe avere come background le conoscenze relative al sistema informatico, la gestione di un canale audio, la gestione di un canale MIDI. La conoscenza approfondita del protocollo MIDI sarebbe comunque preferibile. Tuttavia, nella mia esperienza, posso dirti che ho iniziato dei corsi soprattutto con utenti che non sapevano praticamente nulla e oggi vanno alla grande, quindi è una mia preferenza più che un requisito di base per poter accedere al corso.

A.C.: AgeOfAudio è un portale prettamente centrato sulle tecnologie audio: quali sono stati secondo te, da quando hai iniziato a fare il dimostratore, gli aspetti che hanno decretato i forti cambi di rotta dell’attuale offerta di strumenti software e hardware?

M.M.: Parliamoci chiaro, i generatori sonori sono sempre quelli, non c’è stato nulla di rivoluzionario e ognuno fa propri i concetti fondati dagli innovatori degli anni 70, 80 e 90. Quello che ha cambiato un po’ la rotta di tutti è stata la potenza di calcolo dei processori sia degli strumenti hardware che dei sistemi informatici che gestiscono i software. Oggi, grazie a queste grandissime potenze di calcolo, si fanno cose fantascientifiche e si riescono a gestire quelli che una volta erano algoritmi improponibili per un sistema informatico. Oggi si riescono a gestire questi algoritmi di sintesi di generazione sonora senza problema e soprattutto i costi sono molto più competitivi. Ad esempio, prima per fare un Home Recording l’investimento per un rapporto qualità-prezzo del prodotto era abbastanza alto, c’era un bel divario rispetto ai costi di oggi. Oggigiorno con setup abbordabile, se utilizzato in maniera adeguata, si riescono ad ottenere risultati pazzeschi. La tecnologia soprattutto ha dato dei segnali molto incoraggianti e super fighi anche dal punto di vista della comunicazione; per dire oggi tu abiti in Burundi e con una connessione hai comunque sia l’opportunità di metterti in gioco che di condividere la tua musica o i tuoi video. Insomma fai tutto tu senza passare per il famoso produttore di etichette o cose del genere, questa cosa è fondamentale. Infatti il musicista dovrebbe investire molto del proprio tempo, oltre che nello studio dello strumento o nella formazione generale, anche nello studio di quello che è il web, di come funziona il concetto dello sharing, dell’Open Source perché secondo me salva la vita.

Manuele Montesanti – Pic A. Campeglia

A.C.: Come vedi l’attuale panorama dell’Home Recording e come misuri tale valutazione?

M.M.: Ho praticamente anticipato la risposta in alcune delle domande fatte in precedenza, ma io credo che la cosa bella dell’Home Recording sta nel fatto che sia di facile dominio per tutti musicisti e che rappresenti il 90% del setup del musicista moderno.

A.C.: Quanto il timbro Yamaha influenza il tuo modo di comporre? Hai un tuo setup di produzione?

M.M.: Fondamentalmente sì, sono molto fortunato perché ancor prima di diventare artista, sound designer o dimostratore dei synth Yamaha ho sempre avuto in mente un timbro ben preciso. Ho toccato per la prima volta con le mani un DX7 nel 1991, avevo 11 anni, mentre lo strumento che ha caratterizzato la mia formazione (ed ho sudato letteralmente per potermelo comprare) è stato il l’SY99. Credo che il l’SY 99 sia stato il Synth digitale per eccellenza, quello più bello che abbia mai toccato in rapporto all’epoca in cui è stato prodotto sia per come suonava che per quello che permetteva di fare. Per quanto riguarda il mio setup di produzione diciamo che ne uso molti. Sono stato altrettanto fortunato perché ho, ad esempio, tanto di endorsement alle spalle per quanto riguarda le software house, che uso molti loro synth software anche per gli aspetti didattici, quindi io utilizzo molto in contemporanea e parallelamente i miei strumenti hardware e software. Diciamo, nella misura di un buon 50 e 50.

A.C.: Quanto pre-produzione e quanta produzione in studio c’è nel tuo modus operandi?

M.M.: Dipende fondamentalmente da come nascono le idee. Principalmente io mi approccio nella maniera più musicale possibile, nel senso che mi metto proprio al pianoforte e cerco di trovare le idee armoniche, i temi e le armonizzazioni. Ovviamente poi sviluppo tutto quanto nella mia DAW. Se poi ho la possibilità di coinvolgere qualche amico, soprattutto come ho fatto nei progetti di DriftLab, mi affido a strumentisti veri, ma lo faccio nella seconda fase. Si tratta di un approccio molto pianistico, come dire, molto “easy”.

A.C.: Oltre al tuo setup Yamaha, che sicuramente prediligi, c’è qualche strumento nell’attuale panorama produttivo che ritieni utile consigliare per rapporto qualità/funzionalità produttiva o che ti intriga particolarmente?

M.M.: Come ti dicevo, sono molto fortunato perché praticamente sono endorser di tutti gli strumenti hardware e software che utilizzo per lavorare e che mi piacciono veramente tanto. Ho una StudioLogic Sledge due, ho gli strumenti SWAM, della Audio Modeling, ho gli strumenti di IK Multimedia. Sinceramente quello che consiglio e poi realmente quello che utilizzo (di cui non sono endorser ovviamente) sono i prodotti Spectrasonics. Credo che Omnisphere sia uno degli strumenti virtuali per i tastieristi più belli in commercio, ovviamente per coloro che prediligono i synt, la programmazione , ecc.

A.C.: Prima di salutarci e ringraziarti ancora per la tua disponibilità, un’ultima classica domanda: quali sono i tuoi progetti futuri?

M.M.: Dal punto di vista lavorativo sto per terminare la sezione “Store” ovvero il famoso carrello del mio portale web. Oltre a produrre Library e lavori di Sound Design per Yamaha e tante altre ovviamente vorrei mettere in vendita le mie Library in diversi formati. E poi vorrei… continuo a produrre sempre i miei brani anche se il tempo che ho a disposizione è sempre poco. Si tratta di brani che poi utilizzo nelle demo, nelle clinic e con i quali vorrei, per l’appunto, terminare e mettere in piedi una mia attività discografica, prendendo tutto quello che è stato fatto nel tempo e farne un disco vero e proprio. E poi vorrei… ho delle idee di perfezionamento e di sviluppo e di ampliamento del portale. Sono abbastanza perfezionista, quindi vorrei portare lezionidipianoforte.net all’ennesima potenza dal punto di vista dell’efficienza rispetto ai programmi didattici, alla comunicazione, a quelli che sono i Live streaming, ecc. Questi sono in parte i miei progetti futuri. Ci sono poi diverse altre idee lavorative, delle quali non posso parlarne perché ci sono troppe cose in ballo. Fortunatamente continuo ad avere sempre un sacco di stimoli dal punto di vista della creazione in generale sia didattica, sia di quella di Sound designer, sia di quella di musicista. Questo è quanto, grazie a voi per questa bellissima intervista e chiacchierata.

Alfredo Capozzi

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