Due Strato “infedeli”: Fender Custom Shop Relic Stratocaster 1962 e 1968

Bruno Mazzei

In prova: Fender Custom Shop Heavy Relic Stratocaster 1962 e 1968

Dopo la prova apparsa nei mesi scorsi sulle pagine di Ageofaudio relativa a due “Women in red” Gibson, questa volta ci accingiamo a provare due Stratocaster prodotte dal  Custom Shop Fender e, nel caso di specie, due “Signore Stratocaster”…

(Fig.1, Fig.2)


 

I fiumi di inchiostro impiegati per questo mitico strumento che Leo Fender iniziò a produrre agli inizi degli anni ’50, sconsiglia di ripercorrerne ancora una volta la storia. Mai strumento moderno è stato così dettagliatamente studiato in ogni minimo particolare: La letteratura relativa alla Fender Stratocaster è davvero imponente e ci ripromettiamo di trattarne forse in futuro, casomai da un nuovo e diverso angolo di visuale…

Oggi analizziamo due Strato di produzione recente, riproduzioni “infedeli” delle annate ’62 e ’68, nonché strumenti frutto di un’attenta selezione approdata, come meglio vedremo, alla scelta di due veri e propri…falsi storici. Si tratta, cioè, di due riedizioni per le quali il Custom Shop Fender si è volutamente discostato da talune caratteristiche proprie degli originali dell’anno di riferimento.

Una “libera reinterpretazione” insomma, volta a fornire all’utente finale uno strumento un po’ più unico ed esclusivo. Ironia della sorte, questi dettagli sono quanto meglio si possa sposare con i gusti e le preferenze dello scrivente. Intendiamoci: Gusti del tutto personali che sicuramente potranno trovare in disaccordo una delle tante scuole di pensiero dell’universo… fenderiano.

 

Quale è la “vera” Stratocaster?

Il pensiero “fenderiano” prevalente ed i conseguenti rating di collezionabilità, vogliono la Stratocaster rigorosamente con manico “maple” di dimensioni “fat”, un corpo in frassino (anche pesante) ed il classico “two tone sunburst”.  A queste caratteristiche aggiungerei tre single coil “imperfettamente” avvolti a mano su magneti in alnico V dissassati, il classico selettore a tre posizioni ed il pickguard 8 viti, bianco ed in unico strato.

Man mano che ci si allontana da queste (ed altre) caratteristiche proprie delle Strato anni ’50, i rating di valutazione diminuiscono in ragione di motivi storici (…insomma Leo così concepì la sua creatura…),  nonché di motivi timbrici. Senza contare che la componente manuale dell’epoca pionieristica cui ci riferiamo, come l’ avvolgimento dei pick up o le verniciature, faceva di ogni Strato qualcosa di tendenzialmente unico; ivi compresi gli errori o i compromessi costruttivi come i body in quattro o cinque pezzi, i sunburst “cannati” e ricoperti da tinte coprenti o i pick up con più o meno avvolgimenti  (più o meno regolari nella posa) attorno ai magneti.

Già l’introduzione a catalogo della tastiera in palissandro a cavallo degli anni ’58/’59 fa storcere il naso a molti puristi. E se le tastiere in palissandro riportate di tipo “slab-cut” hanno molti facoltosi estimatori, quelle impiallacciate introdotte verso la fine del 1962 (no-slab o veneer fingerboard), fanno precipitare rating e prezzi di mercato.

Non parliamo della scomparsa dello “spaghetti logo” avvenuto fra il 1964 ed il 1965 e la successiva produzione industriale (e di massa) da parte della CBS a partire dal 1966, con l’adozione di novità poco gradite ai chitarristi: Paletta grande, pick up non dissassati, monolitici body poco “contour”, pesanti verniciature con resine poliuretaniche. Qui le quotazioni scendono ulteriormente.

A proposito… non illudiamoci: per una “industriale” Strato CBS ’68 o ’69 occorrono spesso e volentieri cinque cifre… espresse in Euro.

(Fig.3 ,Fig.4)


Il Custom Shop Fender: siamo al custom del Custom?

La legenda narra che Leo Fender fosse estremamente restio ai “custom orders” e per questo motivo refrattario alle notevoli pressioni dei clienti per l’impiego di essenze o finiture particolari. Basti pensare che in tanti anni di produzione è rarissimo incontrare uno strumento che avesse -ad esempio- un manico “flame” piuttosto che una finitura fuori standard produttivo.

Insomma Leo, ossessionato dall’idea della spartanità, della indistruttibilità e della funzionalità delle sue produzioni, imponeva legni standard e tassativamente “plain”. Oltre qualche sporadico “custom color” legato alla moda del “surf” anni ’60 ed esteso ad un certo numero di esemplari in produzione nell’anno, oltre qualche rara paletta verniciata in tinta o qualche tastiera in palississandro (fornita inizialmente come optional), Leo Fender non voleva proprio andare.

Di diverso avviso l’attuale Custom Shop che, esaurito il bagaglio delle riedizioni in tutte le salse ed in tutte le varianti possibili, si è da ultimo lasciato andare a qualche “deroga filologica” con risultati, ad avviso di chi redige, eccellenti.

Le peculiarità riguardano entrambi gli strumenti in prova che sono, rispettivamente, una riedizione pre-CBS (Strato ’62) ed una  post-CBS (Strato ’68): Quasi fossimo stati privilegiati dall’accoglimento di un “custom order” a dispetto della filosofia di assoluta semplicità ed efficacia che a suo tempo ispirò “The Genious”, indiscutibilmente il padre della sei corde elettrica moderna.

Fender Stratocaster Custom Shop 1962 Heavy Relic – Limited Edition “Dakota Red”

Periodo di produzione Settembre 2007

Prezzo al pubblico Eur 3.400 ca.

 

(Fig.5)


 

Ecco la prima delle due “reliquie” (Relic… appunto) nella sua splendida e rara livrea “Dakota Red”. C’è da dire che, a parte il “Candy Apple Red”, il “Dakota” è l’unico vero “rosso” mai prodotto da Fender. Le altre colorazioni -in primis il noto “Fiesta Red”- fanno riferimento, a dispetto del nome, a pigmentazioni risultanti dalla combinazione di diverse gradazioni di tinta a cavallo del “Pink” e dell’ “Orange”.

Il “Dakota Red” è stato in produzione come “custom color” dal 1960 al 1969 e fu di ispirazione automobilistica, lo ritroviamo infatti nel catalogo della Cadillac a fine anni ’50.

La verniciatura dello strumento in prova è quindi filologicamente corretta non solo per il rispetto dell’annata, ma anche per la presenza del sottostante fondo coprente bianco visibile nelle scalfitture e nelle parti artificialmente abrase di questo esemplare “Relic”. Il fondo bianco fu  spesso utilizzato dalla Fender per conferire uniformità e lucentezza alla finitura finale. Pure corretta (fin troppo…) la lieve sbiaditura generale -per ossidazione- di questo nostro “Relic-Dakota”.

(Fig.6)


Lo strumento in prova è leggerissimo (3,260 Kg. circa) nonostante l’utilizzo del frassino per il body, a riprova di una selezione dei legni molto accurata. Ed ecco la prima “reinterpretazione” del ns. Custom Shop: I body in frassino sono stati prodotti dalla Fender fino al 1956. Da quest’anno in poi l’utilizzo del frassino fu riservato esclusivamente agli strumenti in finitura “Blonde”. Al di fuori delle “bionde”, quindi, Fender ricorse esclusivamente a corpi in ontano. Dubbi filologici derivano anche dal corpo in due pezzi simmetrici (scelta tuttavia obbligata per una riedizione di questa fascia di prezzo): In realtà dalla fine degli anni ’50 in poi, Fender utilizzò più sezioni a causa della incipiente scarsa reperibilità dei legni e del conseguente lievitare di costo per tavole di grande sezione.

(Fig.7)


Splendido il “D-neck” (…bbè tuttavia la Fender lo dichiara “Fat C-neck”), davvero generoso nelle dimensioni e sovrastato da una sottilissima e raffinata tastiera “no-slab” in palissandro: Si tratta ancora di libere reinterpretazioni e di  particolari ripresi da altre annate di produzione.  La sezione del manico infatti ricorda più le primissime Strato anni ’50 che le successive “sixties” e la tastiera “no-slab” fu adottata dalla Fender soltanto verso la fine del 1962 ed in ogni caso solo dal 1963 in sezione così sottile.

(Fig.8)


I pick up utilizzati sono i Custom Shop ’60, quello centrale è “reverse wound” ed il selettore è a cinque posizioni: Anche per quest’ultimo, finora fornito come dotazione optional da montare a cura dell’utente finale, il C.S. Fender ha adottato un libero e pratico criterio, offrendo di serie il “5-way toggle” su di una riedizione ’62 mentre, storicamente, esso fu impiegato definitivamente sulla Stratocaster solo a decorrere dal 1977.

Fender Stratocaster Custom Shop 1968 Heavy Relic “Candy Apple Red”

Periodo di produzione Novembre 2007

Prezzo al pubblico Eur 3.350 ca.

 

(Fig.9)


Ed ecco l’altra rossa in prova in uno spettacolare “Candy Apple Red”.

Anch’essa con body in frassino leggero e in due soli pezzi: chitarra di pari leggerezza rispetto alla ’62 se  pensiamo ai soli 3,510 Kg. ed al maggior peso derivante dal tipo di verniciatura con fondo “gold” sottostante (per la metallizzazione), la vernice poliuretanica trasparente per la finitura gloss, la palettona e le meccaniche CBS-era.

Anche in questo caso abbiamo qualche libera reinerpretazione: Il “contour body” è pressocchè identico alla ’60 ed è lontano dalle grossolane scolpiture post-CBS. Il manico è un “fat D” e sembra la copia conforme della ’62.

(Fig.10-11-12-13)

Il battipenna è ad 11 viti e in triplo strato color bianco, mentre la sorella più anziana sfoggia un pickguard triplo strato verde menta; entrambe le chitarre, quindi, rispettano i rispettivi battipenna come gli originali d’epoca.

Per i pick up ed il selettore vale quanto detto a proposito della ’62 con la differenza che i magneti utilizzati sono i Custom Shop ’69. Se teniamo conto del selettore a 5 posizioni, contiamo quindi ben altri due “errori” storici.

(Fig.14)


Perché produrre un falso storico?

Esaminando queste creature ci troviamo, a conti fatti, di fronte ad una riedizione pre-CBS con caratteristiche prese sia da modelli precedenti al 1962 (body in frassino due pezzi, manico fat “D”) che caratteristiche proprie di modelli successivi (tastiera in palissandro no-slab, selettore a 5 posizioni); nonché una post-CBS che a sua volta riprende caratteristiche delle produzioni antecedenti il ’68 (body in due pezzi in frassino, original contour body pre-CBS e fat “D” neck) ed un impianto elettrico di epoche successive.

Perché trattiamo di due strumenti particolari?

  • Il body: La vera Stratocaster deve avere il corpo in frassino o ontano? L’eterna disputa fra fautori o detrattori dell’una o dell’altra essenza non avrà mai fine. Sicuramente il frassino ha  maggior pregio intrinseco, minore reperibilità, maggior costo. Ha una risposta timbrica tendenzialmente più cristallina e complessa, maggior “punch” e precisione sia su bassi che sugli acuti: Insomma è armonicamente più articolato. Di contro l’ontano viene prediletto a causa della minor risposta “full frequency” a vantaggio di una decisa evidenza dei toni medi a “compensazione” di uno strumento dotato di single coil e quindi prevalentemente  proiettato in gamma alta.
  • Manico e tastiera: Acero o palissandro? (Questo è il dilemma…). Idem come sopra: ci sono fautori di entrambe le versioni. C’è chi non prescinde dal matrimonio frassino+acero per esaltare le componenti cristalline e percussive di questa chitarra. Il manico in unico pezzo d’acero garantisce una notevole densità ed uniformità, evitando “lacune timbriche” o -al contrario- sovratoni in alcune zone della tastiera: Una sorte di compressore naturale. Costoro ritengono che il “riporto” in palissandro, aumentando considerevolmente la rigidità strutturale del manico in una sorta di “multistrato”, determinerebbe in alcuni casi una vera e propria “sottrazione” in termini di ricchezza timbrica. I fautori delle tastiere in palissandro, di contro, ne esaltano il maggior pregio, la superiore adattabilità “tattile” nel tempo e la tendenza a scurire il sound generale dello strumento in distorsione.
  • Il peso dello strumento: Strato leggera o pesante? Altra disputa… Quelle leggere sono comode e –mediamente- molto risonanti ma difettano in sustain e linearità sulle varie frequenze da riprodurre. Quelle pesanti hanno pregi e difetti opposti.
  • Morale: Ovviamente la soluzione migliore non esiste. Gli strumenti in prova – e qui motivo la predilezione per gli esemplari testati- bilanciano alla grande la cristallina ricchezza armonica del body in frassino e del relativo “fat maple neck” con l’acusticità del “ligth weigt” e della tastiera in palissandro. I sottilissimi riporti “no-slab-cut” offrono il comfort ed il pregio di questa nobile essenza, senza inficiare lo “snap sound” tipico dei “maniconi” anni ’50. Semmai addizionano un pizzico di calore ed uno spessore inconsueto per una Stratocaster.

 

La prova del suono

Per la nostra prova abbiamo utilizzato il fido Twin Reverb reissue ‘65, un TS 808 riedizione, un delay T-Rex Replica (era a portata di… piedi) ed i cavi Fender in dotazione degli strumenti. I plettri utilizzati sono stati i Fender Heavy e le corde D’Addario 0.100.46.

Queste due chitarre hanno mostrato di possedere una notevole somiglianza nel sound. L’utilizzo degli stessi legni, l’identica conformazione di body, manico e tastiera, hanno differenziato le timbriche in modo spesso impercettibile.

La prima cosa che ci ha colpiti è il notevole volume degli strumenti da spenti, davvero fuori ogni  standard per delle solid body. Inoltre, nonostante le action molto alte e la scalatura 0.10, entrambe le chitarre sono risultate morbidissime e facili nell’esecuzione di accordi e bending, cosa in genere rara per le “ostili” Stratocaster.

La ’68, forse a causa del maggior peso complessivo e della presenza del “palettone”, appare lievemente più solida e precisa sui bassi, ma la differenza è quasi scomparsa con l’utilizzo dell’amplificazione.

I pick up al manico forniscono una timbrica strepitosamente “fat” e, grazie all’action alta e le corde esenti da “friggiture” sui tasti, la capacità di riprodurre timbriche che per profondità e spessore sono raramente presenti su di una Stratocaster. Il confronto con i pick up al ponte evidenzia un discreto calo di penetrazione e volume di questi ultimi che, tuttavia, restano tondi e vellutati specie negli assolo in distorsione.

Ma la vera sorpresa è nelle posizioni intermedie (manico+centrale e centrale+ponte in parallelo), dove le due Custom Shop tirano fuori gli artigli con suoni pompati e percussivi a prova di… rullante microfonato. Muovendo gli switch in seconda e quarta posizione sembra aver inserito un super-compressore o anche acceso un controllo di loudness in ascolto… davvero incredibile.

In distorsione abbiamo potuto apprezzare la robustezza timbrica generale e persino la capacità di inneschi controllati, cosa -quest’ultima- che le Strato in genere mal digeriscono.

Il tutto è affidato ad un impianto elettrico di inconsueta silenziosità per chitarre dotate di single coil.

Richiudiamo gli astucci…

 

(Fig. 15 e Fig.16)


 

 

L’ultimo sguardo prima di chiudere gli astucci in black tolex ci fa respirare aria di altri tempi, dove le esigenze di business non si piegavano a nessun compromesso qualitativo.

Queste due “Womans in Red” (…oooops…l’ho già detto in un altro articolo…) incarnano la migliore filosofia Fender di robustezza granitica, estrema funzionalità e totale versatilità musicale. E se il prezzo di acquisto può lasciare dubbiosi, meno dubbi lascia la grande qualità dei materiali, il peso piuma degli strumenti, l’eccellente suonabilità di manico e tastiere, il sound da vere e proprie “SuperStratocaster”.

Infine il prezzo da sborsare è “calmierato” da qualche riflessione sul valore neo-collezionistico che strumenti del genere potranno avere: Strumenti “custom” per provenienza costruttiva (il Custom Shop appunto), per finitura (Relic appunto… anzi Heavy Relic), per colorazione (fuori standard già all’epoca di Leo), per libera interpretazione di particolari realizzativi da parte dei “Custom Shop Builders” della mitica casa californiana.

Ed è molto probabile che in casa Fender nulla sia stato lasciato al caso.

(Fig. 17 e Fig.18)


Buona musica a tutti.

Bruno Mazzei

Condividi questo articolo!
Segui:
Nato a Napoli nel 1964 ed inizia ad appassionarsi alla chitarra prestissimo grazie al classico regalo natalizio dei genitori ed alla passione per la musica dei Beatles, dei Platters e di Edoardo Bennato. Quell’oggetto rimase per qualche tempo un arredo privo di vita fino a quando qualche amico non gli spiegò che una chitarra andava accordata e che, premendo semplicemente la quarta e la quinta corda al secondo tasto, veniva fuori un accordo chiamato Mi minore… Il repertorio di Bennato, apparentemente semplice ma capace di aperture armoniche imprevedibili, lo inizia allo studio –da autodidatta- degli accordi e della chitarra ritmica e lo conduce all’acquisto della fantastica Ranger XII della Eko, purtroppo poi venduta. Negli anni settanta ed ottanta prosegue lo studio della chitarra rock affascinato dall’ascolto di Hendrix, Blackmore e Page, con risultati abbastanza frustranti e con tonnellate di cassette e 33 giri consumati. L’uscita di Van Halen e, soprattutto, lo studio del repertorio dei Rush lo inducono alle prime lezioni “serie” ed all’immediata comprensione di quanto detto da Andres Segovia: “La chitarra è uno strumento facile da suonare male”. In quegli anni aumenta l’interesse parallelo per la liuteria, il customizing e lo studio di tutte le tecnologie legate alla chitarra elettrica. Per circa due anni lavora presso uno storico liutaio napoletano dove apprende i rudimenti tecnici legati alla chitarra acustica ed alle riparazioni in genere. La passione per Pat Metheny, Larry Carlton, la musica brasiliana e l’acid jazz lo avvicinano allo studio dell’armonia jazz anche se in modo discontinuo a causa degli impegni di lavoro e familiari. In questa fase si avvale, anche se per periodi piuttosto brevi, delle lezioni e degli insegnamenti di alcuni fantastici musicisti partenopei. Attualmente suona stabilmente in una band di cover funk ed acid jazz e dedica il tempo libero allo studio dello strumento.
Nessun commento